Intervista a Franco Arminio

Tutta l’opera di Franco Arminio, nato in Irpinia e inventore di quella singolare “scienza” che è la paesologia (nei paesi, che lui scruta con una “osservazione delirante”, il mondo si svela meglio perché vi porta i suoi rimasugli…), sia in versi che in prosa, ha una personalissima vibrazione poetica. Pochissimi scrittori ci hanno raccontato il Sud come Arminio, quella terra dove  convivono civiltà contadina e modernità incivile, laboratorio di un’ “epoca sfinita e affaccendata”. Arminio non scrive romanzi, predilige prose brevi , diari, annotazioni antropologiche, Spoon River degli scomparsi. Contro il minimalismo dell’epoca lui rivendica il diritto a “ogni idea sacrale e ossessiva”. In lui l’intelligenza diventa stile. Ma a questo punto non ha più bisogno di raccontarci storie. Si limita a registrare la superficie delle cose  mostrandocela da una angolazione straniata: “Secondo me il problema del mondo è il giorno dopo: Tutto quello che accade diventa inutile il giorno dopo”.

A lui abbiamo rivolto tre domande.

1)Il romanzo in Italia è un genere da cabaret e di consumo, deve solo intrattenere…ma questo non significa rinunciare alla sua carica eversiva e utopica? E poi: tu non scrivi romanzi ma testi “di confine”: ritieni che la letteratura oggi viva soprattutto di questi testi inclassificabili, instabili, editorialmente non definiti?

Non so cosa sia il romanzo in Italia, non sono un lettore di romanzi. Magari qualcuno sarà pure eversivo e utopico. Mi auguro che qualcuno scriva romanzi di confine, instabili e capricciosi. E che ci sia qualche editore ancora disposto a pubblicarli. Non so di cosa vive la letteratura, forse non vive più niente. I testi inclassificabili, instabili, editorialmente non definiti sono quello che riesco a fare, ma mi pare che non basti, mi pare che non ci sia un pubblico che chiede testi come questi. Ci sono lettori sparuti che ogni tanto arrivano in questi luoghi. Non c’è un pubblico per questo tipo di scrittura.

2) Basta con il Sud! Il Sud è diventato un’etichetta di comodo, una immagine da depliant turistico, tra folklore e stucchevole mitologia. Ma esiste ancora nella globalizzazione  il Sud del mondo come punto di vista diverso, alternativo, “refrattario”, come era almeno dei Silone e Carlo Levi?

Certo, basta con il Sud! Io ultimamente parlo di Italia interna per definire il mio campo di interesse, ma potrei dire anche il mio campo di battaglia. L’Italia interna non è solo a Sud, è anche in certe zone del Centro e del Nord. Trovo indegna la disattenzione verso la geografia, verso le ancora tante diversità che ci sono in Italia. Il refrattario e l’alternativo in fondo lo si trova appena si esce da Roma e Milano, ti accorgi che c’è tanto mondo da raccontare, può essere Cuneo o Catanzaro.

3) Hai inventato la paesologia, disciplina serissima e quasi fantastica: ma occuparsi di paesi non è occuparsi di ciò che sta ai margini, invisibile e inafferrabile, di anacronismi? E non saranno proprio gli anacronismi la “resistenza”, gli spazi preziosi in cui si esprime oggi la libertà degli individui?

La paesologia è lacerata tra la dimensione militante, necessariamente seriosa, e la dimensione immaginativa, un’immaginazione in cui più di tutto batte una pioggia nera: la paura della morte. La paesologia coltiva l’inattualità e però si alimenta di un’impazienza implacabile di trovare compagni di strada. La mia esperienza mi dice che una poesia, un film, un concerto sembrano avere più senso nei luoghi marginali. Il centro mi dà un senso di sfinimento. Vagheggio che oggi l’’avanguardia e la sperimentazione possano attecchire meglio nei luoghi considerati arretrati. In un certo senso è un delirio. Uso il delirio come l’uva da taglio. La ragione da sola è imbevibile.

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