Finnegans Wake

Enrico Terrinoni ci regala un estratto del suo studio/traduzione di un grande enigma letterario del ‘900:

Il grande ultimo romanzo illeggibile e intraducibile di James Joyce.

 

FINNEGANS WAKE

Un esempio di traduzione/esegesi/analisi di un grande testo

 

Risvegliare il gigante. Finnegans Wake

 

 

anteprima da: Enrico Terrinoni, James Joyce e la fine del romanzo (in uscita entro il 2015 per Carocci editore)

 

Enrico Terrinoni, professore di leteratura inglese all’Università per Stranieri di Perugia, e autore della traduzione di Ulysses per Newton Compton (Premio Napoli 2012), e sta completando per Mondadori, con Fabio Pedone, la traduzione di Finnegans Wake

 

Finnegans Wake è un libro illeggibile, s’è detto. Cosa significa esserlo, per un testo nato e scritto affinché venga letto? L’impossibilità dell’aggettivo è evidente: illeggibile è qualcosa che non può leggersi in quanto non andrebbe letto, o perché non può sottostare alle norme della lettura, se tali norme davvero esistono.

Nel primo caso, con Finnegans Wake avremmo sotto gli occhi un testo anche indicibile, innominabile, come il nome di Dio: un qualcosa che va crittografato, un’entità in cerca di tetragrammi. Ma il fatto che “non andrebbe letto” può significare anche l’opposto, ovvero che si tratti di un libro non da leggere. Un libro che andrebbe detto, forse. Sarebbe a questo punto un libro dicibile, non indicibile. Il che appare consono a un’altra improbabilità da cui è contraddistinto Finnegans Wake, ovvero la sua ben nota e fantomatica “intraducibilità”. È, secondo opinione confusa di molti, anche un libro che non va tradotto. Andrà dunque forse “tradetto”? E così una traduzione diviene “tra-dizione”, la sola recitatività che può infondergli vita.

La seconda possibilità di cui sopra è inscindibilmente legata alla considerazione appena esposta, ovvero il fatto che un’opera del genere richiederà per forza di cose sempre la rimodulazione dei patti tra testo e lettore, agreement taciti, mai scritti, ma da sempre compresi, o intesi, che prevedono non solo l’accettazione, sebbene parziale, del “nero su bianco” e di quanto evocano le parole incrociate dal nostro sguardo, ma anche il “suspension of disbelief” che necessariamente ne consegue. Con Finnegans Wake tutte queste certezze finiscono inevitabilmente con il cedere di fronte al primo tentativo di tirarne le somme dal punto di vista del plot ad esempio.

La trama del testo, soprattutto nei suoi particolari, non trova sempre d’accordo i critici. Non è chiaro ad esempio, e non potrebbe esserlo, se il tutto sia il sogno di un personaggio o di un coro di personaggi; se le “vicende”, se così possiamo chiamarle, abbiano una fonte totalmente onirica o se rispondano “oniricamente” a stimoli reali. E poi, non sappiamo con precisione se i due fratelli siano effettivamente due fratelli, o soltanto due “emanazioni” della stessa personalità. E inoltre, non abbiamo certezza alcuna circa il fatto che essi stessi non siano semplicemente proiezioni della mente del generante, il genitore. Riguardo a quest’ultimo, il suo campeggiare o esser richiamato da “trigrammi” in gran parte dell’opera, non ci dice molto sul fatto che egli esista o meno, che sia vivo o morto, o solo dormiente. Lo stesso può dirsi della possibile identità di madre e figlia, moglie, amante e amata.

Delle coordinate spazio temporali sappiamo ancor meno. Probabilmente, come in Ulysses, tutto si svolge in uno scampolo di giornata, o meglio, in una giornata che volge al declino, e in una notte che muore nell’alba. Esistono vaghi riferimenti storici post quem, è vero, ma tentare di datare propriamente l’azione, in un libro che comincia prima che la S/storia abbia inizio, è ardua impresa. I luoghi, se non fosse che lo spazio principe di questa narrazione straniata e straniante è la mente di uno o di tutti i protagonisti, sono delimitati dal fluire di un fiume, nato nell’entroterra irlandese, e che penetrando e attraversando la città, muore nella baia di Dublino, per ricongiungersi a suo padre il mare. Ma il fiume è anche immagine della protagonista femminile del testo, e questo complica non poco le cose, soprattutto se pensiamo che il suo consorte è anche un promontorio al capo nord della Dublin bay – Howth, già alcova amorosa per gli incontri di Bloom e Molly in Ulysses.

In questa totale incongruità, in questa indeterminatezza senza soluzioni, va comunque tentata una ricognizione degli eventi dal punto di vista della loro successione, o meglio, del loro intreccio, se non altro per dare un senso al fatto che, come Ulysses, Finnegans Wake non è che un romanzo. Forse l’ultimo della storia, ma pur sempre un romanzo. Tuttavia, la seguente è soltanto una visione parziale di come può esser letto il libro tentando di rintracciarne un presunto plot; e taluni suoi lettori – se di lettori nel senso “tra-dizionale” davvero ne esistono – potrebbero non essere d’accordo.

Iniziamo dall’inizio, che poi altro non è se non una continuazione della fine. La prima parola del libro, se di parola si può parlare, come si sa è legata anche grammaticalmente all’ultima, in un ciclo infinitamente ricircolante. Ci troviamo, per l’appunto, un momento prima del tempo, prima dei tempi. Nulla è ancora accaduto, nessuno è tornato. Sin dalle prime righe ci si forniscono dati fondamentali: la presenza di Vico e dei suoi corsi e ricorsi storici, quella di Tristrano, un triste cavaliere, a metà tra la leggenda e riscritture sterniane, il reverendo Sterne e il decano Swift, Humpty Dumpty ovviamente, e la sua caduta, parallela alla caduta di Wall Street, l’alternarsi dei (tanti) fratelli, e delle sorelle, ma soprattutto la dualità genitoriale, il fiume (river), ovvero la madre, e il promontorio (Howth), ovvero il padre. Questo consente immediatamente di intuire il cuore segreto dell’opera, e il suo radicamento in quell’Irlanda mitica, ma da reinventare, che Joyce, pur esule, non abbandona mai. Il titolo stesso, tenuto nascosto a tutti tranne che alla moglie per molti anni, rimanda a un contesto mitologico.

Chi è Finnegan? Chi sono i Finnegan? Il titolo è una chiara riscrittura della ballata irlandese “Finnegan’s Wake”, in cui il protagonista Tim cade da una scala, si spacca la testa, e viene creduto morto da familiari e parenti al punto da organizzare una veglia funebre in presenza della sua salma. La wake lentamente si tinge di brio, e attorno al cadavere l’alcool fa sì che tra i convenuti si insceni una rissa. Quando, nel parapiglia, una bottiglia di whiskey fa ricadere il prezioso liquido sulla testa di Tim, questi si risveglia, non risorge, semplicemente si alza, sorpreso per la veglia organizzata in onore della sua memoria, e tutto quanto era parso vero si rivela errato. Questo è Finnegan nella cultura popolare. Ma cos’è nel mito?

Parliamo di un’altra caduta, quella dell’eroe Finn McCool, gigante che appunto cade e la sua testa diviene il promontorio di Howth, mentre il corpo allungato formerà Dublino, distendendosi fino a Phoenix Park, luogo che ne ospita gli enormi piedi. Anche se il lemma phoenix, la fenice, non ci avvertisse che siamo al cospetto di una storia di rinascite, di morti non morti, di morti apparenti, basterebbe uno sguardo ad una carta di Dublino, e una qualche anche vaga nozione di topografia, per rendersi conto che Joyce sta di nuovo, come in Ulysses, mappando il centro del suo universo, un centro tanto definito quanto infinito.

La leggenda prosegue con il suggerire che il sonno-morte del gigante Finn potrebbe non essere definitivo. Egli potrebbe svegliarsi, e se lo farà, sarà per proteggere la sua terra. Per ora giace steso, e chi c’è a fargli compagnia? Ovviamente la moglie, Anna Liffey, un fiume soggetto alle maree, il cui corso scorre al contrario con l’alta marea, facendo rifluire le acque marine nell’entroterra, fino a Phoenix Park, e anche oltre. Anna Livia è nella mitologia irlandese anche una divinità femminile: non la dea terra, come nel continente, ma un’immagine di fluidità. Simboleggia lo scorrere perenne, verso la morte, verso il mare, ma è questa una morte che, per via della marea, la riporta verso la sorgente, in una teoria infinita di rinascite. Non stupisce allora come uno dei pochi punti fermi della mappatura di Dublino fornita dalle prime righe di Finnegans Wake, sia una chiesa, Adam and Eve, affacciata sulla Liffey, che da un lato rimanda ovviamente alle origini bibliche del mondo, e dall’altro allo scorrere del tempo. Uno scorrere ostinato e contrario, tuttavia, in quanto nel testo noi leggiamo “Eve and Adam” e non “Adam and Eve”. Il fiume corre indietro. E non solo: l’origine non è più maschile (Adamo) ma femminile (Eva). Il che non troppo velatamente suggerisce che il grande ultimo libro di Joyce è anche una riscrittura simbolica della storia dell’umanità, ma, come grazie alla Molly di Ulysses, nel segno del principio femminile.

(….)

1 Response

  1. damiani scrive:

    UN GRANDE DONO. L’ESEMPIO DI COME SI STUDIA, SI INDAGA, SI PROPONE UN TESTO. DI COME AL DI Là DELLE FRETORICHE E DELLE VULGATE “LETTERARIE” IL LAVORO DELLA PAROLA E DELLA SACRITTURA DEVE ESSERE CONDOTTO E DISCUSSO.

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