La Porta intervista Paolo Febbraro

1 Perdonami, ti chiedo quello che sempre chiedono a me per la prosa, e cioè di dirmi qual è lo stato delle cose nella poesia, se rispetto anche solo a dieci anni fa  si è formato un mercato e un pubblico, per quanto limitato, della poesia (il fatto di non averlo la rendeva un po’ “irresponsabile”), e se come caratteristica della nostra produzione poetica resta un elemento di pluralismo, di forte diversificazione (neometrici, orfici, crepuscolari, espressionisti, ludici, cerebrali).

Ti rispondo come può farlo un poeta e saggista, non un editore o un sociologo. Non ho idea se esista un pubblico della poesia. So quello che vedo: sono stato recentemente a due festival letterari rilevanti e in entrambi i casi ad ascoltare noi poeti c’era un pubblico che numericamente definirei “medio”, 40-50 persone, forse più. Tanto da riempire una bella sala, con qualche posto vuoto. Ma d’altro canto, il Festival di Mantova non so quanto spazio dia alla poesia. Certo, gran parte del pubblico ascolta e poi non compra i libri, cerca su internet, legge quel che trova e si fa un’idea. La lettura integrale di dieci o venti libri di poesia all’anno resta la prerogativa di alcune centinaia di persone, forse mille. Quindi direi, in modo puramente empirico: un mercato no, ma un pubblico c’è, legato agli “eventi”, non limitatissimo, ma poco profondo.

Sulla diversificazione sarei drastico: l’unica differenza che conta è quella fra i poeti bravi e quelli non bravi. Le tendenze vanno sbiadendo: è quantitativamente egemone un ron-ron intimista-cronachistico che vorrebbe essere “poesia di esperienza” ma è privo di una musica portante, di spessore figurale. Spesso, è di una noia mortale. Ma c’è anche qualche postremo lampeggiamento oscuro, iperlirico, che vorrebbe essere intenso ed è evasivo.

2 La critica della poesia. Spesso improvvisata, casuale, non attendibile. Le famose quarte di copertina firmate, probabilmente per ragioni “alimentari”, da poeti importanti (quarte generiche, che non impegnano mai davvero chi le ha scritte).

Se parliamo di un’attività critica durevole e ispirata a dei criteri, a delle scelte di poetica, a una visione della Poesia, e non di semplici e occasionali recensioni, a esercitarla siamo rimasti in pochi. E purtroppo, credo che la quasi totale assenza di interlocuzione critica sia un fattore di debolezza per noi poeti. Quasi nessuno ci dice dove sbagliamo, dove possiamo crescere. Non c’è attrito, e se non coltiviamo dentro di noi l’habitus dell’autocritica, dall’esterno non giunge che qualche pallido, indiscriminato e generico segno di plauso; qualche semplice attestato di esistenza, come ad esempio l’invito a un festival letterario. Cosicché posso immaginare che davanti a una recensione non del tutto positiva, o non soltanto rituale, il poeta in questione provi stupore, ancor prima che disappunto.

Mi auguro una forte ripresa delle imprese antologiche, che da una decina di anni sono latitanti. Servirebbero una, due, tre antologie autorevoli per fare chiarezza e muovere interrogativi sulla poesia di oggi.

3 Il problema dei nostri poeti è ancora quello di riuscire a dire qualcosa, come osservava Berardinelli tanto tempo fa (il quale provocatoriamente invitava a scrivere una poesia che reggesse il confronto con un buon articolo di giornale, quanto a limpidezza, energia retorica, espressività)? Strano destino quello della poesia: dovrebbe dire l’essenziale ma spesso non dice nulla.

Il problema di molti nostri poeti è che hanno poca energia, insufficiente onestà con sé stessi, forse anche una scarsa conoscenza dell’arte che praticano. Molti non pensano abbastanza, non sanno chi sono o chi dovrebbero essere. L’essenziale, come dici tu, che i poeti dovrebbero esprimere, spesso è composto di piccole cose, di uno sciame di particolari che si pretendono significativi. Molti poeti, anche sinceri, parlano di sé con uno sminuito lirismo, o si gonfiano in miti immeritati, insostenibili, compensatori. Ma qui in Italia sono in pochissimi a farlo notare loro, e torniamo alla crisi della critica. Mi sembra che da anni stia accadendo questo: si dà vita a una vasta fascia di prodotti poetici di fattura dignitosa o accettabile, ma incapaci di imporsi davvero. E i pochi poeti che arrivano a una certa notorietà – vedi il caso di Alda Merini – la devono a fattori estrinseci. Il libro di poesie è diventato da tempo un oggettino molesto e sciocco, da trascurare a priori. Perché? Perché in Italia si fanno scelte editoriali a volte incomprensibili. Abbiamo un problema di credibilità, come in quasi tutti i settori. In compenso, c’è una positiva attenzione ai più bravi poeti stranieri. Traduciamo molto e bene. E questo non è un elemento trascurabile, in quella che potremmo chiamare una residua “civiltà poetica”.

4 Esiste una affinità tra poeti e saggisti, entrambi ossessionati dallo stile, più del romanziere?

Pur facendo entrambi i mestieri, non so se potrei definirmi come “ossessionato dallo stile”. Sul romanzo non mi esprimo, perché ho il difetto di trascurarlo assai, almeno quello italiano e contemporaneo. Ma poesia e saggistica, nelle loro differenze, forse condividono la necessità dell’esattezza. Per entrambe, il massimo è riuscire a essere fluidi e naturali pur esprimendosi con parole assolutamente inamovibili.

5 Che senso ha oggi il concetto di sperimentazione in poesia e in quale direzione si esercita? Verso l’informalità o più verso il teatro?

Mi sembra che gli “sperimentalisti” stiano andando verso quello che loro considerano il “superamento” del verso: dunque verso la prosa. Tanto è vero che non compongono più poesie, ma – appunto – scritture, quadri scritti. Al riguardo, mi ritengo informato, ma resto pochissimo partecipe. Hanno preso della poesia solo una grossa quota di arbitrio musicale (la poesia non è la musica!).

6 Ritieni che il linguaggio della poesia sia una lingua speciale (allusiva, metaforica, o magari non comunicativa, etc.) o pensi che sia composta della stessa materia della lingua quotidiana? La tua lingua poetica si allontana molto da quella d’uso? E ancora: diresti che si differenzia da quella prosastica per l’aspetto fonico-ritmico? A me sembra invece che la lingua saggistica che usi nel tuo L’idiota ha ritmo e “prosodia” come un testo poetico.

Grande tema, non esauribile in poche righe. Posso dire che in principio l’uomo creò la poesia, ovvero la metafora e le altre figure retoriche, il ritmo memorabile, la densità oracolare, la lucentezza prestigiosa delle cose dette. La poesia è nata anche come tentativo di ordinare il mondo, nominandolo con precisione e controllando la sua violenza. Si trattava di ammansire la Natura tramite il ritmo e l’abilità costruttiva, di sposare prodigio umano a prodigio naturale. Fare una poesia, immagino, non doveva essere diverso dal costruire un ponte: occorrevano giusta connessione di materiali, resistenza al passaggio, affidabilità nel concedersi di osservare il fiume tempestoso al di sotto. La prosa è venuta dopo, per esprimere le sottigliezze di una psiche complessa o le avventure quotidiane di persone non eroiche. Se è così, la poesia non è un linguaggio speciale, ma connaturato al bisogno di comunicare per conservare informazioni importanti; piegato alla nostra fragilità di uomini che devono addomesticare e dare ordine ai sentimenti che sorgono quando noi incontriamo il mondo. Nei veri poeti è rimasto, persino oggi, questo “orecchio” iniziale, che è più antico e potente del loro stesso Io. Se un allontanamento è avvenuto, è stata la lingua “quotidiana” a staccarsi da quella poetica, non il contrario. Poi, col Romanticismo e col Decadentismo, c’è stata la famosa frattura fra il poeta e il pubblico: il primo è andato verso una sempre maggiore “spacializzazione sperimentalistica”, l’altro è stato assorbito dalle astute seduzioni della cultura di massa: tempo libero, industria dello spettacolo, sport. In Italia è stata ed è scarsamente presente una fascia media di lettori forti ed esigenti, capace di promuovere negli scrittori una raffinatezza accessibile e dialettica, non puramente polemica e apocalittica.

7 La poesia si serve solo del verso? Eppure penso ai Poemetti in prosa di Baudelaire, alle Illuminazioni di Rimbaud o al Mio Carso di Slataper (una autobiografia lirica), e poi il romanzo nasce come genere medievale in versi…

Sto leggendo un romanzo di Nabokov, Il dono (naturalmente in traduzione italiana, ahimè), che nella composizione, nelle lasse lirico-narrative che lo strutturano, nella finezza allucinatoria delle descrizioni, nell’arditezza dei passaggi associativi assomiglia moltissimo alla poesia. La Poesia non è esclusiva delle poesie, come la femminilità non è esclusiva delle donne. Tuttavia, va detto che quanto può compiere un componimento in versi, proprio in quanto è in versi, non può compierlo un altro tipo di composizione verbale. Il verso ha delle possibilità, o potenzialità, tutte sue. Diciamo che compie nella mente di chi lo scrive e di chi lo legge delle operazioni che sono tipiche.

8 Il pubblicitario gioca con la lingua e può inventare slogan molto creativi. In uno slogan pubblicitario o politico (penso all’inventività di Pannella) può esserci “funzione poetica” (secondo la classificazione di Jakobson) ma resta il fatto che non sono poesia. Perché?

Credo di aver risposto con la replica alla domanda numero 6. Pensare per assonanze, derivazioni etimologiche, somiglianze associative, densità ossimorica è normale, non eccezionale. Pensa a certe espressioni dialettali, a certi traslati. Per esempio a Roma c’è un modo di dire relativo al non pagare il conto del ristorante dopo la cena: «Avemo fatto er vento». Ovvero: siamo spariti con una velocità pari a quella del vento. Ma “fare il vento” e non “essere come il vento” implica pure la concretezza materiale dell’aria che si smuove, irrefrenabile e beffarda, impunita come il vento. Pensa pure a certi cori da stadio che mi sono stati riferiti, geniali e perfidi, deformanti ma plausibili e infatti immediatamente popolari.

Poi naturalmente ci sono capacità verbali diverse da persona a persona, dal tipo un po’ piatto e opaco fino a Dante e Shakespeare. Per essere poesia, la lingua deve farsi più potente e oggettiva, più connessa e bella, magari sfruttando anche la cronaca minuta, ma scoprendo in essa ciò che dura.

9) Infine: i migliori libri di poesia del 2014.

È stata una buona annata. Scelgo Viaggio al centro della Terra di Giorgio Manacorda (Elliot) e Argéman di Fabio Pusterla.

7 Responses

  1. DANIELA ATTANASIO scrive:

    è un’intervista impegnativa, ricca di argomenti. mi piacciono molte delle cose dette, per esempio quando paolo, parlando di differenze di poetica, dà una risposta secca: l’unica differenza che conta è quella fra i poeti bravi e quelli non bravi. è un’affermazione che può apparire sbrigativa, io dico invece che è la chiusa di un lungo discorso intelligente. e ancora là dove paolo parla della poesia come “sostegno alla nostra fragilità di creature che devono addomesticare e dare ordine ai sentimenti che sorgono quando noi incontriamo il mondo”. la trovo una bella definizione. mi piace meno la vecchia affermazione provocatoria (sic) di berardinelli, riportata da la porta, in cui si dice che la poesia dovrebbe reggere il confronto con un buon articolo di giornale ecc. ecc.. quando dicevo che la differenza fra buoni e cattivi poeti è la sintesi di un lungo discorso intelligente, mi riferivo all’intelligenza di superare certe stanche tirate e battute che non fanno ridere.

  2. webmaster scrive:

    È quello che il blog vorrebbe intraprendere, Ne può venire un momento di confronto importante e anche un protocollo di analisi da pubblicare.

  3. Carlo Bordini scrive:

    Mi sembra un quadro oggettivo delle debolezze e della forza della poesia di oggi. Mi sembra importante che Febbraro metta in rilievo il superamento di vecchie, ossificate contrapposizioni tra poesia sperimentale e poesia classica, e io personalmente auspico che si vada sempre più avanti per questa strada. Vorrei sottolineare inoltre l’importanza di internet: vi sono oggi ottimi siti di poesia su internet. Certe antologie, intese come scelte critiche, non potrebbero essere fatte in rete?

  4. webmaster scrive:

    La poesia dunque come magia operante nel reale. Che svecchia, dà valenza viva all’appannamento del mercatomediatico più banale. Quello che abbassa il gusto del lettore ridotto a consumatore. per cui poi chi stampa o chi scrive deve pensare di doversi esprimere come alla scuola primaria. O peggio come in un Bronx (fra l’altro per niente creativo e spontaneo) di dementi assuefatti alla colonizzazione del Mercato.

  5. Claudio Damiani scrive:

    “è stata la lingua “quotidiana” a staccarsi da quella poetica, non il contrario. “. Bravo Paolo. Mi è piaciuto anche quando dici:”La poesia è nata anche come tentativo di ordinare il mondo, nominandolo con precisione e controllando la sua violenza. Si trattava di ammansire la Natura tramite il ritmo e l’abilità costruttiva, di sposare prodigio umano a prodigio naturale”.
    Ammansire la natura (il mito di Orfeo), sposare prodigio umano e prodigio naturale. E’ proprio così.

  6. paolo morelli scrive:

    ciò che mi piace di questa intervista è l’amicizia tra irriducibili… sono beati i poeti perché, se c’è un futuro, è senza dubbio il loro… la poesia esiste fin dall’inizio per necessità, quella di ‘resettare’ la struttura cognitiva…
    P.

  7. webmaster scrive:

    Caro Morelli,
    lei in poche parole ha dato una dfinizione del nocciolo e della necessità della poesia. Se esiste un futuro è proprio quello nostro nella misura in cui riusciamo a dare nuova vita a quest’arma formidabile e eterna della parola.Un saluto.
    Giovanni Damiani

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