E ora tocca alla Tunisia e…agli Italiani

Il drammatico attentato di Tunisi ha finalmente messo in allarme anche l’Italia, solo perché nella tragedia provocata dai killer dell’Is sono stati coinvolti anche nostri concittadini. Lo avevamo detto, l’Italia comprenderà quanto è pericoloso avere di fronte alla porte di casa una serie di stati falliti ed in particolare la Libia, diventato novello Afghanistan, solo quando a cadere sotto il piombo dell’Is saranno gli Italiani. Con la solita leggerezza possiamo far finta di non capire che ci riguarda anche quanto accade in Yemen o in Nigeria, ma non possiamo chiudere gli occhi dopo il massacro di Tunisi, vicino al territorio italiano, anche se non proprio tra le nostre mura domestiche. Solo per questo che non è ancora divampato il panico. Chi scrive ricorda bene come, durante le Guerre del Golfo e quelle nei Balcani, la gente avesse preso d’assalto i supermercati per prepararsi a resistere…a cosa? Dopo l’11 settembre per molto tempo metropolitane, treni, luoghi pubblici furono disertati. Suggestione e panico di chi non è mai preparato a quanto è invece del tutto prevedibile. Come è presumibile un futuro attentato sul territorio nazionale. Intendiamoci, sia le attività di prevenzione sia quelle di deterrenza e di reazione sono relativamente efficaci. Ma se il Regno Unito da anni convive con la minaccia del terrorismo, se la Francia è corsa ai ripari dopo la strage di Parigi anche l’Italia avrebbe potuto iniziare a prendere precauzioni e ad informare e sensibilizzare la popolazione. Le cui segnalazioni, unite ad un più elevato livello di attenzione, possono spesso sventare pericoli o almeno garantire una risposta efficace dopo aver subito un attacco. E si che abbiamo vissuto la stagione del terrorismo, quello politico, negli anni ’70 ed ‘80.

La percezione della reale gravità del nuovo pericolo è ancora minima , il termometro lo forniscono al solito i talk show popolari: la strage di Tunisi non tira, piacciono di più (ma a chi?) le vergogne della politica nazionale o la cronaca nera o il calcio. Anche i quotidiani sono pronti a relegare le questioni sicurezza e terrorismo alle poche pagine degli affari esteri.

La sicurezza interna ha ovviamente drizzato ancor di più le antenne, mentre si sta aumentando la sorveglianza nel Mediterraneo, con un dispositivo aeronavale nazionale. Bene ha fatto il Ministro Pinotti a sospendere la partecipazione italiana alla missione NATO ACTIVE ENDEAVOR che da anni pattuglia le lontane acque africane e del Golfo di Aden in chiave antipirateria. Restiamo però nella analoga missione ATALANTA della Unione Europea, perché con lo stop alla presenza nella missione NATO mandiamo un messaggio alla Alleanza, che, come abbiamo visto pensa solo a fronteggiare la Russia. Ma se la NATO non ci aiuta, bisogna aiutarsi da soli o trovare partners. L’Is ha tutte le intenzioni di destabilizzare anche la Tunisia, l’unico Paese che era uscito quasi indenne, a fatica, dalle suggestioni della Primavera Araba e dai rischi di finire in mano agli estremisti. Le elezioni dello scorso anno hanno avuto un esito favorevole ai moderati, ma questo non vuol dire che gli sconfitti non tenteranno di rovesciare il governo e le sue istituzioni, la cui debolezza è emersa una volta di più. Certo, occorre aiutare la Tunisia, con un pacchetto “comprehensive”, ma nel breve e medio termine le esigenze primarie sono quelle della sicurezza. Il Paese tutto è tranne che sotto controllo. Serve una missione di FID, Foreign Internal Defence, che superi ed espanda quello che già si sta facendo. Non c’è un momento da perdere, serve uno sforzo massiccio per evitare di perdere anche la Tunisia. Dalla vicina Libia i campi di addestramento sfornano centinaia, migliaia di combattenti ed aspiranti terroristi, che hanno mille opportunità per colpire bersagli civili, strategici e non.

Non possiamo far finta che la Libia non esista. Se non risolviamo i problemi della Libia, quei problemi diventeranno i nostri. C’è la questione della protezione delle linee di comunicazione marittima, delle installazioni petrolifere in mare e a terra dell’accesso alle risorse energetiche etc. ed anche un problema crescente di sicurezza tout court. Per fortuna abbiamo il Mediterraneo che costituisce una ostacolo naturale, che si può pero aggirare o comunque superare.

A proposito di Libia, i giorni passano ed ancora l’accordo tra le fazioni auspicato dalla comunità internazionale e dall’ONU non si vede. Anzi, le forze di Tobruk sono all’offensiva e a parlare sono le armi, non i negoziatori. La vittoria di una delle fazioni è un modo come un altro per arrivare alla unità nazionale. Ma qualche successo non basta per ottenere un pieno controllo.

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