Inchiesta a cura di Filippo La Porta. CHE COS’E’ LA LETTERATURA? 2 Gabriele Pedullà

1) Cominciamo  con una domanda banale. Se qualcuno ti dice che vuole scrivere un romanzo è legittimo chiedergli “Hai qualcosa da dire?”

 

Sicuramente è legittimo, ma anche un po’ scortese, no? E comunque la stessa domanda si può porre per qualsiasi genere letterario, anche se constato sempre più spesso da qualche anno come ai critici il romanzo appaia più molesto delle altre forme di scrittura, suppongo per la sua invadenza.

Scortesia per scortesia, mi verrebbe piuttosto da chiedergli: “Ma tu ne leggi, di romanzi contemporanei?”. Perché ho l’impressione che con il romanzo sia come con la poesia: tutti ne vogliono scrivere, pochi leggono, soprattutto se si tratta di autori viventi (anche se con la poesia tutto questo è parecchio più estremo, dato il relativo impegno che richiede stendere quattro brutti versi senza rima su una giornata tetra e il garrire di un gabbiano rispetto a quello che richiede una narrazione altrettanto mediocre di due o trecento pagine).

 

2) L’anima del romanzo è la ricerca della verità (Stendhal). Non voglio buttarla sul filosofico ma ha  senso per te parlare oggi di “verità”, oppure è soltanto un anacronismo (per Carlo Freccero, neosituazionista da talk show, “una cosa anni ’60”) o un effetto retorico (per buona parte della cultura francese paranietzscheana degli ultimi decenni)? Esiste ancora  la verità, ineludibile pur nel suo essere relativa, parziale  e provvisoria (una verità che riguarda la psicologia, l’etica, l’esistenza, la nostra relazione con il mondo…)?

 

Verità! È una parola che mi piace sentire molto a proposito della letteratura. Quando leggi i dibattiti ottocenteschi sul romanzo ti colpisce subito come tutti non facessero che parlarne: pro e contro il naturalismo, pro e contro l’analisi psicologica, pro e contro il simbolismo sempre lì si finiva per parare… Anche se di tutte quelle discussioni oggi facciamo fatica ad afferrare non poche sfumature (mentre i libri che ne sono scaturiti sono ancora sui comodini dei lettori), una cosa mi pare chiara: tutti coloro che si occupavano di letteratura, qualsiasi tesi professassero, credevano che un grande scrittore assomigliasse a un grande scienziato, cioè che entrambi fossero impegnati a scoprire delle verità sino ad allora insondate. Ecco, da narratore io li invidio, questi nostri antenati ottocenteschi – ah, se li invidio: perché se oggi qualcuno provasse a formulare in pubblico una simile fiducia nelle possibilità della parola verrebbe sommerso da un diluvio di sorrisetti. Per paura del ridicolo corriamo il pericolo di tagliarci da soli le ali spogliando la letteratura di quella che da sempre è stata una delle sue funzioni principali: farci vedere qualcosa che senza di essa rimarrebbe nascosto.

Ho costruito la mia personale idea di “verità” – una bussola con cui orientarmi empiricamente nella vita di tutti i giorni – negli anni dell’università (uso deliberatamente il termine “costruire” perché si tratta di una sorta di bricolage, sulla cui tenuta filosofica non sarei sicuro di scommettere fino in fondo). All’epoca ero iscritto a Lettere ma frequentavo soprattutto la facoltà di Filosofia, dove il testo sul quale tutti gli studenti avrebbero giurato come un Vangelo era probabilmente proprio Su verità e menzogna in senso extra-morale di Nietzsche – con l’unica, notevolissima eccezione di coloro che si erano votati allo studio della logica…. E ricordo, come tutti gli altri, di essere rimasto affascinato, direi ipnotizzato, da quelle poche pagine, che avevo letto qualche mese prima, alla fine dell’ultimo anno delle superiori. Ma Nietzsche, quel Nietzsche, ti obbliga a un difficile prendere o lasciare: se accetti la sua tesi, le conseguenze rischiano di essere terribili, ma dopo che ti sei immerso in quelle pagine, non puoi nemmeno far finta che non esistano e mettere la testa sotto terra come uno struzzo, no? Dunque, se le rifiuti, devi farlo con buoni argomenti.

Buoni o cattivi che siano, i miei li ho trovati leggendo Aristotele, forse anche perché nelle sue opere si può trovare una risposta articolata ma anche più elastica (e dunque più utile a qualcuno che, dopo tutto, si occupa di letteratura) rispetto alla semplice fuga nelle eterne verità matematiche della logica in cui vedevo rifugiarsi tanti miei compagni di corso per non cadere tra le braccia di Derrida e discepoli. Se infatti si legge l’opera di Aristotele nella sua estensione ci si rende conto che nel suo corpus non c’è una sola accezione di verità come non c’è una sola accezione di ragione: diverse discipline (diversi saperi filosofici) implicano differenti livelli di certezza, a volte soltanto probabilistica. La verità della metafisica non è la stessa della retorica, quella della letteratura non è la stessa dell’etica. Anche senza entrare nei dettagli di queste distinzioni, il punto importante è che Aristotele è riuscito a elaborare un sistema pluralista (anche nella verità) senza cadere in uno sterile relativismo anzitutto incapace di difendere se stesso dal non relativismo – un poco secondo l’argomento aristotelico contro i sofisti che si rifiutavano di  accettare il principio di non contraddizione e che, per fare questo, secondo lui si condannavano a rimanere muti come una pianta.

La lettura della Metafisica di Aristotele, incontrata quasi per caso in un corso di storia della filosofia antica, è stata così uno dei grandi eventi intellettuali della mia vita: non ultimo perché mi ha mostrato la possibilità di usare gli autori al di là di qualsiasi gabbia storicistica (e dunque sul modo in cui leggere gli scritti del passato a beneficio del presente). Nel 1992 Aristotele offriva una credibile risposta al decostruzionismo di maniera che imperava ai tavolini del bar di Villa Mirafiori tra un cappuccino e l’altro.

Due anni dopo sono stato a studiare per un anno a Parigi, dove per curiosità seguivo, tra gli altri, le lezioni di Derrida all’EHESS: e quello è stato il mio congedo definitivo con una certa scuola di pensiero francese. Lo ricordo soprattutto come un grande attore: i capelli perfettamente candidi, i lunghi silenzi, le traduzioni di Freud e Heidegger in tutte le lingue possibili per arrivare al (presunto) significato della loro formulazione originaria in tedesco, le signore della Parigi bene impellicciate in prima fila sul lato sinistro dell’aula… Pura messa in scena! E infatti le lezioni si tenevano in un anfiteatro. D’altra parte che cosa possiamo chiedere alla filosofia se ci rassegniamo al fatto che non esista nessuna verità?

Sto divagando un poco, ma non credo di essere andato così fuori tema. Aristotelicamente, da discepolo di Aristotele (se non altro in questo), concordo in pieno con Stendhal: il romanzo (in generale la letteratura) è una delle vie d’accesso alla verità, o per lo meno a una delle molteplici verità cui gli uomini possono aspirare – per niente inferiore a quella della fisica o, poniamo (in onore dei miei compagni di allora), della logica.

 

3) Spesso si è richiamata l’esigenza, per la critica, di una Teoria (per alcuni alla teoria si è sostituita la conversazione o l’ideologia). Ora, va bene come richiesta di rigore contro la critica impressionistica e narcisistica, però nel decennio ’70 – quello dei critici-scienziati in camice bianco che riducevano i romanzi a ingegnosi diagrammi e  formule tautologiche – la teoria (con  la falsa sicurezza che dà) cancellava  la responsabilità soggettiva del giudizio e l’atto critico come impresa felicemente  personale e avventurosa. Non è un rischio?

 

Certo che lo è: soprattutto il rischio di trasformare una pratica artigianale in una attività seriale e, come dici tu, deresponsabilizzata. Per come la vedo io, bisogna padroneggiare tutti i metodi per non replicarne meccanicamente nessuno. Detto in altri termini: per un critico (e più in generale per un lettore) i metodi assomigliano agli esercizi ginnici preparatori alla gara vera e propria. Devi conoscerli. Padroneggiarli perfettamente. E, al momento opportuno, dimenticartene (anche perché magari quello che ti serviva lo hai assorbito talmente bene che ormai costituisce una sorta di seconda natura).

Da docente universitario, credo soprattutto alla utilità dei protocolli di ricerca – qualcosa che si colloca a metà strada tra il metodo quale lo intendevano i teorici della scienza della letteratura e un atteggiamento morale di responsabilità. Prima di scendere in sala operatoria il chirurgo si lava le mani? Indossa una mascherina? Controlla che tutti gli strumenti siano stati disinfettati? Bene, per me è importante che gli studenti imparino anche loro a sottoporre i propri talenti (quando ne hanno) ad alcune regole di condotta. Il genio non lo si insegna, certo. Ma sarebbe importante che chi scrive di letteratura rispettasse alcuni principi elementari: leggere il più possibile di un autore (anche se si fa una recensione di tre cartelle bisogna conoscere le opere precedenti), conoscere la bibliografia, ammettere i propri debiti intellettuali (una cosa che in Italia si fa poco)… E poi non compiere alcuni banali errori, come attribuire a un autore le idee dei suoi personaggi (una cosa che vedo fare ancora moltissimo), colmare i vuoti e le ambiguità dei testi (invece di mostrarcele e di spiegarci come funzionano e che effetto hanno) o giudicare un libro in base alla sua corrispondenza con una poetica a priori (vale a dire con la tendenza professata dal critico).

Se chi scrive professionalmente di letteratura si attenesse a queste regole (e a parecchie altre del genere) il livello medio delle recensioni e degli articoli sarebbe di sicuro più alto: molto più alto. Ecco, per me i protocolli servono a questo: a tirare su la qualità generale degli scambi, a rendere migliore la società letteraria. Applicandoli correttamente, non diminuirebbe il numero di coloro che perdono la vita sotto i ferri, ma – in un altro campo – ne trarremmo un guadagno non meno prezioso…

 

4) Siamo minacciati dalla cultura unica del bestseller. Ma purtroppo non è neanche dimostrato che il successo di un libro  sia inversamente proporzionale alla sua qualità, né che i libri migliori siano quelli pubblicati da piccoli e coraggiosi editori (sarebbe troppo facile…). Ritieni che il mercato (intendo un vero mercato, non quello truccato di oggi, con le corsie  preferenziali per i volti televisivi e i premi spesso decisi da piccole lobby) specie per un genere “popolare” come il romanzo resti  comunque una verifica preziosa, non del tutto evitabile?

 

Mi è sempre piaciuta una immagine di Debenedetti, tratta dai suoi corsi su Verga: in un sistema di economia capitalistica (lui pensa all’Ottocento) il mercato editoriale costringe gli scrittori a fare da “parafulmini” della società, per così dire sperimentando su di sé il malessere della collettività e trasformandolo in opere che consentono agli uomini di riconoscersi e di conoscere il mondo che li circonda. È una posizione ottimistica: in questa prospettiva il bisogno materiale diventa infatti uno stimolo e un incentivo a non accontentarsi delle rappresentazioni più convenzionali e conciliate, ad affrontare il disagio psicologico che incombe su tutti ma che, senza una costrizione esterna (in questo caso economica), persino gli scrittori sarebbero portati a evitare o a procrastinare – ovviamente perché il confronto con l’ombra ha sempre qualcosa di spaventoso e solo sotto pressione ci rassegniamo a compiere la nostra catabasi.

È davvero così? Credo che le cose siano molto cambiate dagli anni Cinquanta, anche perché ora il libro che vende molto non è più tanto un libro che incontra a sorpresa il gusto del pubblico perché tocca una corda sensibile (come nella ipotesi psico-critica di Debendetti), quanto un libro scritto per piacere a un determinato segmento di lettori seguendo una serie di regole (anche se la maggior parte dei romanzi concepiti per diventare dei best-seller non lo diventano, ovviamente). Non ho letto molti megasellers, ma ho l’impressione che tutt’al più evidenzino alcuni degli snodi della stupidità contemporanea. Opere come Il gabbiano Jonathan Livingstone di Richard Bach e Il codice da Vinci di Dan Brown raggiungono un grado di imbecillità davvero fuori dal comune e ci fanno capire come un certo tipo di cultura “new age” avveleni nel profondo la mente dell’uomo occidentale.

Probabilmente il successo di pubblico si dimostra criticamente significativo su una scala più ridotta: successi inaspettati da 10-20mila copie, in qualche caso anche qualcosa di più. Libri di per sé letterari, che possono essere sfuggiti alla critica e che, attraverso il passaparola, ottengono una seconda chance. Quando succede ci sentiamo tutti molto meglio: che esistano ancora dei buoni lettori in un numero sufficiente da consentire la pubblicazione non clandestina di buoni romanzi è un dogma di fede al quale tutti vogliamo credere, ma di cui oggi si incontrano purtroppo troppe poche prove inequivocabili. L’exploit di vendite di un libro non scontato – per esempio Il cinghiale che uccise Liberty Valance di Giordano Meacci o Un bene al mondo di Andrea Bajani, per rimanere a quest’ultimo 2016 – è sempre un motivo di esultanza per chiunque ama la letteratura. E, come narratore, è questo l’unico successo di pubblico che sento di potermi augurare.

 

5) Nella mia personale utopia abita un critico come “individuo” –  inappartenente, solitario, indocile –. Ora, se fino a ieri questo critico si appoggiava  a una tradizione abbastanza stabile, non ancora depotenziata (l’alta cultura), a una dialettica della Storia (marxismo), a soggetti  o classi che si volevano rivoluzionari ma in seguito  scomparsi (classe operaia, movimenti di liberazione), oggi su cosa si sostiene? Non somiglia al barone di Munchausen che si prende il proprio codino per tirarsi su?

 

Credo che tocchi un punto estremamente importante della nostra condizione attuale e che quello che tu dici valga ben al di là della critica letteraria. Da giovane (diciamo, più o meno negli anni in cui lottavo contro Nietzsche con l’aiuto di Aristotele) ero affascinato da questa figura di critico di cui tu parli, non irreggimentabile, a metà strada tra letteratura creativa e filosofia, fedele solo a se stesso e a una propria idea di moralità, gusto e verità (ecco che il termine ritorna). Di quella esperienza mi è rimasta una profonda sfiducia nei confronti di qualsiasi metodo troppo costrittivo (o dalle promesse troppo sproporzionate): gli strumenti vanno adattati all’oggetto, lo studio dei grandi lettori del passato serve a educare il proprio orecchio (come andando a bottega), ma alla fine rimane sempre qualcosa di irriducibile alle regole: qualcosa che è radicato in un io biografico e addirittura pre-biografico (dove comincia il gusto? Me lo sono sempre chiesto e ancora di più da quando ho una figlia e ho potuto verificare con sorpreso che qualcosa come un principio di senso estetico si manifesta già a quattordici o quindici mesi di età…).

Questa posizione era legittima nel XX secolo, quando, di fronte alle grandi certezze della politica, era importante che alcuni intellettuali fossero invece uomini del dubbio e che coltivassero la loro separatezza come gli angeli ignavi di Dante (che “non furon ribelli/ né fur fedeli, ma per se fuoro”). Ma oggi, che a livello di masse le grandi contrapposizioni ideologiche si sono dissolte e tutti sembrano parteggiare anzitutto per sé, e ancora di più gli intellettuali? È evidente che in una situazione completamente mutata questo eroismo del presunto bastian contrario ha assunto un significato assai diverso, ma specialmente dopo che il situazionismo ha insegnato anche ai maestri elementari di provincia come si può richiamare l’attenzione rivendicando una (apparente) lateralità. Allo stato attuale delle cose, gli angeli che si fanno gli affari propri (per quanto nobilmente) si rendono indirettamente complici e per questo si meritano di finire con Lucifero: non tra gli ignavi dell’anti-Inferno.

Da giovane i miei eroi erano quegli isolati di cui tu parli: i cavalieri solitari del pensiero che, quando necessario, sapevano non risparmiare critiche anche alla propria parte in nome di una superiore fedeltà ai propri princìpi etici e ideali. Quel modello è diventato però oggettivamente irriproponibile. Pure per questo oggi mi affascina un’altra idea di lavoro intellettuale. Un lavoro più oscuro, e che forse darà i suoi frutti su un periodo più lungo, se mai li darà: per ricostruire, pezzo dopo pezzo, gli strumenti di lotta (intellettuale) che consentano di riaffermare una idea di eguaglianza, giustizia e libertà molto diversa da quella mistificata nell’odierno discorso politico post-democratico. Ma è un lavoro da fare in gruppo: troppo, troppo vasto per un’unica persona. Da soli, semplicemente, non ci salviamo.

Per dirlo in forma un poco schematica (e sapendo che questo potrebbe essere il punto di maggiore divergenza di vedute tra noi due): ho sempre amato più Gramsci di Orwell e più Brecht di Kraus. E gli sviluppi degli ultimi anni mi hanno ulteriormente riconfermato in questa predilezione.

 

6) La letteratura autentica (penso alle grandi opere del modernismo), se a un primo livello educa lo “spirito” e amplia l’immaginazione (ed è giusto insegnarla a scuola e farne la base per la cittadinanza), alla lunga crea o può creare disadattati, persone asociali, intrattabili, destabilizzate. La sua verità è sovversiva e disturbante. In questo senso forse è giusto che venga coltivata da minoranze, che non diventi mai davvero di massa?

 

Non sono sicuro di capire l’assunto di partenza. È solo la letteratura modernista o tutta la letteratura autentica che crea disadattati? Credo che tu intenda la prima cosa. Nel qual caso non sono d’accordo. Ho conosciuto parecchi individui asociali, intrattabili e destabilizzati divenuti tali (anche) per ragioni letterarie, ma se ci ripenso non vedo una poetica più responsabile delle altre… Dopo tutto per secoli il petrarchismo è stato una delle più diffuse malattie d’Europa! Per non parlare del wertherismo e del baudelairismo… L’empatia può essere altrettanto pericolosa della freddezza più astratta.

In generale possiamo dire che la contestazione modernista funziona perché reagisce a qualcosa che modernista non è: altrimenti, se per esempio tutti si esprimessero con il flusso di coscienza di Joyce o la scrittura automatica dei dadaisti, ci troveremmo dinanzi a una nuova Arcadia (e parte della “tradizione del nuovo”, dagli anni Sessanta in poi, può essere rubricata senza dubbio in questa categoria paradossale). Ma la contestazione, lasciami dire, di per sé è ben poca cosa. Tanto meno, poi, credo ai valori della “sovversione” e del “disturbo”. La grande letteratura modernista è – di volta in volta e spesso contemporaneamente – commovente, comica, tragica, spietata, disperata, consolante (non consolatoria)… Ma questa non è affatto una sua specificità: tutta la grande letteratura lo è. E chi la capisce e la sente davvero, al di là delle distinzioni di poetica, è comunque solo una minoranza.

Possiamo però non rassegnarci: per qualche decennio, nel secondo Novecento, l’istruzione di massa ha creato un numero di lettori consapevoli inimmaginabile solo due o tre lustri prima. Se da tempo il circolo virtuoso si è rotto, è bene non dimenticarci che questa eccezione è stata l’effetto di precise politiche educative e sociali – vale a dire di scelte. Per questo sono pienamente d’accordo con te che l’educazione alla complessità letteraria deve essere un obiettivo “civico”, nel più ampio senso del termine, ma penso pure che scollegare questo progetto da una visione più ampia della società che vogliamo significhi di fatto eludere il problema o cavarsela con un “whishful thinking” troppo a buon mercato. In altre parole: se davvero ci diamo come obiettivo una competenza letteraria di massa, non è facendo l’intellettuale “inappartenente, solitario, indocile” che possiamo conseguirla. Il rischio qui è l’ingenuità o la malafede. L’accesso alla letteratura si difende al di fuori di essa: adesso più che mai. Per questo – nonostante tutto – mi colloco ancora in un orizzonte che è quello del socialismo e del marxismo.

 

7)Puoi dirmi che cos’è la letteratura, in poche righe (sei libero di non rispondere)?

 

Un acceleratore di esperienze. Uno degli strumenti più potenti di cui disponiamo per capire il mondo e noi stessi. Quanto a cambiarlo (e a cambiarci)… Beh, certe volte provo a essere così ottimista: oltretutto farebbe tornare più di un conto nella mia vita… Ma poi, se davvero voglio essere onesto con me stesso fino in fondo… Cambiare il mondo con la letteratura? Oddio, sì, però… Però… Però… Prossima domanda?

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