“Bruciare tutto” (su Walter Siti e altro) di Paolo Morelli

(nota redazionale: Intorno all’ultimo  romanzo di Walter Siti si è dissolto quasi subito il polverone nato da un intervento di Michela Marzano su “Repubblica”, violentemente contrario, ma involontariamente promozionale. Un simile, repentino  sgonfiamento non si era mai verificato prima, con analoghi  “casi” letterari lanciati sui media. Ci è sembrata una reazione sana. Come se i lettori avessero intuito l’artificiosità e pretestuosità dell’intera discussione. Su questo tema pubblichiamo un articolo di Paolo Morelli, che commenta la “pioggia di reazioni” seguita a quel primo j’accuse, e ci invita a vivere un po’ nascosti)

 “Vedere nudo un ragazzino per toccare Te, mio Dio”. Leggendo una frase del genere nell’ultimo libro del signor Walter-Siti-come-tutti a un lettore che fosse sul serio perverso verrebbe in mente una domanda: si sarà masturbato lo scrittore dopo averla scritta? A pensare a tutti i fessi che pagheranno per leggerla? E poi, il computer ne è rimasto danneggiato, inutilizzabile, sarà stato rimpiazzato e poi di nuovo impasticciato alla venuta sotto le dita che Gesù “incarnandosi si è aperto il costato, si masturbava, ha pianto”? E poi invece, una volta acquistato il capolavoro, è possibile e consigliabile utilizzarlo in proprio per la stessa faccenda, insinuandosi diritti più o meno a metà e, cautamente, stringendo fra le mani la copertina sgargiante?

Ma, hélas, non credo che tali rilevanti problemi a carattere critico abbiano toccato i cuori e le viscere dei recensori del sex-gadget in questione. Non che non abbiano le loro pulsioni, i loro bei inalberamenti, in fondo molti sono giovani e quindi dovrebbero trovar facili gli entusiasmi, ma di sicuro non sono abbastanza perversi, almeno in questo campo. A loro non piace farlo strano, non piace il sordido. Molti appartengono alla generazione della controriforma, anche in fatto di sessualità.

Quindi potrebbe esser vero che la prima a recensire il libro sulle pagine della Repubblica, anche se non proprio giovanissima abbia avuto un singulto, uno spasmo, si sia sentita rabbrividire, disturbare, sconvolgere, devastare dallo scandalo. Potrebbe. Lo diamo per vero. Sarebbe da vecchi bavosi pensare a un lauto compenso al riguardo, e ancora più perverso sarebbe ipotizzare che il compenso sia solo merce di scambio nel vasto traffico di influenze che tale quotidiano incarna, ingloba, compatta, distribuisce.

Quindi diamolo per vero, in camera caritatis. Così ora, liberi da cattivi pensieri possiamo dedicarci a una breve descrizione della pioggia di reazioni che ne è seguita, o bomba liquida, una fittissima gragnuola di recensori è infatti calata alla difesa del valore letterario del suddetto libro, proprio in quanto tale augusto avvaloramento ne avrebbe senza alcun dubbio mondato le pagine da quell’acre gusto di sperma che aveva intossicato la lanciatrice della prima pietra, quella dello scandalo. Sono stati pigiati decine di tasti per scrivere Gide, Thomas Hardy, Dostoevskij, Flaubert, Nabokov e, guarda un po’ il caso, Pasolini; e altre migliaia per coniare le “temperature torride del romanzo d’idee”, la “mano magistrale”, l’”energia artistica e visionaria”, la “lussureggiante foresta di scrupoli e ossessioni”, sempre ovviamente rintracciabili nel romanzo suddetto. Ma, soprattutto, si è andata scandagliando a destra e a manca la ricercata riflessione filosofica colà contenuta, vale a dire l’arrovello ben nascosto, su quello che passa per “paradosso etico classico: quale azione compiere se entrambe ci dannano”.

Quello che in effetti colpisce di tale subitanea, istantanea, anche più che solerte parata, è appunto il suo automatismo di stampo pavloviano, la fretta più da chiamata alle armi che da iniziazione, come se non si rispondesse all’istante ne andasse della propria appartenenza alla banda, come si trattasse di un rito da ripetere ogni volta tipo farsi una sega tutti insieme all’aperto, che chi non se la fa è fuori. È come un giuramento, l’adesione a un programma già scritto, la corsa a timbrare ogni volta da parte dei furbetti del libricino. Se do il mio contributo faccio parte della ganga e posso sperare la prossima volta di essere ripagato con la stessa moneta.

Cazzi loro!, potrebbe dire un osservatore dell’assembramento, non perché volgare o scanzonato, bensì per prendere in prestito per un attimo lo stile acuto da dark web che l’autore del libro dichiara di aver scandagliato molto a fondo, e del quale restano tracce indelebili fra le mirabili pagine.

Quelle che interessano invece sono le ricadute di una deboscia similare, del battage intendo dire. Esse sono assai evidenti ma non hanno a che vedere né con la pruderie né con lo scandalo. Proporre e promuovere con tale foga un libro non solo di grana mediocre ma disonesto in maniera a tal punto esibita ha almeno un effetto certo, quello di allontanare, anzi schifare i cosiddetti lettori forti, e questo con un intento certo inconsapevole (non possiamo chiedere ai suddetti recensori una consapevolezza che vada oltre il proprio tavolino) ma non per questo meno efficace. Quel che le statistiche dicono a mezza bocca infatti è che i cosiddetti lettori forti, che non siano a loro volta implicati della truffa, leggono sempre di meno le novità editoriali e, per puro disgusto tornano ai classici, è una cosa che chiunque può constatare. E non c’è nemmeno bisogno di sondaggi, basta vivere nel mondo, un luogo dove molti addetti al libro non passano volentieri. Se io per tutta una vita ho cercato una certa qualità nella lettura, poi mi trovo davanti a incensazioni esagitate di un libro del genere, grondante è il caso di dirlo di stupidaggini banali e becere allo stesso tempo (non si riesce a stabilire se più le une o le altre), goffamente sentenzioso e superficiale, reagisco per forza di cose isolandomi nel passato.

Qua nessuno è fesso al punto da non riuscire a fare confronti. Ogni residuo del clima di fiducia è stato sfasciato, rimane solo da elaborare una tattica per sviare l’effetto depressivo di libri scritti al solo scopo di assecondare l’istinto di morte di una società per lucrarci sopra e comprarcisi delle creme. La vexata quaestio infatti dovrebbe essere: quanto vale l’esibizione di miseria, la sua ostentazione oggi? Oppure l’altra: se l’Istat dice che non esiste più la borghesia, a chi gioverebbe mai questa sorta di accrocco marpione per épater les bourgeois?

Il lettore in balìa invece, sottoposto alla legge del must, il cliente, lui si che si sforzerà di trovare la grandezza, perfino nella rumenta o nelle mutande altrui, se costui è l’Autore così accreditato!

Tale infatti è l’incidenza di libri siffatti e dell’attività coatta, e perfino intimidatoria dei loro recensori: fare un deserto della letteratura, fare tabula rasa, bruciare tutto, e se se ne rendono conto o meno è cosa che qui non ci interessa (d’altra parte è bene ricordare che sono invariabilmente tutti democratici, quando non libertari addirittura). Sia che se ne rendano conto o no il risultato è che non si desiderano più i lettori forti, o semplicemente quelli che ritengono la lettura una cosa vivente per loro e per tutti, efficace, necessaria. Questi vanno scoraggiati, a favore di tanti lettori deboli, sottomessi, rassegnati, questo desiderano costoro per sopravvivere, ai quali potranno imporre le loro eiaculazioni precoci senza che nessuno fiati. Un deserto di servi sciocchi ma fidelizzati, pronti a sganciare la pecunia che serve agli affiliati alla banda per elevarsi, credono loro, augusti, lontani ma, sarebbe bene ricordarglielo, ignorati dai più.

Ecco quindi che questo libro si erge a suo modo a simbolo del piccolo malaffare a cui si vuole ridurre la letteratura in Italia, proprio come lo è tra gli imprenditori la sagoma umana che all’indomani del terremoto aquilano rideva al telefono. Non perché scandaloso nel senso sessuale quindi, semmai come riprova, ennesima, di qualcosa confezionato come se fosse parte della famosissima banalità del male, ma che di essa non riesce nemmeno ad avere un briciolo di drammaticità, di senso del tragico.

(La ‘storia’ contenuta nel libro è nota certamente, e come non potrebbe, ma ove non lo fosse trattasi delle vicende, tormentate almeno quanto rabberciate e rese inverosimili dalla mediocrità della scrittura, del prete pedofilo don Leo che alla fine si dà fuoco nel rimorso di non aver abusato del bimbo Massimo di anni dieci che gli si era offerto, bimbo che a sua volta si suicida a seguito del suo rifiuto. Come callida ciliegina sulla ‘torta’ l’autore ci mette in epigrafe la dedica a don Milani… Il titolo invece è l’unica cosa vera, ciò che ci comunica l’autore, l’intento profondo, quello di farla finita con la letteratura portandosi via tutto, come un ubriaco che sbraga portandosi dietro la tovaglia di tutti, con quello che c’è sopra. Gli dev’essere scappato…)

Tra nuovi Nerone al tempo dei social e un Mauro Corona che urla sbavando in tv: “Io sono come Robert Walser!”, Lathe biosas consigliava Epicuro, facendosi strada tra i recensori molto è meglio leggere nascosti…

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