Inchiesta La Porta CHE COS’E’ LA LETTERATURA? 10 Caterina Bonvicini

1)Cominciamo con una domanda banale. Se qualcuno ti dice che vuole scrivere un romanzo è legittimo chiedergli “Hai qualcosa da dire?”

Mi confronto spesso con gli amici scrittori, mi piace sapere come lavorano, curiosare nel backstage. Mi sono accorta che si dividono in due categorie: quelli che sanno subito cosa vogliono dire e quelli che lo scoprono scrivendo. A quelli del secondo tipo è inutile fare una domanda del genere, per esempio.  In ogni caso, a me interessa molto di più il modo in cui vogliono raccontare una cosa della cosa in sé. Spesso discutiamo di questo. Perché ogni oggetto richiede precise scelte narrative e stilistiche, pensate apposta, diverse da quelle fatte in precedenza per parlare d’altro. Quindi è più facile che io chieda: E come pensi di dire quella cosa lì?

2)L’anima del romanzo è la ricerca della verità (Stendhal). Non voglio buttarla sul filosofico ma ha senso per te parlare oggi di “verità”, oppure è soltanto un anacronismo (per Carlo Freccero, neosituazionista datalk show, “una cosa anni ’60”) o un effetto retorico (per buona parte della cultura francese para-nietzscheana degli ultimi decenni)? Esiste ancora la verità, ineludibile pur nel suo essere relativa, parziale e provvisoria (una verità che riguarda la psicologia, l’etica, l’esistenza, la nostra relazione con il mondo…)?

Come giustamente hai notato tu in una recensione, io appartengo alla categoria dei narratori, «alla famiglia degli Affabulatori», per citarti, quindi sono attratta da un tipo molto preciso di verità, cioè dalla verità romanzesca. Per gli scrittori come me, i riferimenti sono sempre antichi. Penso all’intramontabile concetto di verosimiglianza aristotelica, per esempio, alla mimesis. Ma il dovere di un narratore non è solo quello di far funzionare una storia, altrimenti non ci sarebbe differenza fra la letteratura e una sceneggiatura televisiva costruita bene. E qui entra in gioco un altro di tipo di verità, che non c’entra più con la verosimiglianza, nel senso che va molto oltre. C’entra con l’arrivare al cuore delle cose, con una lama. Il romanzo di David Grossman Che tu sia per me il coltello per me è l’emblema di questo sforzo: anche solo il titolo (una citazione dalle lettere di Kafka) parla di questa tensione, di questa ricerca forsennata. Prendiamo Bulgakov, un autore capace di raccontarti in modo crudo e realistico la sua vita da medico e la sua dipendenza dalla morfina come una storia di rettili che invadono Mosca e di un cane trasformato in un uomo. Sono due scelte narrative opposte, eppure in entrambi i casi Bulgakov insegue la verità, intesa come una chiave per capire il suo mondo e il suo tempo.

3)La critica ha bisogno della Teoria (per alcuni alla teoria si è sostituita la conversazione o l’ideologia). Ora, va bene come richiesta di rigore contro la critica impressionistica e narcisistica, però nel decennio ’70 – quello dei critici-scienziati in camice bianco che riducevano i romanzi a ingegnosi diagrammi e formule tautologiche – la teoria (con  la falsa sicurezza che dà) cancellava la responsabilità soggettiva del giudizio e l’atto critico come impresa felicemente personale e avventurosa. Non è un rischio?

 Amo molto la parola «rigore», almeno nella scrittura. E’ un concetto che ho sempre presente anche quando devo raccontare i libri degli altri. Non mi appoggio a nessuna teoria perché non sono una critica, sono una scrittrice e gli scrittori devono stare lontani dalle teorie, di qualsiasi tipo. In comune con i critici abbiamo solo una cosa: siamo lettori che hanno perso l’innocenza. Sto però molto attenta a non riversare su un testo i desideri o le frustrazioni che accompagnano qualsiasi stesura di romanzo. Non capisco gli scrittori che mentre scrivono hanno paura di essere influenzati da quello che leggono, giuro. Io semmai ho paura del contrario, cioè di non riuscire a leggere un libro senza rovesciargli addosso quello che mi sta succedendo nella testa. E così mi sono data una regola, che appunto va presa come una regola, cioè qualcosa che ha più a che fare con il monachesimo che con le teorie: Mentre leggo un libro non devo dimenticare tutti i libri che ho letto prima – anzi, devono essere tutti lì, con me – devo solo dimenticare i miei.

4)Siamo minacciati dalla cultura unica del bestseller. Ma purtroppo non è neanche dimostrato che il successo di un libro  sia inversamente proporzionale alla sua qualità, né che i libri migliori siano quelli pubblicati da piccoli e coraggiosi editori (sarebbe troppo facile…). Ritieni che il mercato (intendo un vero mercato, non quello truccato di oggi, con le corsie  preferenziali per i volti televisivi e i premi spesso decisi da piccole lobby) specie per un genere “popolare” come il romanzo resti  comunque una verifica preziosa, non del tutto evitabile?

 Intanto la sorte di un libro viene sempre decisa prima, dipende più dall’editore che dall’autore. Già dall’anticipo capisci se hanno davvero intenzione di venderti o no. Quindi è inutile che gli editori continuino a farci pesare il venduto, chi fa questo mestiere da un po’ sa perfettamente che è un gioco sadomasochistico, un gioco erotico (nel migliore dei casi). E così va preso.

La cosa più divertente però – e noi autori ci possiamo mettere l’anima in pace – è che nemmeno l’editore-demiurgo riesce a governare il suo mondo. Altrimenti non piangerebbero sempre miseria, gli editori. I veri danni per loro, fra l’altro, sono le rese dei libri pagati di più. Il successo commerciale è una lotteria. Naturalmente se il tuo editore compra mille biglietti per te, hai più possibilità di avere in mano il numero giusto di chi ne ha solo uno, ma non è mica detto. Tutti e mille possono essere sfortunati (è solo più raro che quell’unico sia il vincente).

Mentre di letteratura, secondo me, si può parlare in modo atemporale, mettendo sullo stesso piano autori dei secoli scorsi e di oggi, di editoria no. Apparteniamo a un mondo che ha le sue regole e delle precise dinamiche, è inutile fare differenze fra un mercato truccato o un mercato vero. Solo la fortuna, con il suo misterioso potere, spariglia i giochi. Noi no.

Pensiamo al caso di Lucia Berlin, una scrittrice immensa, secondo me. E’ stata ignorata fino alla morte, nel 2004. Nessun biglietto della lotteria, per lei. Come per tanti altri. Poi che succede? Dieci anni dopo Farrar Straus si accorge che è esistita, i suoi racconti vengono ripubblicati (e sicuramente lanciati bene, altrimenti non sarebbe successo quello che è successo) e Lucia Berlin diventa un caso negli Stati Uniti e poi in tutto il resto del mondo. Anche questo è mercato. Come lo definiamo? Vero o truccato? A me viene in mente una parola sola: sorte. L’equivalente di un bigliettino dentro un biscotto in un ristorante cinese.

5)Nella mia personale utopia abita un critico come “individuo” – inappartenente, solitario, indocile – . Ora, se fino a ieri questo critico si appoggiavaa una tradizione abbastanza stabile, non ancora depotenziata (l’alta cultura), a una dialettica della Storia (marxismo), a soggetti  o classi che si volevano rivoluzionari ma in seguito scomparsi (classe operaia, movimenti di liberazione), oggi su cosa si sostiene? Non somiglia al barone di Munchausen che si prende il proprio codino per tirarsi su?

 La storia del codino mi fa subito venire in mente l’Iconologia di Cesare Ripa, un testo pubblicato per la prima volta nel 1523 e poi apparso di nuovo nel 1603 con le illustrazioni del Calvalier d’Arpino. L’Occasione è raffigurata come una donna nuda con i capelli buttati in avanti, sul viso, e la nuca scoperta. Hai piedi alati, appoggiati su una ruota e in mano tiene un rasoio. Ha i capelli tutti ribaltati in avanti, sul viso, perché all’occasione devi stare di fronte, non puoi seguirla e prenderla alle spalle. Passa velocemente, con i piedi alati poggiati sulla ruota che gira, e tu devi acchiappare un ciuffo al volo. Questo, nel bene e nel male, è il tempo dell’Occasione. Viviamo in un mondo che fa sentire tutti dei critici, anche solo perché scrivono una recensione su Amazon o sui social. In questa orribile confusione, per fortuna ogni tanto c’è anche qualcuno che lo fa bene. Il resto, è un dramma.

6)La letteratura autentica (penso alle grandi opere del modernismo), se a un primo livello educa lo “spirito” e amplia l’immaginazione (ed è giusto insegnarla a scuola e farne la base per la cittadinanza), alla lunga crea o può creare disadattati, persone asociali, intrattabili, destabilizzate. La sua verità è sovversiva e disturbante. In questo senso forse è giusto che venga coltivata da minoranze, che non diventi mai davvero di massa?

 Mi guardo intorno e vedo solo nevrosi, anche fra le persone che non aprono un libro. Quindi non mi preoccuperei tanto. Leggere molto semmai ti aiuta ad averne di più sottili.

 

 

 

7)Puoi dirmi che cos’è la letteratura, in poche righe (sei libero di non rispondere)?

 

Per me la letteratura è un equilibrio perfetto fra amore e crudeltà. Un modo di guardare il mondo da troppo vicino e nello stesso tempo a distanza.

I vostri commenti possono essere siglati da uno pseudonimo, garantiamo l’anonimato a chi ce lo richiede.


Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *