IL NEOSACRO, QUASI UN MANIFESTO di Dario Fertilio

Gli interventi, le proposte, le analisi critiche di autori, critici, editors su questioni di scrittura, cultura, editoria sul nostro sito hanno inaugurato un dibattito che appare sempre più produttivo e inarrestabile.

Dario Fertilio, autore di fiction, storico, critico, giornalista di cultura, ci invia questo suo QUASI MANIFESTO SUL NEOSACRO che pubblichiamo e su quale già si prospetta un dibattito acceso e attualissimo:

IL NEOSACRO, QUASI UN MANIFESTO  di Dario Fertilio

Anni fa Enzo Bettiza, la cui potente vena narrativa  purtroppo è passata spesso in secondo piano rispetto alla notorietà giornalistica, mi esponeva la sua teoria sull’importanza del bene e del male nell’arte. Semplificando: il male – diceva – è una cosa cattiva, ma è necessario se si voglia fare della buona letteratura. Al contrario, se si mette in testa di illustrare il bene, uno scrittore anche geniale di solito non va lontano. Un esempio dostoevskiano per tutti: la maestosa grandezza di “Delitto e castigo” paragonata – se ricordo bene le sue parole – al sostanziale fallimento narrativo de “L’idiota”,

Ora, pur essendo un bettiziano d’annata, ricordo di aver accolto quella tesi con perplessità: mi sembrava di avervi colto fin da allora un suono cavo, una nota dubbia. Eppure, lo sapevo bene: i maggiori critici del secolo scorso avevano sostenuto che l’irruzione del male, della disperazione, della noia metafisica, del non senso, della sconfitta e della morte erano alla base della poetica novecentesca.

Ebbene, oggi, col senno di poi del ventunesimo secolo, io sostengo che quell’approccio, se anche lo è stato, non è più “vero”. Certo, la ricerca mistica di un Tiepolo, Raffaello  (o Manzoni, o Bach) appartiene a un tempo irripetibile. Ma sta finendo, anzi è già tramontata, anche l’epoca piena dello sterile balbettio di artisti innamorati soltanto di se stessi e delle proprie “dissacrazioni”: l'”inverno della cultura”, secondo la definizione di Jean Clair.

 La forma mille volte ripetuta della “denuncia”, generalmente rivolta oggi contro i valori tradizionali della famiglia, della fede e persino dell’idea stessa di discendenza e identità personale, si traduce ormai nel manierismo urlato sulla scena teatrale, nell’intellettualismo fintamente provocatorio e sterile della performance, nella narcisistica celebrazione di se stessi in quanto artisti o scrittori, nel culto letterario del male come fascinazione. L’estetica alla ricerca di una “dissacrazione”, incapace di strappare al mondo un significato, si rifugia nella celebrazione autoreferenziale delle proprie ossessioni. Mentre la critica, irretita, celebra il tutto conformisticamente.

Non è il momento, né qui il luogo per riscoprire il Mircea Eliade ricercatore nella storia delle religioni e dell’arte, la sua  constatazione che nell’esperienza del sacro lo spirito umano coglie la differenza tra ciò che si rivela reale, potente, ricco e dotato di significato, e ciò che invece è privo di tali qualità, disperso nel flusso caotico e pericoloso delle cose, nelle loro apparizioni e scomparse fortuite e insensate. E dunque il sacro non è uno stadio nella storia della coscienza umana, ma un elemento della sua stessa struttura mentale.

L’eclissi del sacro di cui ancora soffriamo, allora, non segue lo “spirito del tempo”, ma piuttosto è dovuta alla mancanza di coraggio, originalità e chiarezza presente in tanti artisti contemporanei, timorosi di “dissacrare i dissacratori”, di denunciare il loro manierismo del negativo, la loro sottomissione a ciò che è considerato “culturalmente corretto”, e in definitiva la loro carente vocazione al nuovo.

 E’ tempo di risvegliarsi da questo sonno dogmatico attraverso  prese di posizione individuali e collettive, oltre che naturalmente attraverso la forza di opere nuove che possano testimoniare un tale risveglio. Se mai una corrente artistica se ne facesse portatrice, potremmo chiamarla “neosacra”. E, si badi, non sarebbe affatto confessionale o clericale, ma essenzialmente libera dalle appartenenze e dai condizionamenti (salvo quelli liberamente accettati dal singolo artista).  Essa anzitutto esalterebbe l’emozione estetica assegnandole una qualità superiore, ridimensionando la prospettiva e la paura paralizzante della morte, e restituendo così sia all’attore che allo spettatore una dimensione compiutamente umana. Si rispecchierebbe cioè in un sì alla vita, in un’affettuosa partecipazione alla quotidianità, in un rifiuto dell’elitismo, nella affermazione della dignità insita in ogni essere. Vi troverebbe spazio un nuovo rapporto con la natura, come fonte di gioia, commozione e mistero. E anche una dimensione diversa del  tempo, inteso come un riconciliarsi con il ritmo vitale del vivere e del morire, un eterno ritorno garantito dalla esistenza di Qualcuno o Qualcosa a cui ritornare. Una simile apertura di spazi narrativi travolgerebbe ogni chiusura egocentrica nel mondo contingente e consentirebbe un pieno sviluppo, una Bildung compiuta dei personaggi, una loro ascesi, e riaprirebbe persino le porte all’imprevisto e al meraviglioso.

Potremo forse tornare in futuro sul tema, rintracciare i segni già oggi presenti di una simile nuova sensibilità, anche se spesso caotici e disorganici. Per ora lancio l’idea di una corrente, e magari in futuro di un manifesto, in grado di coordinare gli sforzi. A ognuno il compito d’immaginare come questa ricerca e sfida al “culturalmente corretto” potrebbe svilupparsi.

nikolaus_obilinovic@yahoo.it

www.Libertates.com

 

 

1 Response

  1. damiani scrive:

    Primo commento a caldo sulle offerte e le questioni affrontate da Fertilio nel suo “Quasi un manifesto”:
    Odiamo i manieristi dissacratori che da un secolo pucciano il loro pane e il loro arrembante carrierismo tinto di boheme, come detestiamo anche i buonisti che in parole, leggi, noiosissimi scritti “costruttivi” propongono una morale che sarebbe loro, una visione che apparterrebbe alle loro anime belle di ecologisti, spiritualisti, credenti (in che?) anime privilegiate e gnostiche.
    L’arte e la ricerca sono altro: la capacità di sprofondarsi nell’abisso per affrontarlo. Non per perversamente insozzarsi e compiacersi, ma per affrontare i demoni facca a faccia. Questo è coraggio e rischio necessario. Un pardiso artificiale e separato non può esistere. Solo il viaggio interstellare nello spazio profondo della coscienza e dell’incoscienza, solo l’avventura senza riserve perbeniste, porta alla conoscenza e a una vittoria estetica artistica etica che conti qualcosa. Dichiarimo guerra quiondi ai detentori di un potere letterario e mediatico che vviviono di feticci e menzogna, che vendono paccottiglia sul sagrato del Sacro, nel portico del Tempio, che fanno mercatino e non mercato vitale, che producono merda e la vendono a caro prezzo. Siamo da tempo nemici di questo traffico di droga e di abbrutimento sessuale da impotenti, non frequentiamo il sex shop diffuso della tv, di certi film, certi romanzi, certi concerti di cui sarò bene cominciare a parlare senza timore. Sappiamo che il lavoro artistico è insieneme distruzione e costruzione. Di un nuovo irrefiutabile, luminoso e vitale.