Inchiesta La Porta CHE COS’E’ LA LETTERATURA? 12 Paolo Febbraro

1) Cominciamo con una domanda banale. Se qualcuno ti dice che vuole scrivere un romanzo è legittimo chiedergli “Hai qualcosa da dire?”

No, perché lo scrittore in questione potrebbe trovare cos’ha da dire durante la stesura del romanzo, e non prima. Io gli chiederei, piuttosto: Sei una persona sufficiente a scrivere un romanzo?

2) L’anima del romanzo è la ricerca della verità (Stendhal). Non voglio buttarla sul filosofico ma ha senso per te parlare oggi di “verità”, oppure è soltanto un anacronismo (per Carlo Freccero, neosituazionista da talk show, “una cosa anni ’60”) o un effetto retorico (per buona parte della cultura francese para-nietzscheana degli ultimi decenni)? Esiste ancora la verità, ineludibile pur nel suo essere relativa, parziale e provvisoria (una verità che riguarda la psicologia, l’etica, l’esistenza, la nostra relazione con il mondo…)?

Credo che la verità sia come il tempo per Agostino: se non mi chiedi cosa sia, io so cos’è, ma se me lo chiedi non lo so più. Posso dire questo: leggendo una poesia, un racconto o un saggio mi accorgo se chi scrive dice la verità o se invece è falso, ovvero vuole imbrogliare sé stesso (per qualche motivo culturale o psicologico) o anche il lettore. Proprio per il fatto di essere relativa la verità esiste, eccome. Cercare stendhalianamente la verità è l’unico modo per entrare in comunicazione autentica con l’interlocutore o il lettore. Io ribalterei la vulgata pirandelliana: due persone oneste che s’incontrano, anche sulla pagina, riescono a comprendersi non tanto nel contenuto semantico di ciò che dicono, quanto sul piano della verità emotiva che lo rende necessario.

3) La critica ha bisogno della Teoria (per alcuni alla teoria si è sostituita la conversazione o l’ideologia). Ora, va bene come richiesta di rigore contro la critica impressionistica e narcisistica, però nel decennio ’70 – quello dei critici-scienziati in camice bianco che riducevano i romanzi a ingegnosi diagrammi e formule tautologiche – la teoria (con la falsa sicurezza che dà) cancellava la responsabilità soggettiva del giudizio e l’atto critico come impresa felicemente personale e avventurosa. Non è un rischio?

Anche qui: quando apriamo una Storia della Letteratura italiana o inglese o di altra lingua, sappiamo benissimo di quali opere umane sentiremo parlare. Eppure, alla domanda “Cos’è la Letteratura?” è difficilissimo rispondere in termini rigorosamente teorici. E del resto quando si è provato a farlo con lo strutturalismo e la semiologia sono stati creati meccanismi d’indagine buoni per qualunque “testo”. Come tu dici, l’atto critico è un’avventura del senso, la cui autorevolezza e autorialità sono inestricabilmente un esito e un presupposto, un qualcosa di verificabile con i testi alla mano e insieme un atto di fede, un’adesione non completamente logica. Quanto alle teorie più plausibili, mi sembra di trovare un terreno fertile nelle neuroscienze, quelle che parlano di pensiero emotivo e di neuroni-specchio. Credo che “bello” sia qualcosa in cui la nostra mente riesca a trovare – inconsapevolmente – delle regolarità, delle risposte, degli adempimenti. Ognuno di noi conosce ri-conoscendo, e viene colpito dalle opere altrui che, per vie fantastiche spesso non consce, ha già cominciato a costruire egli stesso.

4) Siamo minacciati dalla cultura unica del bestseller. Ma purtroppo non è neanche dimostrato che il successo di un libro sia inversamente proporzionale alla sua qualità, né che i libri migliori siano quelli pubblicati da piccoli e coraggiosi editori (sarebbe troppo facile…). Ritieni che il mercato (intendo un vero mercato, non quello truccato di oggi, con le corsie preferenziali per i volti televisivi e i premi spesso decisi da piccole lobby) specie per un genere “popolare” come il romanzo resti comunque una verifica preziosa, non del tutto evitabile?

Non so cosa vuol dire l’espressione “mercato truccato dalle corsie preferenziali, dai mass media e dalle lobby”. Il mercato è quello che è, funziona così. Non mi è per nulla simpatico, ma le alternative, per ora, sono state ancora peggiori. Il mercato è una corsa all’oro, ne ha tutta la volgarità e tutta la primitiva, incoercibile naturalezza. Se è una fabbrica di “bisogni indotti” ogni cittadino, grazie ad almeno dieci anni di istruzione gratuita obbligatoria, avrebbe tutti gli strumenti per resistergli. Non crederò mai alla vecchia storia del popolo “buono” e del potere “cattivo” che lo raggira e ne adultera i gusti. La domanda crea l’offerta almeno quanto avviene il contrario. Quanto al romanzo, in particolare: vedo che si vende benissimo parecchia robaccia, ma non è questo che mi dà fastidio. Non vedo perché centomila persone dovrebbero comprare i libri miei o i tuoi o quelli – faccio un esempio – di un prosatore breve come Eugenio Baroncelli. Il problema non è il mercato, che si adultera da solo e che tuttavia, soprattutto sul web, lascia la libertà teorica a chiunque di comprare qualunque libro. Molto più pericoloso è il fatto che vediamo la letteratura medio-bassa che vende bene diventare automaticamente il “segno dei Tempi”, un “fenomeno culturale”, una “tendenza storica”, e dunque essere studiata all’università e guadagnare per via sociologica una legittimazione culturale che le sarebbe negata per via estetica. Dal punto di vista della storia e sociologia della cultura, una tavola parolibera di Marinetti sarà sempre più rilevante di una poesia di Saba. Io sarò sempre dalla parte di Saba, e se “il mercato” sarà dalla parte di Marinetti me ne farò una ragione. Ma denuncerò sempre i cosiddetti “intellettuali” che accreditano il “nuovo” in quanto tale, sembrando all’avanguardia e in realtà operando da seguaci e funzionari del marketing estetico, da suoi secondari esecutori. Questo è molto visibile soprattutto nell’ambito delle arti figurative: non solo nelle gallerie, ma anche nei musei di arte contemporanea si vedono dei manufatti di assoluta e grottesca pochezza, prestabiliti come arte da un atto critico che li sostituisce del tutto, che ne ha bisogno solo come pretesto.

5) Nella mia personale utopia abita un critico come “individuo” – inappartenente, solitario, indocile – . Ora, se fino a ieri questo critico si appoggiava a una tradizione abbastanza stabile, non ancora depotenziata (l’alta cultura), a una dialettica della Storia (marxismo), a soggetti o classi che si volevano rivoluzionari ma in seguito scomparsi (classe operaia, movimenti di liberazione), oggi su cosa si sostiene? Non somiglia al barone di Münchausen che si prende il proprio codino per tirarsi su?

Non so se Giuseppe Antonio Borgese, Emilio Cecchi, Giacomo Debenedetti, Nicola Chiaromonte, Cesare Garboli si appoggiassero su marxismo e classe operaia. Non credo vi si appoggiassero Virginia Woolf, Edmund Wilson (per quanto attratto da Marx), George Orwell. Ma avevano in mente, questo sì, «una tradizione abbastanza stabile e non depotenziata». Ora, proprio per i motivi che dicevo sopra, questa tradizione pare sia esplosa in mille frammenti. È la società di massa: noi che scriviamo e pubblichiamo siamo diventati enormemente numerosi, e sono saltati i criteri di selezione. Chi non dispone delle segnalazioni vistose ed elementari del mercato – i poeti e i prosatori di maggior spessore – può impiegare decenni ad affermarsi presso ciò che resta della “società letteraria”, ovvero il piccolo insieme di quei letterati che, fra mille necessari compromessi, riescono a mantenersi «inappartenenti, solitari, indocili». Tutti costoro – lasciando perdere la classe operaia, o quella borghese o le direzioni della Storia – dovrebbero fondare la propria opera sulla critica del modello ciclico di produzione-consumo in cui sembra siamo fatalmente riassunti. Tutto ciò che è cura della libertà, manutenzione dei rapporti con chi ci ha preceduto su questo pianeta, esperienza della Natura, creatività psichica e forzatura delle nostre stesse aree opache, capacità di oggettivazione mitica, dovrebbe spingerci a vivere e a criticare i contesti in cui tutto ciò viene compromesso. Tenendo sempre presente il rischio concreto di una catastrofe ecologica che già si profila, e che profilandosi dovrebbe retroagire sul rigore delle nostre scelte, sulla severità delle nostre più ardue allegrie.

6) La letteratura autentica (penso alle grandi opere del modernismo), se a un primo livello educa lo “spirito” e amplia l’immaginazione (ed è giusto insegnarla a scuola e farne la base per la cittadinanza), alla lunga crea o può creare disadattati, persone asociali, intrattabili, destabilizzate. La sua verità è sovversiva e disturbante. In questo senso forse è giusto che venga coltivata da minoranze, che non diventi mai davvero di massa?

La letteratura autentica va proposta a tutti, davvero a tutti. Personalmente, lavoro come insegnante in un istituto alberghiero, con dei ragazzi che sono avviati al mestiere di operatori d’hotel. Eppure in tre anni di corso leggo loro i brani più classici della nostra letteratura, da Jacopo da Lentini a Giorgio Caproni. La gran parte di loro non leggerà più un libro, dopo il diploma, ma almeno conserverà una memoria diversa. Saprà che certe cose esistono. Dopo di che, televisori, computer e smartphones faranno il proprio mestiere e la loro creatività personale s’incasellerà nelle modalità oggi di massa. Parlare a tutti di cose aristocratiche è un dovere democratico: mai più le minoranze intellettuali dovranno essere predeterminate dall’appartenenza di classe. Tanto più ora che la Cultura con C maiuscola è diventata un feticcio. In ogni caso, non ho paura che ciò che insegno o ciò che io stesso scrivo possa creare individui destabilizzati o intrattabili. La letteratura, anche quando sconvolge per i temi e per le forme, lo fa depositandosi in un composto familiare, è fraterna nel suo dialogo con il vasto abbraccio del vivo passato, è un’eco possente delle nostre condivise intimità, dei nostri pericoli. In questo è seducente, ma ha un fondo sempre benevolo, costruttivo, come di qualcosa che ci riconosce bisognosi, fantastici, umani.

7) Puoi dirmi che cos’è la letteratura, in poche righe (sei libero di non rispondere)?

La letteratura è la modalità di coloro che interagiscono con il mondo grazie alle parole.

1 Response

  1. Ippolita Luzzo scrive:

    Condivisa nel regno della Litweb

I vostri commenti possono essere siglati da uno pseudonimo, garantiamo l’anonimato a chi ce lo richiede.


Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *