Libri che vivono pochi giorni di ANDREA CATERINI

 

Vogliamo davvero che il mercato del libro torni a essere più umano (in Italia si stampano circa sessantamila libri l’anno)? Allora gli editori dicano agli autori i reali numeri di vendita delle loro opere (se ne avete vendute sopra le trecento, sappiate che è già un successo), e prima ancora di prenotazione (vi stupireste se vi dicessero che in tutte le librerie italiane ne sono state prenotate anche meno di cento?). Basterebbe questo a far smettere di scrivere la metà degli autori.

Non c’è dubbio che gli italiani leggono poco e quel poco molto spesso è suggerito dai canali d’informazione e comunicazione di maggiore risonanza. Del resto compiere una scelta autonoma e consapevole di lettura è divenuto sempre più difficile. I grandi gruppi editoriali rincorrono il mercato e il sistema di promozione e distribuzione del libro non riesce a sostenere le novità dei centinaia di altri piccoli e medi editori, che molto spesso non raggiungono neppure gli scaffali delle librerie. Ma gli editori si dicono: se non stampo molto (la promozione, a un piccolo editore, suggerisce di non scendere mai al di sotto delle venti novità annue) non faccio fatturato. Ma chiediamoci cosa sia effettivamente per un editore un fatturato. Un libro, prima della messa in stampa, si promuove, nel senso che l’editore prepara di quel prodotto delle cedole accattivanti, magari ne stampa un sedicesimo (un piccolo assaggio di lettura che il libraio non assaggerà mai – perché non ne ha il tempo) e le spedisce alla sua rete promozionale. La promozione gira il materiale ai suoi agenti, che con i loro faldoni pieni di materiale che non venderanno mai (ognuno di loro promuove dieci, quindici case editrici e molto spesso non ha la più pallida idea di cosa stia cercando di vendere), tartassano i librai ogni mese con centinaia di novità. Nel giro di un paio di mesi arrivano sul tavolo dell’editore i risultati delle prenotazioni – quasi sempre disastrosi. Ma il punto è che pure se di un libro, in tutto il territorio nazionale, se ne sono prenotate cento copie, significa che l’editore riceverà in anticipo il profitto di quel prenotato, come se il libro lo avesse già venduto. Già: come se. Cioè, pur non avendolo ancora stampato, il libro ha prodotto un utile, ma quell’utile non è altro che un prestito. Sì, perché delle cento, duecento, mille copie che l’editore stamperà, è molto probabile che la metà il libraio le mandi in resa perché non vendute (e allora, per l’editore, cominciano i costi di resa e quelli di magazzino, dove i libri restano a prendere polvere). E il libraio non potrebbe fare altrimenti, perché non possiede spazio a sufficienza per ospitare cento, duecento, duemila novità ogni mese nei suoi ripiani già sopra-stipati. Cosa succede, dunque? Succede che per non rimetterci, l’editore deve pubblicare ancora, e ancora, perché pubblicando aumenterà il fatturato, quel fatturato che è stata solo l’illusione di un momento. Di fatto però, sta solamente reiterando un prestito. È il classico gioco del cane che si morde la coda: prima o poi, o non sai più cosa stai rincorrendo, o crolli sfinito. Insomma, tutti sono responsabili ma nessuno è davvero colpevole. Il risultato è una moltiplicazione dell’offerta editoriale, con la conseguente scomparsa, quasi totale, dei progetti culturali.

Un’ipotesi, forse utopica, potremmo però sollevarla. Se gli editori – e mi riferisco ovviamente ai medi e ai piccoli – proponessero ognuno il proprio progetto culturale, ed editoriale, che possano presentare ai lettori con chiarezza senza avere l’ossessione (e la mania suicida) di imitare o concorrere con i grandi gruppi; e se gli stessi editori, forzando il sistema, riducessero le novità ma valorizzassero ogni singola pubblicazione, cercando di tenerla in vita più della solita manciata di mesi, se non di settimane, senza essere costretti a mollarla anzitempo nei magazzini, questo non permetterebbe di ristabilire un rapporto tra libri e lettori più consapevole (e più credibile) e di ripristinare una sanità del mercato editoriale?

(come contributo alla discussione sull’editoria pubblichiamo un articolo di Andrea Caterini  uscito poco più di un anno fa sul “Giornale”, e che l’autore ci ha gentilmente inviato)

4 Responses

  1. Armanda Capeder scrive:

    Quando nel ’76 pubblicai il mio primo romanzo le novità in circolazione erano pochissime, e anche gli autori più noti centellinavano le loro opere, vuoi perché dedicavano a ciascuna il meglio di sé con scrupolo e rispetto del proprio lavoro, senza fretta, vuoi perché giudicavano controproducente l’inflazione dei titoli, quasi una prova di superficialità.
    Poi, gradualmente, quando iniziò a illuminarsi il mito della giovinezza, la curiosità del pubblico di lettori fu abilmente alimentata da alcune operine scritte da fanciulle ansiose di fama e da giovinotti velleitari, revisionate e parzialmente rifatte da esperti promotori che le adattarono ai gusti delle nuove generazioni.
    Furono fuochi di fiamma che si spensero presto, ma ormai la scintilla aveva preso ad accendere ambizioni di cui i più non erano neppure consapevoli, e quasi tutti si sentirono illuminati dal sacro fuoco della scrittura.
    Data la mole dei proponenti, presagendo l’affare sorsero altrettante Case editrici, pronte a pubblicare a pagamento, aggiungendo le spese per l’editing, così ex correttori di bozze che nel loro lavoro avevano acquisito esperienza, o nuovi aspiranti esperti di letteratura trovarono il mezzo per sopravvivere.
    Ecco allora che presero a uscire valanghe di libri che pochissimi avrebbero letto, tranne parenti e amici più stretti, e quei poveretti che l’autore aveva quasi costretto all’acquisto, smerciando le copie acquistate direttamente dall’editore.
    Qualcuno mi ha riferito di essere perfino riuscito a rifarsi dalle spese e a ottenere un piccolo guadagno, ma con questi sistemi si uccide la letteratura, con carta stampata che riempie inutilmente le librerie domestiche.
    Perché per scrivere bisogna avere qualcosa da dire, esperienze ed emozioni da trasmettere con cui coinvolgere il lettore permettendogli di riconoscersi in un altro da sé, e vivendo quella -second life- che qualcuno ritiene utile per trovare una via di salvezza dalle proprie delusioni.
    Inoltre occorre far entrare nella testa della gente che scrivere è una professione che richiede una seria preparazione, studi profondi, esperienza, dedizione, sacrificio e poi, non ultimo, un dono innato, una formazione mentale che se non c’è, è inutile inseguirla con fini disdicevoli quali la fama e l’arricchimento.
    Ogni tanto accade che qualcuno possieda davvero -il dono-, e allora le sue possibilità non resteranno nascoste. Esca allo scoperto, frequenti le persone giuste che condividono la sua stessa passione, si faccia riconoscere ed è così che i suoi talenti saranno notati. Tutto il resto è solo nebbia che oscura la vita.
    Gli scrittori seri potrebbero ottenere qualcosa per risanare l’ambiente ormai drogato, dicendo la verità nell’ambito della narrativa, e chissà che non riescano a convincere qualcuno a desistere, risparmiando illusioni e denaro mal speso.
    Tra l’altro, i recensori dovrebbero essere più cauti nello sprecare elogi spesso mal riposti: nulla fa più male alla letteratura che la delusione dinanzi a testi in cui le parole di lode generano disagio e fanno dubitare della propria capacità di giudizio, o suggeriscono una presa in giro tra addetti ai lavori.
    Possono servire le mie riflessioni, ammesso che qualcuno abbia voglia di leggerle? Forse sono servite solo a me, per concretizzare pensieri che mi tormentano e che vagavano disordinati in mezzo alle macerie di una storia letteraria tanto amata.

  2. maurizio selvatico scrive:

    Analisi tremendamente perfetta che condivido nella sua totalità. Mi permetto di aggiungere che la colpa è da ascriversi interamente agli autori che incoraggiano o spesso illudono un aspirante scrittore. Se le case editrici riprendessero un serio lavoro di valutazione, senza aprire una pagina a caso, ma comprendendo il senso e il messaggio che un libro vuole esprimere (ovviamente sintatticamente e grammaticalmente ineccepibile), forse sugli scaffali delle librerie potremmo ricomnciare a vedere delle opere che hanno un contenuto e una sostanza universale.

  3. Andrea Laiolo scrive:

    In sostanza l’estensore di questo bellissimo articolo suggerisce l’idea che la media e piccola editoria dovrebbe imitare l’editoria grande nell’intraprendere la promozione delle novità, ma non imitarla nell’eccesso di produzione. L’ideale, che in passato si è realizzato, di una editoria che sia contemporaneamente impresa commerciale e progettazione culturale è oggi lontano dall’essere raggiunto: è il consumo a plasmare anche questa realtà produttiva. Auspicabile è proprio la creazione di una rete comunicativa tra lettori ed autori, che sia appannaggio di una editoria non ancora sclerotizzata che guardi ai modelli del passato e sia disposta ad investire in questo senso: insomma dotata di una intraprendenza che non è più concessa al sistema dominante, il quale ha intrappolato sé stesso, al contempo vittima e promotore di un mercato autofagocitante. Ma da dove partire? Con quale azione efficace?

  4. Giulia Abbate scrive:

    L’analisi la condivido e i meccanismi illustrati sono quelli esistenti per cui c’è poco da discutere. E che i piccoli / medi editori spesso non abbiano un progetto e rincorrano invano i grandi è un altro problema ben inquadrato. Chiedere solo a loro un cambiamento, per un grande problema causato soprattutto dai grandi non mi pare però risolutivo.
    Forse sbaglio ma ho sempre pensato che tutto il sistema del contovendita sia una truffa: il libraio come qualsiasi altro negoziante dovrebbe cacciare i soldi e acquistare la merce che poi rivende. Ecco, secondo me questo sarebbe un buon passo sulla via della sanità :-)

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