A proposito di D’Annunzio. L’opinione di Giulio Ferroni

A partire dal libro che abbiamo pubblicato – a cura di Giordano Bruno Guerri – iniziamo una discussione su D’Annunzio sottoponendo ad alcuni intellettuali e studiosi un piccolo questionario.

Ecco le risposte di Giulio Ferroni

1 Quando Giordano Bruno Guerri  nella introduzione a Io, D’Annunzio elenca le vitalissime contraddizioni di D’Annunzio – lusso aristocratico e pubblicità popolare, carta scelta di Fabriano e bestseller, solitudine cercata e bagno di folla, meditazione francescana e orazione interventista, disprezzo per la politica e impresa di Fiume – vengono in mente le molte contraddizioni di Pasolini – estraneo alla società letteraria e smanioso di vincere lo Strega, l’Alfa metallizzata e le incursioni in borgata, promiscuità sessuale e tentazione della castità… – Ma secondo te in Entrambi c’è un cortocircuito decadente tra arte e vita? Eppure D’Annunzio  non avrebbe mai parlato della bellezza morale del Vangelo, come fa Pasolini…

Certo non è mancato chi qualificasse Pasolini come “dannunziano”: ed è vero che in lui c’è stato molto di “decadente”, specie per la totale identificazione tra arte e vita, per certo suo inguaribile estetismo. Ma Pasolini ha alimentato tutto ciò con un’immersione nella marginalità, con un senso profondo del proprio essere “diverso”, con una passione per l’“umile Italia”, con un porsi dal punto di vista degli ultimi, con la sua denuncia del potere, con la sua critica al neocapitalismo. Il suo narcisismo “decadente” ha avuto una forza critica che non ha proprio niente di dannunziano…

2 D’Annunzio anticipatore di mode e di estetiche, pubblicitario e stilista, annunciatore profetico del postmoderno (la classicità come parco a tema, il rifacimento), etc. Ma è così importante in arte anticipare?

Il fatto di “anticipare” non è di per sé dotato di rilievo estetico: ma da questo punto di vista l’interesse di D’Annunzio sta proprio nella sua funzione di “operatore culturale”, di manipolatore della comunicazione, di antesignano della “società dello spettacolo”. Certo è stato un esteta del riciclaggio, ancora barocco e già postmoderno, anticipatore di derive che abbiamo conosciuto poi più da vicino, con una genialità davvero “perversa”.

3 Mettendo troppo l’accento sul mito, sull’eroe spettacolare si penalizza l’attività poetica. Carlo Levi lo detestava, Pasolini e Moravia non lo stimavano come poeta, Berardinelli neanche lo menziona nei suoi Cento poeti, eppure l’influenza di D’Annunzio sulla lingua poetica italiana del ‘900 è innegabile –  Mengaldo insiste sugli aspetti metrico-ritmici, sull’uso sistematico del verso libero, sull’ossessione  per i termini sdruccioli(si pensi solo alle canzoni di Battiato!) – et.. ma per te fu vero poeta?

Grande esteta della parola, che certo è stato modello imprescindibile (per lo più contestato) nel primo Novecento: e ha scritto poesie formidabili, non solo e non tanto per la loro perizia metrica-ritmica, ma per la loro sensuosa espansione, per la proiezione di una posa personale in formidabili emblemi mitici. Ma la sua poesia è sempre minacciata dall’eccesso, dalle pose spettacolari, dall’esibizione di sé, che pure ne sostengono la tensione, l’inarrivabile profumo.

4 L’antologia riporta un articolo di D’Annunzio del 1900 che denuncia i «segni dell’incuria e della distruzione» e insiste sui « monumenti di bellezza attorno cui un popolo civile dovrebbe promuovere un culto perpetuo, cadere in rovina per incuria». Questo D’Annunzio sorprendentemente moralista, animato da impegno civile, critico della barbarie italiana, ti convince?

La cura per il patrimonio ambientale, per la bellezza d’Italia, era certo un dato del suo estetismo e del suo culto della classicità: ma verso ogni cosa egli si poneva con un ardore consumistico, con una volontà quasi rapace di appropriazione, che del resto egli manifesta esplicitamente, nei romanzi, nel teatro, nella stessa poesia. E non gli era estranea una attrazione per la barbarie, per la distruzione, in un vitalismo disposto a schiacciare tutto ciò che veniva ad opporsi alla espansione di sé. Non parlerei proprio di impegno civile: il suo è stato del resto un impegno nazionalistico e militaristico, messo in atto con grande coraggio e abilità, entro l’orizzonte culturale che ci ha portato al fascismo.

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