Sicuri che ci sia discontinuità? di FILIPPO LA PORTA

Dico subito che Giorgio Ficara è uno dei nostri maggiori saggisti. E lo è soprattutto per la qualità dello stile, che rimanda, come sempre,  ad una chiarezza e intelligenza di visione. Per Flaubert una cosa scritta male è falsa. La pagina di Ficara, scritta benissimo, contiene invece una verità che possiamo non condividere ma che non possiamo eludere. Anche Lettere non italiane contiene una serie di saggi smaglianti su scrittori italiani della seconda metà del ‘900: Landolfi, Zanzotto, Pasolini, Tomasi di Lampedusa, etc. con due interessanti escursioni, su D’Annunzio e De Sanctis.  Il ritratto di Gadda, illuminista tragico con la fiducia nella leggibilità (“anche per lui il mercato era una legge del romanzo”, che scrive romanzi incompiuti, perché il reale non si fa catturare da una forma compiuta, è bello e commovente. Ma tutta la prima parte del libretto è dedicata invece alla narrativa contemporanea, dove viene impietosamente  registrata una radicale discontinuità con la tradizione. I romanzi italiani di oggi, sostiene Ficara, non hanno stile: “tutto in essi ci sembra monotono, uguale, scritto da un’unica mano in un gergo di tutti”, sono brutti “perché hanno rinunciato alla continuità con la lingua letteraria italiana” esibendo piuttosto un “idioletto planetario, indefinitamente traducibile e deducibile dall’informazione” o anche “un falsetto estetizzante, disumano, pigramente ricorsivo”. Una mancanza di stile dovuta inoltre a “noncuranza morale”.  La tesi di Ficara è suggestiva ed esposta limpidamente. Però temo che abbia ragione Longo nell’osservare che il libro tradisce un po’ la promessa iniziale perché quella tesi non viene poi “collaudata” attraverso una ricognizione puntuale sulla nostra multiforme narrativa attuale. Saviano viene, un po’ proditoriamente, confrontato con Gadda (!), e per il resto ci sono solo elenchi he a vole sembrano un po’ casuali di nomi, con qualche attenzione in più per Piperno, Atzeni e Rasy e alcuni ritratti singoli (La Capria, Biamonti). Ora non è che Ficara deve leggersi cinquanta o cento romanzi contemporanei per consolidare il proprio giudizio (sarebbe come infliggergli una pena dantesca!), però in questo modo perde di vista, fatalmente, il carattere specifico della nostra letteratura di oggi, che è quello stesso rilevato da Leopardi nella Crestomazia: la estrema varietà, la stratificazione, la proliferazione di generi e stili, la pluralità di configurazioni della prosa. Suggerisco una distinzione tra stilisti e affabulatori, che continua una costante delle patrie lettere: da una parte Mari, Voltolini, Nori, e dall’altra Ammaniti, Veronesi, etc.(ieri tra Bassani e Manganelli). Chi mette al primo posto, anche maniacalmente,  lo stile, la cura formale e chi vuole soprattutto raccontarci una storia. Con alcune significative figure intermedie tra le due categorie: ad esempio Veronesi, Doninelli, Piersanti, Montesano… I loro romanzi sono scritti in una lingua personalissima e inventiva, piena di sapori,  a volte elegante, a volte più sobria, esposta ai gerghi del contemporaneo però memore della nostra tradizione. Non vedo in che modo la loro pagina segnerebbe una discontinuità o sfigurerebbe di fronte a una pagina di Bilenchi, Moravia, Testori, Domenico Rea (ho messo non a caso alcuni loro maestri o possibili modelli). Ma penso anche all’ultimo libro di Giorgio Vasta, Absolutely nothing, reportage sull’America che si confronta alla pari con analoghi reportage di Soldati e Cecchi, entro la storia  moderna delle “lettere italiane”.

1 Response

  1. Davide D'urso scrive:

    Grazie Filippo, per questo tuo intervento. Anche a me il libro di Ficara ha lasciato non poche perplessità. Capisco che districarsi tra i tanti, forse troppi autori della Narrativa italiana più recente sia un compito arduo e non sempre piacevole. E tuttavia, credo, si riveli necessario, per non dire doveroso, se s’intende sviluppare un’analisi del genere. Temo, invece, che Ficara, vista la qualità dei nomi citati, abbia trascurato la maggior parte degli scrittori più meritevoli. Hai fatto benissimo a richiamare l’attenzione su Vasta, e si potrebbero aggiungere altri nomi, naturalmente. Ma, a questo punto, mi sembra più interessante citare il lavoro di un suo allievo, Raffaello Palumbo Mosca che con L’invenzione del vero ha fornito una chiave di lettura del percorso compiuto dalla Letteratura italiana di questi ultimi anni di gran lunga più esaustivo. E cito un suo passaggio che mi sembra una risposta al ragionamento di Ficara intorno alla discontinuità: “…a differenza del recente passato l’innovazione – o la sperimentazione – [riguardano] oggi più la commistione di generi narrativi che non il campo della lingua. La tendenza […] fa capo a poetiche “della realtà” (e non – o non necessariamente – “realiste”) nelle quali la dimensione etica torna ad assumere un ruolo preponderante”.

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