Creare è copiare? Considerazioni di Daniela Matronola, dannunziana controvoglia

Il caro amico Filippo La Porta mi ha richiesto un intervento estemporaneo, del tutto non programmato quindi, su D’Annunzio, e io non mi sono sottratta, né mi sono fatta troppo pregare. Per ragioni come sempre personali. Anzi, direi, private. Gli sono pure grata (al fraterno amico Filippo) perché mi ha presentata come poeta: sono anni che scrivo prosa d’invenzione, eppure Filippo sa che il mio approccio alla letteratura è un ‘assalto poetico’, che per me il lavoro sulla scrittura, sullo stile, sulle risorse della lingua è centomila volte più centrale del ‘cosa’ narrabile, o meglio nascono insieme, stanno abbracciati in una stretta vitale. Dunque martedì scorso, 31 maggio, alla Casa delle letterature, ho preso parte alla non affollatissima e ben frequentata presentazione di un libro raffinato: IO, D’ANNUNZIO, curato da Giordano Bruno Guerri, da otto anni presidente del Vittoriale, il sontuoso borgo fatto costruire da Gabriele D’Annunzio a Gardone Riviera (BS), dove il Vate (così autodesignatosi subito dopo la morte di Giosuè Carducci) ha trascorso i suoi ultimi 17, anch’essi rocamboleschi, anni di vita.

Il libro, molto prezioso, accurato, elegante, è stato tirato in un’edizione limitata in mille copie numerate dall’editore  Enrico Damiani, bresciano: raccoglie passi e aforismi dal vasto repertorio poetico drammatico e prosastico di D’Annunzio, e include anche un prezioso DVD in cui Giordano Bruno Guerri declama il D’Annunzio più potente o noto.

Presenti anche alcuni ottimi scrittori, da Simonetta Sciandivasci, brillante presentatrice insieme a Guerri e La Porta, a Giuseppe Scaraffia, Vito Bruno, Paolo Morelli; e la moglie dell’editore, Elena Damiani, ora curatrice in toto della casa editrice.

La mia prima reazione all’invito di Filippo a intervenire è stata un po’ nervosa. Mi sono precipitata a dichiarare il mio rapporto di amore e odio con il poeta-Vate: subito però ho sentito anche una stretta al cuore. Perché ho abitato quasi trent’anni in via Gabriele D’Annunzio, a Cassino, la mia città, raccontata anche in un romanzo che spero esca (ho anche concepito un ritratto di Cassino, mia personale frontiera, come di una ‘città sul filo’). Così ho incominciato raccontando una cronachina scolastica privata: il giorno prima del colloquio orale dei miei ‘esami di maturità’, come con enfasi erano detti gli esami di stato allora, proprio a metà pomeriggio, mi resi conto di non aver ripassato D’Annunzio! E subito mi prese il terrore, oramai mia condizione costante, che la mattina dopo il commissario di Italiano scorrendo i miei dati personali avrebbe scoperto che abitavo in via D’Annunzio e me lo avrebbe chiesto! Così sfogliai ‘Il Piacere’ e mi sembrò di vedere quelle pagine per la prima volta in vita mia, poi tornai su ‘La pioggia nel pineto’ e non ritrovai più le numerosissime sinestesie, sentivo solo un confuso scosciare, e annegai in un pianto di panico rabbioso… tutto si fece acqua!

Anche la critica che si esercita su D’Annunzio dopotutto è una specie di presa liquida.

Ripenso a certi passi del romanzo, Il Piacere, al racconto di Roma, allora così diversa, non meno caotica, ma ancora in salvo dal dilagare della sporcizia unta e della colpevole incuria: ma come fanno i romani a tenere pulita Roma e a salvarla da tutto ciò che la sporca e la deturpa se Roma, così grande, agita il proprio corpaccione come un’anguilla, e non si lascia domare? Roma è una donna cannone irriducibile! Un problema che nel romanzo di D’Annunzio non c’è ancora. La Roma di D’Annunzio fa pensare al ‘Fauno di Marmo’ di Hawthorne, ai ‘Racconti Italiani’ di Henry James, al quadro di John Singer Sargent, ‘Roma, Villa Borghese’. La Roma di D’Annunzio è contemplativa!

Così mi vengono in mente due nomi: Massimo Troisi e Paolo Sorrentino.

Rido di cuore tutte le volte che ripenso a un passaggio-chiave di quella piccola opera d’arte che è il film di Massimo Troisi, ‘Pensavo fosse amore e invece era un calesse’: è fidanzato, prossimo sposo, con Francesca Neri, e mentre tra i libri si scambiano giuste effusioni Massimo mormora qualcosa, allora Francesca si scosta con fastidio da lui e gli chiede, “Elena chi? Dimmi chi è questa Elena!”. Ecco qui Massimo Troisi cita da un noto passaggio di ‘Il Piacere’ in cui l’impenitente Andrea Sperelli, mentre sta in effusioni con Maria, per errore nomina Elena (Muti): patatrac! Poi penso a ‘La Grande Bellezza’ di Paolo Sorrentino, che celebra la bellezza di Roma, i suoi fasti incrollabili che andrebbero preservati svuotando la città da umanità e mezzi, cercando di suggerire ancora quella ‘idea contemplativa’ di Roma che era di certi ‘smorti stranieri’, specie americani, dell’ Ottocento: in quel film, il cuore propulsore non è questo platonismo ma la figura dello scrittore, mondanizzato e in declino – è questo il vero ‘dannunzianesimo’ espresso da Sorrentino in quel grandioso film, la crisi della figura dello scrittore, cominciata con D’Annunzio e col suo indulgere nella mondanità. Dopotutto D’Annunzio, come Oscar Wilde, è stato il primo scrittore-divo, dedito alle cronachine rosa e alla pubblicità: come Wilde era ottimo conversatore e creatore di aforismi imbattibili, così D’Annunzio era frequentatore assiduo dei salotti mondani, era altrettanto imbattibile plasmatore di slogans pubblicitari, coniatore di formule e etichette (vedasi ‘La Rinascente’), ‘fabbro’ di versi e definizioni. Qui forse cade o s’indebolisce la maggior accusa rivolta a D’Annunzio – d’essere solo uno scopiazzatore. Si dice che abbia copiato soprattutto i francesi, i simbolisti, ma è o non è un grande decadentista, in comunicazione proprio tramite il romanzo, ‘Il Piacere’, con ‘Il ritratto di Dorian Gray’ di Oscar Wilde e con ‘À rebours’ del belga Huysmans? Il suo Andrea Sperelli come Dorian Gray e come Des Esseintes è un perfetto dandy, esempio di personaggio in cui l’autore s’acquatta e si incammina verso la propria naturale crisi come ‘sacerdote’ di una nuova antropologia sociale. E poi non era, la Roma del suo romanzo, come poi accade nei grandi romanzi modernisti, più che una ‘quinta’, l’unica scena possibile, il fattore esponenziale, l’indice, la metonimia del sotterraneo decrepimento in atto? Vestigia classiche, sontuose, destinate a frangersi.

E dopotutto non erano, i suoi, anche gli anni nei quali T.S.Eliot, nei saggi critici, in ‘Tradition and the individual talent’, per esempio, o in ‘The Sacred Wood’, suggeriva il ‘metodo mitico’ come miscellanea di presente e storia o mito, e indicava in ogni nuovo poeta l’ultimo avanzatore della frontiera della poesia il quale andava a ingrossare il corpo vivo, l’organismo vivente in costante metabolismo, della letteratura del mondo?

E poi Gabriele D’Annunzio riprende un uso classico –la contaminatio–, stratagemma antico per trasmettere le storie, immenso patrimonio poetico mitologico e leggendario, ripetendolo e allungandolo o variandolo per un dettaglio, per una svolta, con poche sapienti modifiche. Di Sir Geoffrey Chaucer si può dire che era un copione? Fu intanto un traduttore, e poi importando la voga italiana della novellistica riprese l’idea della cornice dal Decameron boccacciano ma creò un’opera originale ritraendo personaggi borghesi con svelti distici buffi, forgiati nel verso inglese per eccellenza, che fu poi shakespeariano, il pentametro giambico: significa copiare? Finisco paladina del Vate!

1 Response

  1. filippo la porta scrive:

    Cara Daniela, diventa ancora più intrigante fare outing stilistico e dire – ciascuno di noi – chi ha copiato e saccheggiato di più…Io ho cominciato a scrivere articoli e piccoli saggi su rivista nei primi anni ’80, i miei modelli erano Fortini e Cases, e più in là Pasolini. Una volta ricopiai, di Fortini, un intero giro della frase (sia la forma che il contenuto), mentre di Cases tentavo di riprodurre lo spirito sarcastico e satirico un po’yiddish. Infine di Pasolini volevo riproporre il tono a volte perentorio, la capacità di sintesi poetica. Quando poi ho cominciato a scrivere recensioni il mio modello, un po’ segreto (perché era considerato politicaìmente troppo conservatore) fu Pampaloni l’Infallibile, la trasparenza della sua prosa. E credo, alla fine, che sia meglio copiare l’onesto, sobrio Pampaloni, che il sublime, vertiginoso, liricheggiante Agamben…

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