Ho Parigi in testa ma non riesco a dirla di LUIGI LOI

Nelle librerie di tutto il mondo c’è un libro di Hemingway così logorato da generazioni di laureati in letteratura che sembra ormai buono solo per quei giovani che sognano d’innamorarsi sulle scalinate del Sacro Cuore. Eppure, dopo la tragica notte del Bataclan è proprio Festa mobile a scalare le classifiche di vendita, diventando uno dei libri più venduti in Francia alla fine del 2015. Trainato dalla fortissima commozione (formalizzata nel motto je suis Paris), il racconto di Hemingway torna a scaldare le casse delle librerie. Non potrebbe essere diversamente. Parigi è una delle città che meglio incarna il contemporaneo, trasformandosi continuamente ma, miracolo del marketing, riesce a descriversi come la solita e cara Parigi: ieri quella di Baudelaire, di Colette, di Picasso e Boris Vian. Oggi è quella di Emmanuel Carrère, domani forse sarà la Parigi di Antoine Volodine. Essere occidentali significa in qualche modo essere parigini, almeno nei sentimenti s’intende. Ma quando parliamo di Parigi di cosa parliamo? Parliamo del suo mito o parliamo di una megalopoli multietnica dove abitano quasi dodici milioni d’abitanti? Il mito porta con sé necessarie semplificazioni e, in questo caso, qualche accomodante epifania sul senso ultimo dell’esperienza artistica: perché Parigi è la città degli artisti e degli scrittori per antonomasia. Lo è stata, lo è ancora oggi, ma diversamente. Ecco un esempio: nel paese europeo con più librerie indipendenti, trecento di queste nella sola Parigi, in media tre libri vengono acquistati qui, gli altri sette nel resto della Francia. Non è raro allora vedere delle persone leggere in metropolitana, o in un bistrot. Eppure anche qui, nella città che accoglie i suoi grandi scrittori nel Pantheon, le lettere soffrono della marginalità che questo medium artistico subisce in tutto l’occidente: è inutile sottolineare che il fortunato Sottomissione di Houellebecq abbia fatto discutere i francesi, ma come effetto collaterale alla strage di Charlie Hebdo, non viceversa. Un successo stimato materialmente in 600 mila copie nella prima metà del 2015. Numeri da capogiro se pensiamo all’Italia. Piccoli se però li confrontiamo con quelli del suo diretto concorrente nella stagione editoriale, Asterix, Le papyrus de César, stampato in ben 2 milioni di esemplari in francese e ben 4,5 milioni nelle diverse traduzioni. Semplicemente esistono medium artistici che declinano (vedi la litografia) e altri che si rinnovano, anche grazie alle città dove fioriscono e prosperano. Tra qualche decennio i letterati che dormiranno nel Pantheon francese saranno molto diversi da Dumas, e più simili ai PNL, un duo di rapper nato nella periferia sud di Parigi, a Corbeil-Essonnes. Perché sono proprio le banlieue (nel bene e nel male) ad essere il cuore vivente di Parigi: la città storica, grossomodo quella dei primi dieci arrondissements, è un grande e meraviglioso museo, ma sempre più conformista e in linea con la scenografia mondiale fatta di store Starbucks, H&M e Bershka. Il ceto medio non abita più qui perché sfrattato da una gentrificazione massiccia e inesorabile. La stessa che hanno vissuto le banlieue durante tutto il secolo scorso. Pensiamo a Meudon ad esempio, sobborgo ancora semi agricolo negli anni ’30 del novecento. È la città dove ha vissuto ed è morto Céline: la sua abitazione è introvabile. E sebbene la parola morte non si addica a quell’uomo – ironia della sorte Céline passa ai più il giorno prima di Hemingway – la sua tomba l’ho trovata molto più facilmente. Meudon dista appena sette chilometri dal centro di Parigi: ci si arriva con la Rer, solo dopo l’infinita teoria dei grattacieli di Microsoft, Canal plus e Sky. Meudon è immersa in uno dei tanti e anonimi sprawl del nord Europa. Non solo Meudon, ma Torcy, Sceaux, Creteil e in generale tutta la cintura urbana di Parigi. La stessa che prima ha assorbito l’esodo rurale delle campagne francesi negli anni ‘50 e successivamente l’esodo post coloniale: lì Cioran o Brassens fanno lo stesso effetto che ci fanno Volponi o Memo Remigi. Non sono propriamente in auge. E dalle banlieue che nascerà il rinnovamento o partirà l’inevitabile colpo di grazia per la scrittura francese, perché ci sono molte Ville lumière, una moltitudine, anche se quella Parigi a cui tutti pensano non è mai esistita.

Parigi 5 ottobre 2016

1 Response

  1. RossoMalpelo scrive:

    Condivido in parte i contenuti che l’estensore di questo articolo suggerisce. La letteratura non è più il centro della galassia artistica, almeno in occidente. Per tanti motivi, e credo per problemi di cattiva iperonimia. Quando parliamo di letteratura pensiamo al romanzo, un genere letterario nato quasi quattro secoli fa assieme ad una nascente classe sociale, la borghesia, che oggi invece identifichiamo col ceto medio. Oggi queste persone scolarizzate prese come classe sociale, sono in forte difficoltà o addirittura in disgregazione economica nell’occidente terziarizzato. Credo allora sia più che naturale decretare il romanzo definitivamente morto così come è morta la borghesia che l’ha fatto nascere, nonostante sia il 95 percento della produzione letteraria, anche se è più che evidente che il ceto medio guarda a generi artistici più popolari e tecnologicamente più performanti come il cinema. È successo con la poesia, succederà con il romanzo, con buona pace dell’industria editoriale che continua a tenerlo in vita artificiosamente.

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