E La Porta risponde a Fertilio

Dico subito che condivido le motivazioni dell’intervento di Dario Fertilio ma non lo sviluppo dell’argomentazione. E poi quando si lanciano “manifesti” e si aprono polemiche culturali sul presente secondo me occorre fare qualche nome, anche solo per orientare i lettori.

Fertilio se la prende – giustamente –  con l’attuale estetica della dissacrazione incapace di strappare un significato al mondo, con il manierismo del negativo, con l’arido  narcisismo delle avanguardie, e  usa  Mircea Eliade per dirci  che il recupero del sacro ci permette di individuare meglio cosa è davvero “reale”. Infine auspica la nascita di una corrente “neosacra”, che metta al primo piano l’emozione estetica, che ridimensioni la paura paralizzante della morte e ci mostri la natura come fonte di gioia e mistero (e, come ho detto, peccato che non citi un solo romanzo contemporaneo, in positivo o in negativo, un saggio, un libro di poesia, un quadro, un film, o anche gli eventuali “cattivi maestri”: a volte stento a capire a  chi si riferisca). Credo che questo intervento abbia il merito di cogliere una sensibilità diffusa e di esprimere un  punto di vista limpido, non ambiguo, insomma di schierarsi. Non si tratta di una posizione retriva o pateticamente anacronistica, non configura una melensa New Age italiana. Nelle sue parole sento riecheggiare  quelle di David Forster Wallace contro l’ironia come stile del mondo e obbligo sociale (l’invito ossessivo  a non prendere mai niente sul serio: per dire, da Arbore a Fabio Fazio). Così lo scrittore risponde a una domanda: “L’ironia  e il cinismo erano esattamente la reazione che ci voleva all’ipocrisia americana  degli anni Cinquanta e Sessanta…il sarcasmo, la parodia, il ricorso all’assurdo sono ottimi modi per strappare le maschere e mostrare la realtà sgradevole che c’è sotto… ma a quel punto che si fa?” (Un antidoto contro la solitudine). Proprio Foster Wallace, che meglio di chiunque altro ha saputo tradurre in uno stile e in una struttura narrativa la nostra esperienza contemporanea, così “dislocata, frammentaria, ingarbugliata, disturbata”, ci ricorda che la letteratura non deve limitarsi alla   diagnosi  sulla inabitabilità del mondo ma anche  “mettere in luce la possibilità di viverci dentro da veri esseri umani”.   Ma proprio qui nasce il mio dissenso da Fertilio. Trovo che il suo articolo soffra di  un eccesso contenutistico. La buona letteratura non consiste  aprioristicamente, né di buoni né di cattivi sentimenti,  né di personaggi demoniaci o   personaggi  in odore di santità, ma – direi – di uno sguardo sulla realtà, ed è uno sguardo fatto di stupore, di purezza, a volte di crudeltà e a volte di pietas. Sguardo che sempre si traduce in linguaggio.

Cos’era il sacro per Pasolini, lettore di Eliade? Alla fine coincideva con la realtà stessa, o, più  precisamente, con la realtà vista da una certa prospettiva, per cui, cito da Eliade, “un oggetto qualsiasi diventa un’altra cosa, senza cessare di essere se stesso”. E’ il rapporto di ogni oggetto(un albero, una pietra), di ogni  nostro atto, anche quotidiano(alimentazione, sessualità),  con il tempo ciclico della natura,  con il cosmo e le sue leggi imperscrutabili, con il movimento stesso della vita, con una dimensione trascendente e  al tempo stesso immanente. Una  esperienza che ciascuno di noi può fare, per quanto si tratti di un’esperienza “preculturale”, e che in un certo senso ogni volta ricrea  il mondo. Pasolini ebbe una esperienza di questo genere  in Friuli da adolescente, a contatto con la lingua arcaica e materna, dunque fin dall’inizio il sacro gli appare legato al linguaggio. E qui veniamo al punto. Quello sguardo sulla realtà, che precede i cattivi e buoni sentimenti, si converte  anzitutto in un linguaggio,  e aggiungo in un linguaggio poetico, sia esso straniante o realistico, in una qualità dello stile, che a sua volta deriva da una chiarezza di visione (sempre Pasolini parlando proprio della famigerata poesia su Valle Giulia disse che era brutta perché lui non aveva in quel momento le idee chiare…).

Il problema consiste non tanto nel fare esperienza di qualcosa  quanto  nel trovare le parole per dirlo. Provo allora a fare qualche nome io.  Una lingua capace di dire il “sacro”(o di ragionare sul “sacro”), inteso come percezione di una alterità misteriosa nascosta nel cuore del quotidiano, come qualcosa di terribile e familiare, di sublime e domestico –  e anche come reazione alla deriva nichilista (mi scuso per la  formula un po’ corriva) –  dove possiamo cercarla oggi? Beh, almeno in prima battuta direi più in certe pagine di Agamben(non quello “politico”!) che negli editoriali sempre troppo  edificanti, eticamente supercorretti  di Claudio Magris, più  nella desolazione  delle periferie che ritrae Moresco che nel Kitsch mistico-teologico di Erri De Luca, più nei versi di Anna Maria Carpi  (la poesia dedicata a Giuda) e di Paolo Febbraro (il quale  sa che l’essere umano è “indurevole”, eppure scrive: “Parliamo anche del nulla/ma parliamone male”) che in quelli di Davide Rondoni(esposti a una retorica del Positivo e del Celebrativo), più in certi romanzi bui, terminali di Andrea Carraro che nella autobiografia certamente sincera ma piattamente lacrimosa di Gramellini.

 

 

1 Response

  1. Andrea Carraro scrive:

    Molto stimolante questo dibattito sul sacro: lo sto seguendo con molto interesse. Ringrazio Filippo La Porta di avermi citato nel suo intervento. Mi riconosco molto nell’idea che il sacro sia in qualche modo annidato nel “quotidiano” e non vada necessariamente cercato in esperienze estreme.