Inchiesta La Porta CHE COS’E’ LA LETTERATURA ? 11 Mario Barenghi

 

1) Cominciamo con una domanda banale. Se qualcuno ti dice che vuole scrivere un romanzo è legittimo chiedergli “Hai qualcosa da dire?”

Certo. Ma io preferirei porre un quesito più specifico: Hai una storia che merita di essere raccontata? E aggiungerei: Sei sicuro di conoscere la maniera migliore di raccontarla?

 2) L’anima del romanzo è la ricerca della verità (Stendhal). Non voglio buttarla sul filosofico ma ha senso per te parlare oggi di “verità”, oppure è soltanto un anacronismo (per Carlo Freccero, neo-situazionista da talk show, “una cosa anni ’60”) o un effetto retorico (per buona parte della cultura francese para-nietzschiana degli ultimi decenni)? Esiste ancora la verità, ineludibile pur nel suo essere relativa, parziale e provvisoria (una verità che riguarda la psicologia, l’etica, l’esistenza, la nostra relazione con il mondo…)?

Sostanzialmente Stendhal aveva ragione, salvo il fatto che la parola “verità” andrebbe intesa sempre al plurale. Verità, io penso ne esistano: non foss’altro, perché – di questo sono convinto – esistono le menzogne. E allora, delle due l’una: o si fa della menzogna una categoria onnicomprensiva, dove ogni cosa è destinata ad annegare (nulla è vero, tutto è falsificato), o si ammette che la menzogna è tale in quanto si distacca da qualcos’altro, che appunto chiamiamo verità.

 3) La critica ha bisogno della Teoria (per alcuni alla teoria si è sostituita la conversazione o l’ideologia). Ora, va bene come richiesta di rigore contro la critica impressionistica e narcisistica, però nel decennio ’70 – quello dei critici-scienziati in camice bianco che riducevano i romanzi a ingegnosi diagrammi e formule tautologiche – la teoria (con la falsa sicurezza che dà) cancellava la responsabilità soggettiva del giudizio e l’atto critico come impresa felicemente personale e avventurosa. Non è un rischio?

Io sono convinto che la critica abbia bisogno della teoria, ma in misura che varia a seconda delle contingenze storico-culturali. Il problema poi è sempre di non trattare i testi come pretesti teorici. A mio avviso, se la teoria ha prodotto guasti, è soprattutto sul piano didattico. Non dimenticherò mai il commento che anni fa mi capitò di leggere su un forum di studenti a proposito di una mia lezione introduttiva, in cui sintetizzavo alcuni punti della narratologia classica di Gérard Genette: “Ha parlato di analessi e prolessi, cose da seconda liceo”. Naturalmente un insegnante di liceo può anche parlare di queste cose, ma il pericolo che le trasformi nel nocciolo del suo lavoro sulla letteratura mi fa venire i brividi. A scuola bisognerebbe innanzi tutto persuadere gli studenti che vale la pena di leggere romanzi o poesie perché hanno da dirci qualcosa di importante. Le nozioni tecniche, semmai, dopo.

4) Siamo minacciati dalla cultura unica del best-seller. Ma purtroppo non è neanche dimostrato che il successo di un libro sia inversamente proporzionale alla sua qualità, né che i libri migliori siano quelli pubblicati da piccoli e coraggiosi editori (sarebbe troppo facile…). Ritieni che il mercato (intendo un vero mercato, non quello truccato di oggi, con le corsie preferenziali per i volti televisivi e i premi spesso decisi da piccole lobby) specie per un genere “popolare” come il romanzo resti comunque una verifica preziosa, non del tutto evitabile?

Due obiezioni. Il primo riguarda la parola “purtroppo”. Io direi: per fortuna! Secondariamente, oggi come oggi bisognerebbe prendere atto che non esiste un mercato, uno solo: nemmeno in campo librario. I mercati sono parecchi, diversi fra di loro. E una volta ammesso questo, secondo me cade anche l’idea che il mercato sia “truccato” (una riserva che assomiglia un po’ a un alibi).

Ma vorrei aggiungere qualcos’altro. Se un libro ha successo ci sono sempre delle ragioni, e compito della critica dovrebbe essere di capirle, al di là di giudizi sussiegosamente liquidatori. Certo, ci sono successi senza misteri: ad esempio, un libro firmato da un volto televisivo è sempre un’operazione commercialmente redditizia. Ma ci sono casi meno banali, meritevoli di indagine e riflessione. Prima di bollare un romanzo che ha avuto un successo inatteso come la conferma che al pubblico di massa piacciono le boiate, sarebbe sempre bene fare un minimo di analisi. I dotti –in questo Manzoni aveva ragione – tendono sempre a essere un po’ boriosi.

5) Nella mia personale utopia abita un critico come “individuo” – inappartenente, solitario, indocile. Ora, se fino a ieri questo critico si appoggiava a una tradizione abbastanza stabile, non ancora depotenziata (l’alta cultura), a una dialettica della Storia (marxismo), a soggetti o classi che si volevano rivoluzionari ma in seguito scomparsi (classe operaia, movimenti di liberazione), oggi su cosa si sostiene? Non somiglia al barone di Munchausen che si prende il proprio codino per tirarsi su?

Forse sì. Ma il barone di Munchausen è un grande personaggio! L’inappartenenza è una categoria preziosa, almeno quando non si traduce in isolamento sdegnoso e snobistico. Spezzerei una lancia a favore dell’inappartenenza che mira a prefigurare appartenenze future. O a creare le condizioni perché possano nascere.

 6) La letteratura autentica (penso alle grandi opere del modernismo), se a un primo livello educa lo “spirito” e amplia l’immaginazione (ed è giusto insegnarla a scuola e farne la base per la cittadinanza), alla lunga crea o può creare disadattati, persone asociali, intrattabili, destabilizzate. La sua verità è sovversiva e disturbante. In questo senso forse è giusto che venga coltivata da minoranze, che non diventi mai davvero di massa?

Non tutti i capolavori letterari sono concepiti per parlare a chiunque, ma più per motivi di forma che di contenuto. I promessi sposi o Delitto e castigo sono romanzi che aspirano a essere letti da un pubblico esteso, L’uomo senza qualità o Finnegans Wake no. Ma siamo poi sicuri che le verità rivelate dalla letteratura possano essere davvero più sovversive e disturbanti delle condizioni reali di vita patite dagli strati più disagiati della popolazione, quelli che sono per principio esclusi dalla fruizione di opere di un certo tipo?

Io farei un passo indietro. La letteratura per me è importante perché può produrre grandi benefici, al singolo come alla collettività. Però, come tutte le cose importanti, può anche fare dei danni. Io su questo punto insisto sempre con gli studenti. In prima approssimazione, leggere (leggere opere letterarie) è una cosa positiva. Ma appena si guardano le cose da vicino ci si rende conto che è un’arma a doppio taglio. Leggere è un po’ come mangiare. Alimentarsi è necessario per crescere, per rimanere in salute, diventare forti, avere un futuro. Ma c’è sempre anche il rischio di intossicarsi. O di ingrassare. O di rendersi insopportabili discettando fuori luogo di tempura, quinoa e petits crus.

 7) Puoi dirmi che cos’è la letteratura, in poche righe (sei libero di non rispondere)?

Nei termini più generali, cioè in chiave evolutiva, la letteratura è uno strumento per vivere, per migliorare le nostre condizioni di vita, incrementando la coesione di gruppo e sorreggendo il delicato equilibrio tra cooperazione e competizione che caratterizza la strategia di sopravvivenza di Homo sapiens. Da un punto di vista più soggettivo, la letteratura è una possibilità che ci è offerta di ampliare la nostra esistenza, di arricchirla, di riempirla di senso. Leggere significa vivere esperienze virtuali che possono – che dovrebbero – fortificare la coscienza, migliorando le nostre capacità di relazione. Ma, come dicevo, non c’è cosa buona di cui non si possa fare un cattivo uso. Si può fare pessimo uso anche di un buon libro. Certo, vale anche il contrario: è possibile fare buon uso di un libro mediocre. Questa sarebbe la funzione della critica: operare perché la letteratura svolga un ruolo positivo.

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