Brexit 1 L’opinione degli scrittori di FRANCESCO LONGO

Cosa pensano gli scrittori della Brexit? Sul “Corriere della Sera” Paolo Giordano ha parlato a nome della sua generazione, restituendo la sensazione che fosse stata la prima ad aver scoperto l’Europa: “Eravamo i primi, infatti, a beneficiare della libera circolazione tra territori che prima erano separati severamente, e questa libertà ci veniva concessa da adolescenti, quando la misura interiore del mondo assume molte delle sue sembianze definitive”. L’autore della Solitudine dei numeri primi sostiene che la percezione di avere a disposizione un continente derivava per prima cosa da uno sconfinamento culturale: “Nell’epoca della vituperata Mtv generation — definizione odiosa all’inizio seppure crudelmente azzeccata e che, riletta oggi, pare rivestita di una strana nostalgia —, la Gran Bretagna era il propulsore principale della cultura giovanile europea, che molti di noi sentivano più nostra della nostra”.

Per Paolo Giordano la rottura delle frontiere è rappresentata prima di tutto dalla possibilità di un accesso a un immaginario e a un consumo culturale: “Mtv Europe era la Gran Bretagna. Le novità nascevano lì per poi diffondersi verso sud. I Radiohead, i Blur e i Massive Attack e pressoché tutta la musica migliore dell’epoca, Trainspotting e Sweet Sixteen e gli anni più ispirati di Ian McEwan”. L’uscita della Gran Bretagna dall’Europa equivale, per Paolo Giordano, all’amara percezione di un tradimento, al tramonto di una utopia, quella della Grande Europa.

Su “Internazionale”, lo scrittore Marco Mancassola ha raccontato sia il clima incerto, precedente al referendum, sia le reazioni dopo i risultati, ha descritto cioè il passaggio dal Regno Unito al “Regno disunito”. “lo sgomento che mi ha preso alla fine dello spoglio dei voti è stato, anzitutto, quello di un londinese”, ha scritto Mancassola. Si tratta di un italiano che vive a Londra da anni e che considera la scelta della Brexit un atto di autolesionismo del paese: “Chi, anche da sinistra, anche in Italia, saluta la svolta britannica come un passo necessario per smantellare un’Europa ingiusta e tecnocratica, dovrebbe spiegare come la brusca virata a destra del Regno Unito, un contagio di destre nazionaliste dall’altra parte della Manica, e un’altrettanto probabile successione di contraccolpi economici, aiuteranno il continente a diventare un posto migliore”.

Prima del voto, avevano giurato fedeltà all’Europa gli scrittori John le Carré, Ian McEwan, la scrittrice Hilary Mantel e altri artisti, sottoscrivendo una lettera pubblicata dal Daily Telegraph per mettere in guardia i cittadini britannici: “Abbandonare l’Europa sarebbe un salto nell’ignoto per milioni di persone che nel Regno Unito lavorano nell’industria della creatività”. Si era schierata con il remain anche J.K. Rowling, l’autrice di Harry Potter.

In seguito alla decisione di uscire dall’Europa, alcuni scrittori hanno espresso il loro disappunto. Robert McLiam Wilson, scrittore nord irlandese pubblicato in Italia dalla casa editrice Fazi, ha chiesto: “Scusate, potrei diventare italiano per favore?”.

“Brexit o non Brexit, è venuto per me il momento di diventare cittadino italiano?”, si è domandato il 22 giugno lo scrittore inglese Tim Parks sul “Guardian”. Parks vive da trentacinque anni in Italia e nel suo articolo, Brexit or not, is it time for me to become an Italian? prima del risultato al referendum, ha elencato pregi e difetti dell’Europa.  Dopo il voto, Parks ha scritto ancora di Brexit: “avrei votato per restare nell’Unione, ma non mi sembra uno scandalo che qualcun altro la pensi diversamente”. Nell’articolo pubblicato sul Sole24Ore, Parks ha lamentato l’assenza di un vero dibattito intellettuale tra favorevoli e contrari sull’uscita dall’Europa: “Era rassicurante sentire Ian McEwan che diceva che l’Europa comunitaria esprime il massimo della civiltà umana e che bisogna rimanerci a tutti i costi perché sarà l’Unione a salvare il mondo. (…) Ma mai, per quanto ne so io, abbiamo avuto occasione di leggere l’approfondimento di una persona sensata e autorevole che sosteneva la linea opposta”. Risultato? Pessimo per Parks, che ha condannato la convinzione che “chiunque voglia restarne fuori è un ignorante, un guastafeste, forse vittima di un bieco populismo. O peggio. E questa convinzione ha soffocato ogni dibattito. Non c’è nulla di cui parlare, se non forse della follia, l’arretratezza e la cattiveria di chi non condivide quest’idea dominante, di chi è contro la storia”.

Nonostante l’ideale di Europa come utopia di Mtv rimpianta da Paolo Giordano, è difficile non essere d’accordo proprio con Tim Parks quando scrive: “il peggior fallimento dell’Unione è che, con tutto il libero movimento delle persone (un diritto splendido), non c’è stato un minimo di avvicinamento culturale tra i vari paesi membri”. Ecco qualche esempio: “Leggiamo solo i nostri quotidiani nazionali, i quali, se ospitano un giornalista straniero, opteranno immancabilmente per un americano, un inglese o un francese. Mai un tedesco o un polacco, raramente uno spagnolo. Siamo rimasti in nazioni separate, ma vincolate da una volontà altrui. Accettiamo diktat sul debito da Bruxelles, ma leggiamo romanzi americani, guardiamo film americani, seguiamo le elezioni americane molto più attentamente che non quelle di qualunque paese dell’Unione”.

“Non fingo di interessarmi ai problemi dell’Europa”, diceva Carmelo Bene, “che cosa vuol dire sentire aria, odore di casa entrando in Europa, cos’è l’Europa?”, si chiedeva provocatoriamente. Forse, da un punto di vista culturale, la risposta ancora non c’è.

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