A proposito di D’Annunzio. L’opinione di Vito Moretti

1) Quando  Giordano Bruno Guerri elenca le vitalissime contraddizioni di D’Annunzio – lusso aristocratico e pubblicità popolare, carta scelta di Fabriano e bestseller, solitudine cercata e bagno di folla, meditazione francescana e orazione interventista, disprezzo per la politica e impresa di Fiume – vengono in mente le molte contraddizioni di Pasolini – estraneo alla società letteraria e smanioso di vincere lo Strega, l’Alfa metallizzata e le incursioni in borgata, promiscuità sessuale e tentazione della castità… –  Ma secondo te in Entrambi c’è un cortocircuito decadente tra arte e vita? Eppure D’Annunzio non avrebbe mai parlato della bellezza morale del Vangelo, come fa Pasolini…

D’Annunzio, ad una certa età, lasciò credere di essere visitato da Padre Pio e asserì pure di voler scrivere una “Vita di Gesù”, ma non saprei dire dove finisca l’abilità autopromozionale del Pescarese e dove inizi il vero! Certo, nella personalità complessa di D’Annunzio poteva starci tutto, come ci fu tutto. D’altra parte, il francescanesimo rientrava di frequente nei suoi orizzonti, salvo poi a trasgredirlo nelle inflessioni della lussuria e dell’estetismo, così anche lo spiritualismo non mancava di far capolino in molte sue pagine (e ne feci persino argomento di una lunga e “scandalosa” relazione in un’aula della “Cattolica”). Ma queste erano le contraddizioni di tutta un’età (una generazione, se si vuole) che, fra gli anni Ottanta dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento, ricercava la propria identità, senza poi né trovarla né tratteggiarla in maniera ragionevole. Per Pasolini fu una cosa assai diversa, che qui tralascio perché si imporrebbe un altro discorso e una serie preliminare di puntualizzazioni ideologiche e concettuali. I due avevano, del resto, personalità distinte e stimoli culturali di altra natura.

2) D’Annunzio anticipatore di mode e di estetiche, pubblicitario e stilista, annunciatore profetico del postmoderno (la classicità come parco a tema, il rifacimento), etc. Ma è così importante in arte anticipare?

Quando un poeta è autentico, cioè quando attinge alle proprie ragioni e ai propri stimoli, è inevitabilmente originale, con un bagaglio di espressioni e di eloqui che pertiene solo a lui e che può anche apparire anticipatore di gusti e, talvolta, di argomenti. Il falso viene quando un autore vuole essere originale a tutti i costi o quando si concede in maniera pedissequa ai dettami di una scuola. D’Annunzio fu maestro di stile perché fu (autenticamente) se stesso e perché fu in grado – piaccia o non piaccia – di portare sul foglio i tratti della sua inconfondibile personalità, al punto da fare dell’arte una pagina di vita (e viceversa). Altra cosa accade, invece, con il postmoderno, che non gode dei miei apprezzamenti.

3)   Mettendo troppo l’accento sul mito, sull’eroe spettacolare si penalizza l’attività poetica. Carlo Levi lo detestava, Pasolini e Moravia non lo stimavano come poeta, Berardinelli neanche lo menziona nei suoi Cento poeti, eppure l’influenza di D’Annunzio sulla lingua poetica italiana del ‘900 è innegabile –  Mengaldo insiste sugli aspetti metrico-ritmici, sull’uso sistematico del verso libero, sull’ossessione  per i termini sdruccioli(si pensi solo alle canzoni di Battiato!) – et.. ma per te fu vero poeta?

Fortunatamente quelli della mia generazione hanno avuto l’opportunità di leggere D’Annunzio senza le remore e i pregiudizi che hanno accompagnato la sua persona negli anni del dopoguerra. Per me D’Annunzio non si identificava più con l’interventismo, con il Fascismo, con la retorica del nazionalismo ma con l’autore del «Notturno» o con il poeta del «Poema paradisiaco» – che furono le prime due opere che lessi di lui – e poi con le «Laudi», con i romanzi, eccetera. In seguito ho compreso anche il ruolo di svecchiamento (o meglio, di europeizzazione) che egli svolse nella letteratura italiana, conducendola nei toni e nelle profondità del Decadentismo. Inoltre, fu maestro di stile, con un linguaggio che resta ancor oggi esemplare. Molti vi hanno attinto, anche se non riescono ad ammetterlo pubblicamente.

4) L’antologia riporta un articolo di D’Annunzio del 1900 che denuncia i «segni dell’incuria e della distruzione» e insiste sui «monumenti di bellezza attorno  cui un popolo civile dovrebbe promuovere un culto perpetuo, cadere in rovina per incuria». Questo D’Annunzio sorprendentemente moralista, animato da impegno civile, critico della barbarie italiana, ti convince?

Sì, mi convince, eccome! D’Annunzio, fin dagli anni dell’esordio, con le novelle e con i primi versi, mostra una notevole attenzione alla natura e agli ambienti paesaggistici, e anche nel periodo romano, con le cronache cosiddette «mondane», D’Annunzio difende spesso il patrimonio museale ed artistico. E lo fa, aggiungerei, da buon abruzzese che ha assorbito la lezione presente nel nostro territorio; e a questa lezione egli poi restò fedele fino alla fine. Nel «Libro segreto», infatti, si parla ancora – con ammirazione – dei monti, della sabbia marina (che egli portava sempre al tacco degli stivali), delle opere della natura e della bellezza in genere, assecondando uno stupore che gli anni non riuscirono mai a scalfire né a sciupare.

 

Vito Moretti, professore di letteratura italiana all’universitò di Chieti, è scrittore e poeta

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