Inchiesta La Porta CHE COS’E’ LA LETTERATURA? 13 Daniela Marcheschi

1) Cominciamo con una domanda banale. Se qualcuno ti dice che vuole scrivere un romanzo è legittimo chiedergli “Hai qualcosa da dire?”

Personalmente, gli chiederei piuttosto: –- Che cosa vorresti raccontare? –- In questo modo avrei un’idea del punto di partenza del romanzo, della necessità della materia per l’autore e se questi si dispone all’avventura dello scrivere con l’attitudine, lo spirito giusto: di ricercare, di capire. Non si scrive solo per esprimere, ma anche per conoscere. Poi, ovviamente, la letteratura è anche molto, molto, altro.

2) L’anima del romanzo è la ricerca della verità (Stendhal). Non voglio buttarla sul filosofico ma ha senso per te parlare oggi di “verità”, oppure è soltanto un anacronismo (per Carlo Freccero, neosituazionista da talk show, “una cosa anni ’60”) o un effetto retorico (per buona parte della cultura francese para-nietzscheana degli ultimi decenni)? Esiste ancora la verità, ineludibile pur nel suo essere relativa, parziale e provvisoria (una verità che riguarda la psicologia, l’etica, l’esistenza, la nostra relazione con il mondo…)?

 Certo che la verità esiste, ed è quella che anima la grande letteratura o che abbia ambizioni ad essere tale! Penso che la questione posta dalla domanda abbia origine dal fatto che ci sono tanta confusione e pressapochismo teorico e che molti confondono la “verità” con il “vero”. Ambedue sono in stretta relazione, i loro confini sono sottili, ma diversi sono i loro ambiti. L’equivoco del Naturalismo e di tutti i neo-realismi scaturisce proprio da quel nodo irrisolto.

            La scienza, seguendo un metodo sperimentale e specifici protocolli, deve occuparsi del vero della natura, ossia di ciò che sembrerebbe risultare coerente, “reale” su un piano oggettivo, indipendente dalle convinzioni o dai gusti personali del ricercatore. Secondo Thomas Kuhn, però, gli scienziati creerebbero o accetterebbero semplicemente alcuni paradigmi teorico-operativi, per scontrarsi poi con delle anomalie, capaci di mettere in crisi i paradigmi consolidati, e per aprire ulteriormente la via a paradigmi nuovi, sulla cui persuasività discuterà la comunità scientifica[1]. Senza entrare nel merito delle contestazioni che Karl Popper ha avanzato a Kuhn, secondo le quali gli scienziati devono abbandonare una teoria, non appena emerga una prova in grado di falsificarla, è interessante notare che Imre Lakatos distingue tra programmi di ricerca progressivi e programmi di ricerca degenerativi. Questi ultimi, per il filosofo della scienza ungherese, sono quelli contraddistinti dalla mancanza di sviluppi o dalla proliferazione di ipotesi protettive, cioè incapaci di condurre alla scoperta di fatti nuovi[2].

            La letteratura e le arti puntano invece alla verità dell’essere umano, anche perché – come riteneva Pablo Picasso – tutto ciò che può essere immaginato, e “inventato” dalla fantasia, è reale. La percezione del mondo o del reale filtra attraverso la nostra soggettività, che mira nelle arti ad un’esperienza di espressione, di bellezza e conoscenza: di verità nell’accezione antica del termine, cioè di faticosa acquisizione di valori autentici, intimi ed indimenticabili. È la verità dell’incontro emozionante del soggetto con le cose o gli eventi fondamentali dell’esistenza, che ci hanno in vario modo già interpellato, perché si sono presentati, inevitabili, a noi. La verità è ciò che viene incontro, che riguarda e apre una possibilità unica e irripetibile: è ciò che si conosce già, da tempo ed intimamente, e che si propone all’ascolto, perché si possa seguire la strada “vera”, senza scorciatoie, della coscienza e della conoscenza[3]. Se un intento conoscitivo puro può essere esclusivo della scienza piuttosto che dell’arte o della letteratura, in cui agiscono al contrario anche altre istanze d’ordine comunicativo, sentimentale, speculativo o etico, è però un errore attribuire alla letteratura e all’arte in genere un’esclusiva, totalizzante, funzione di conoscenza irrazionale, che, riducendo e semplificando ad arbitrio il carattere molteplice dell’opera d’arte, ingenera altri equivoci.         La verità della letteratura e delle arti, che scaturisce da un’istanza profonda della soggettività, presuppone comunque un lavoro razionale, speculativo, artigianale e di invenzione serrato e rigoroso, sebbene non si ottenga con un unico metodo. Quella verità delle arti è appunto verità soggettiva da mettere sempre in discussione, perché gli uomini, nel cammino della storia, vivono e sperimentano il molteplice, gli aspetti sempre nuovi dell’esistere. In letteratura o nelle arti, così, la verità è la sfida stessa della verità, un valore che non può mai essere posseduto una volta per tutte, altrimenti si muta in dogma o in modello manierista.

            La lezione di uno scrittore come Fëdor Dostoevskij, ad esempio, non suggerisce né la resa al nichilismo (negatore dell’esistenza stessa della verità) né l’adesione al dogmatismo, ad una Verità stabilita una volta per sempre, bensì invita l’uomo all’unica «libertà» e «responsabilità» che gli sono veramente possibili: la crisi, animata da una perpetua tensione di ricerca per approntare una soluzione ulteriore, solo un’altra verità provvisoria. È una ricerca di verità attiva, di una totalità, in nome di istanze sentimentali, etiche e utopiche della soggettività, tali da coinvolgere prima di tutto l’autore, che si esprime e conosce il mondo attraverso la letteratura. Per una scoperta che è in primis quella di chi scrive, che trova ciò che non sapeva di sapere; e il lettore con lui. Si tratta infatti della verità di «quel sé che coincide con gli altri» umani “sé” su un piano ideale, come asseriva Giuseppe Pontiggia[4]; e di cui la parola è svelamento, quando l’io accoglie la ragione delle cose e se ne fa trasparente segno. Poiché scrivere non è solo manipolare superficialmente la grammatica del linguaggio o di una lingua, bensì cercare la propria verità passando anche al vaglio del linguaggio stesso i contenuti da comunicare, quindi ri-verificando il linguaggio ancora con il linguaggio. Di necessità, l’Etica non sta fuori di quest’ultimo, ma dentro di esso[5]; e si pone pertanto in tensione con l’Estetica.

            La stessa realtà non è solamente le cose o gli oggetti percepiti, bensì una visione complessiva degli eventi e dei rapporti significativi che intercorrono fra di essi. Nelle attività creative, in conclusione, laddove si producono alti valori formali, nel senso forte del termine, l’innovazione è un processo continuo, che coincide con l’ininterrotta ricerca soggettiva di verità da parte dell’autore o dell’artista.

            Il destino biologico e antropologico dell’uomo – che è costituito del passato della specie, del presente della storia e delle sue tradizioni e del futuro da indirizzare – è quello di poter produrre e potersi misurare con ogni sapere e fare. Bisogna allora avere ben presente che si deve e si può fare la letteratura e l’arte con tutto; anzi, più aperto e ricco di sapere è l’angolo visuale di uno scrittore o di un artista, più il suo occhio saprà cogliere i nessi profondi delle cose e raccontarle o restituirle nella loro complessità. È precisamente in un tale modo di porre in interrelazione le discipline, che il pensiero acquisterà un nuovo impulso verso il cambiamento.

            Ogni metodo può allora permettere di raggiungere la verità, essere utile, intrecciandosi con la varietà delle esperienze, dei casi, dei bisogni umani. Non solo le esperienze della vita vissuta, che pure sono essenziali, è ovvio, ma le Scienze naturali, la Fisica e la Matematica, l’Antropologia, la Chimica, il Mito, la Filosofia, o la Psicanalisi possono diventare uno strumento di approssimazione alla verità di sé, alla comprensione delle cose e al loro mutamento in un percorso circolare continuo fra inconscio e conscio, materia e spirito, ragione e sentimento.

            Lo stesso realismo è la realizzazione di un’esigenza razionale e, se le scienze e i saperi servono allo scrittore o all’artista per una sua maggiore consapevolezza del mondo, è però l’arte a potersi e doversi occupare di metafisica, cioè a sollevare il problema della realtà, come indicava Hermann Broch[6].

 

3) La critica ha bisogno della Teoria (per alcuni alla teoria si è sostituita la conversazione o l’ideologia). Ora, va bene come richiesta di rigore contro la critica impressionistica e narcisistica, però nel decennio ’70 – quello dei critici-scienziati in camice bianco che riducevano i romanzi a ingegnosi diagrammi e formule tautologiche – la teoria (con la falsa sicurezza che dà) cancellava la responsabilità soggettiva del giudizio e l’atto critico come impresa felicemente personale e avventurosa. Non è un rischio?

 La critica ha bisogno di teoria, di una visione interpretativa della letteratura, ma non di scientismo, che è altra cosa. Risento Cesare Segre asserire che la critica sarebbe in decadenza, perché manca un metodo… Se la crisi dipendesse da questo, sarebbe facile risolverla. In realtà la questione è più complessa.

                  Lakoff e Johnson hanno mostrato come immaginazione e razionalità formino la nostra mente e il nostro pensiero[7]: attraverso le metafore, che non sempre avvertiamo come tali, si strutturano le percezioni e la comprensione stessa, l’intero nostro sistema concettuale. Come indicano la Neurofisiologia e l’Antropologia, la traducibilità dei sistemi di pensiero, delle culture, delle tradizioni consente che le esperienze non restino settoriali. Sono quindi destinate a cadere le distinzioni idealistiche, mascherate talvolta di specialismo o scientismo, che le riguardano.

                  Cosa accade allora nella critica o negli studi di storia dell’arte e della letteratura? Il processo di innovazione non risulta sempre così dinamico, perché le prassi di lettura, di ricerca e di produzione saggistica incappano in nuclei problematici che potremmo considerare analoghi a quelli individuati da Lakatos nella scienza: urgenza di continua lettura (del contemporaneo), di continua ricerca dei testi nelle biblioteche e negli archivi, di scavo filologico e di nuovo continua lettura e interpretazione a parte. Si pensi in particolare alla riflessione su quali regole metodologiche adottare e perché, in relazione alla materia o all’oggetto di studio; sulla necessità di modificare alcune ipotesi ausiliarie oppure di rifiutarle perché incapaci di spiegare il maggior numero dei fatti e di produrre progressi, di ampliare conoscenze e paradigmi.

                  La critica è creatività ed analisi riflessiva esercitata direttamente sulla letteratura e sull’arte (è questo, lo ripetiamo, che remore romantiche, idealistiche e metafisiche di vario genere impediscono talvolta di accettare, dando supremo valore alla fantasia e alla sua potenza di creazione in rapporto alla natura e al mondo).

                  Vero e verità – ossia interdisciplinarità – rappresentano comunque non tanto geometriche e ineliminabili polarità, bensì insiemi definiti del fare artistico o letterario, e ciò vale anche nell’ambito della critica. Solo un simile tipo di rispecchiamento fra vero e verità, nella continua stratificazione delle conoscenze e dei saperi e nel loro reciproco illuminarsi, può infatti consentire di creare insolite configurazioni o “finzioni” di pensiero: cioè di pensare e, contemporaneamente, di mettere in discussione, verificandole nell’esperienza storica con un’ampia serie di strumenti , le categorie culturali stesse del pensare. Il confronto fra ambiti disciplinari e teorie diverse può costringere a riesaminare aspetti trascurati di un tema, a seguire percorsi di ricerca inesplorati o poco battuti dalla cultura, a gettare una luce problematica nuova su quanto facciamo pensando e pensiamo facendo.

                   Consideriamo ad esempio quanto suggeriscono  l’Antropologia, ancora, e la Fisica moderna, e ci renderemo conto che “cultura” è solo un nome collettivo e che la molteplicità dell’agire umano nella storia  è connessa alla pluralità delle esperienze, nella compresenza di storie e geografie disparate, corrispondente alla molteplicità delle varie tradizioni e della loro coesistenza.

                  Sovrapponendo i saperi, proiettando gli uni sugli altri e considerandoli quasi in trasparenza, ciò consente di evitare un errore abbastanza diffuso negli studi di critica e storia della letteratura, vale a dire quello di identificare la Tradizione – una presunta unica Tradizione – con il passato e la Storia: errore, ad esempio, che compie Harold Bloom in The Western Canon[8]. Questo genere di identificazione, eccessivamente semplificante, discende dalla tradizione di pensiero della filosofia idealistica di matrice hegeliana: lo Spirito, che è “uno”, diviene articolandosi come Storia per Tesi/Antitesi/Sintesi dialettiche sempre nuove, in un incessante percorso di superamento e ricongiungimento perfetto con se stesso. 

                  Ancora, il confronto fra gli stessi saperi (a cui possiamo aggiungere la Filosofia – di S. Agostino e Henri Bergson – e la Psicanalisi) permette di comprendere che la temporalità storica non è solo quella della Fisica classica e una linea retta, formata da una serie di punti in successione e in perenne fuga in avanti, che è possibile sezionare a piacimento, come ritennero ad esempio i Futuristi. Se il passato appartiene a una serie di punti lontana, indietro, su quella retta-vettore che costituirebbe la temporalità storica, e non sono possibili movimenti “en arrière”, il passato sarà morto per sempre, e noi, la nostra cultura sarà costretta a vivere nell’eterno presente della cronaca e a inseguire solo le mode. Questa è però una patologia di certa cultura/critica letteraria e artistica contemporanea, che tende a non aprire ed allargare i propri orizzonti conoscitivi. Esiste anche una durata. L’essere umano è dotato di memoria e di immaginazione, ambedue in grado di attivare le stesse aree cerebrali, come hanno scoperto i neurofisiologi. Tutta la cultura umana è arricchita dal passato ed è un grande strumento-modo di essere per slanciarsi nel futuro: immaginarlo e crearlo. Lo stesso essere umano è immerso in un orizzonte spazio-temporale, entro il quale, in relazione alla sua collocazione, si vengono via via a definire le coordinate di passato, presente e futuro in cui egli si muove o intende farlo. Siamo noi con le nostre scelte a «presentificare» le tradizioni culturali, che devono essere poste in tensione con il loro portato di tempo fattosi  pensiero, materie, forme,  tecniche, parole o concetti. Siamo noi a renderle oggi vive e operanti nella nostra impronta; noi a «passatizzarle», se ci appaiono inadatte a quanto sembra giusto esprimere qui e ora; a «futurizzarle», a consegnarle nelle mani delle generazioni avvenire. Così le tradizioni sono piuttosto dei grandi fiumi carsici, pronti a scorrere a cielo aperto, poi ad inabissarsi nelle viscere della terra per tornare infine in qualche luogo di nuovo ben visibili alla superficie.

                  Per la sua stessa natura antropologica l’essere umano, lungi dall’essere una tabula rasa, pensa per tradizioni, conosce per tradizioni, perché così si articola  la cultura stessa, che ha prodotto nella sua esistenza di specie animale sul nostro pianeta. Allora pensare le forme della tradizione in cui ci riconosciamo, o delle tradizioni che sono il nostro bagaglio, e ripensarle, è l’unico modo per rinnovarla o rinnovarle, giacché la tradizione o le tradizioni sono il solo e autentico principio unificante dell’arte o della letteratura e, proprio in quanto tali, in grado di consentire la pluralità libera e attiva delle voci interpretanti e creative. Solo su simili basi conoscitive e razionali, sempre in dialogo con la nostra struttura biologica, l’inconscio, il nostro mondo affettivo, sarà possibile innovare, sostituendo il nichilismo che pervade anche troppa cultura contemporanea.

                  Il passato è in noi e opera in noi, ma non determina senza scampo il futuro; e la cultura vive luminosa solo nell’apertura verso il possibile, il nuovo. È  il reale, infatti, che si fa incessantemente altro, che determina il possibile: soltanto in questo può dispiegarsi quella tensione a «cambiare il cambiamento», auspicata da Günther Anders[9], affinché «il mondo non continui a cambiare senza di noi e, alla fine, non si cambi in un mondo senza di noi».

                  Vale anche in letteratura.

4) Siamo minacciati dalla cultura unica del bestseller. Ma purtroppo non è neanche dimostrato che il successo di un libro sia inversamente proporzionale alla sua qualità, né che i libri migliori siano quelli pubblicati da piccoli e coraggiosi editori (sarebbe troppo facile…). Ritieni che il mercato (intendo un vero mercato, non quello truccato di oggi, con le corsie preferenziali per i volti televisivi e i premi spesso decisi da piccole lobby) specie per un genere “popolare” come il romanzo resti comunque una verifica preziosa, non del tutto evitabile?

 Il problema non è il mercato: c’è, c’è sempre stato da quando esistono i libri a stampa. Chi penserebbe oggi che i versi del Notturno Napoletano, vissuto nel Cinquecento e allora famoso poeta improvvisatore, siano capolavori della poesia italiana? E chi potrebbe ritenere che Leontina, o Un quadro dei nostri tempi (1853) di Ermanno Salucci sia uno dei migliori racconti lunghi  dell’Ottocento? Sicuramente Salucci ha venduto più di Manzoni, Collodi o Rovani. Questo vale anche per tanti altri libri pubblicati da grandi case editrici nel Novecento: basta sfogliare i loro cataloghi e fare la conta.

                  Al mercato si cerca di vendere; ed è legittimo che gli autori, tutti, aspirino ad essere venduti e letti: a una verifica del mercato. Ora però si pensa, a torto, che il libro sia un oggetto qualsiasi, e che il mercato ne sia il solo giudice. Il libro è invece un “oggetto” molto particolare: lo si può vendere a un prezzo modesto, ma il suo valore può essere molto superiore, perché comunica una esperienza che può arricchire e cambiare chi legge.

                  In letteratura esistono molti sottogeneri diversi, e il pubblico dei lettori è variegato. Così ci sono libri validi da 2/3mila, anche 10mila lettori o molti di più; e libri di medio e modesto valore che raggiungono lo stesso livello di vendite o lo superano enormemente: diventano bestsellers appunto, perché interessano un’altra fascia di lettori. La pubblicità ci punta; e se ne scrive per farsene. Il critico diventa allora un pubblicitario, con tutto il rispetto per quest’ultima categoria professionale. 

                  La questione è invece  la responsabilità della critica e delle pagine culturali, dove non sempre si sceglie. Il critico è spesso identificato con il saggista tout court vecchia maniera, quasi da terza pagina di un tempo: si tende alla divagazione sul testo, non ad affrontarne i  nuclei formali forti. Naturalmente ci sono grandi personalità letterarie nell’ambito saggistico, ma la critica è il corpo a corpo anche con i vivi, non solo con i morti; è il confronto serrato con la letteratura del proprio tempo; è scegliere e dire in maniera chiara i propri valori. La critica si fa con un pugno di nomi –- diceva Ezra Pound.

                  Presso case editrici piccole e grandi escono romanzi, racconti, poesie notevoli: non  si dà loro abbastanza risalto, per darlo invece a nomi e a libri molto pubblicizzati e venduti, ma non sempre di alto valore. Un altro problema è rappresentato dall’autoritarismo del mercato e di poteri vari. Per ragioni esterne alla letteratura, si dà il nome di scrittore o critico a persone che non hanno offerto una vera, convincente, prova di sé. La critica sta così abbandonando il terreno della letteratura militante; rinuncia spesso a discutere: opta per un atteggiamento prudente, se non  addirittura poco coraggioso. Si dichiara spesso che la civiltà letteraria è morta: beh! la si fa morire ogni volta che si rinuncia alla propria responsabilità, a rilanciare la posta di una discussione franca e rispettosa, ma tesa ad affermare i propri valori soggettivi.

                 

 

5) Nella mia personale utopia abita un critico come “individuo” – inappartenente, solitario, indocile – . Ora, se fino a ieri questo critico si appoggiava una tradizione abbastanza stabile, non ancora depotenziata (l’alta cultura), a una dialettica della Storia (marxismo), a soggetti o classi che si volevano rivoluzionari ma in seguito scomparsi (classe operaia, movimenti di liberazione), oggi su cosa si sostiene? Non somiglia al barone di Munchausen che si prende il proprio codino per tirarsi su?

 Praticare l’ingenuità è ben diverso da essere ingenui; e la servitù è sempre «volontaria» anche nella peggiore delle tirannidi – scriveva Étienne de la Boétie. Ci sono momenti in cui è fondamentale difendere la propria dignità di intellettuali e critici; del resto oggi questo  non costa la vita o la libertà: non siamo ai tempi del Fascismo! Penso al prezzo che ha pagato Piero Gobetti, ad esempio.

                     Personalmente non mi tenta l’idea di un individuo solitario. Questo modo di esercitare la critica non lo troverei sempre appagante. Anche in questo caso vale il lavoro per «quel sé che coincide con gli altri», come diceva Pontiggia. I giovani, poi, devono sentire  differenti campane, dobbiamo seguirli: sono loro il nostro futuro. Lo sguardo di un critico, come di ogni altro intellettuale, è tanto più prezioso quanto più è soggettivo ed eticamente centrato sui principi della responsabilità e della verità. Solo se vi sono tante solide verità soggettive – frutto della consapevolezza intellettuale, di una cultura la più vasta possibile e dello slancio etico a costruire oltre se stessi e insieme con gli altri – , si può discutere, costruendo dei significati, non la chiacchiera, e partecipare attivamente alla letteratura. Inoltre, solo così può nascere la possibilità di comparazione e quella tensione virtuosa, persuasiva, verso la conoscenza della verità: che è movimento condiviso, viaggio perpetuo verso la meta intraveduta all’orizzonte, anche se non la potremo mai raggiungere davvero o catturare una volta per sempre. Non a caso questo è quanto si cerca di ostacolare oggi. Per tali ragioni rispondo volentieri all’intervista.

6) La letteratura autentica (penso alle grandi opere del modernismo), se a un primo livello educa lo “spirito” e amplia l’immaginazione (ed è giusto insegnarla a scuola e farne la base per la cittadinanza), alla lunga crea o può creare disadattati, persone asociali, intrattabili, destabilizzate. La sua verità è sovversiva e disturbante. In questo senso forse è giusto che venga coltivata da minoranze, che non diventi mai davvero di massa?

 Non sono sicura che la letteratura autentica crei disadattati; semmai solamente l’intellettualismo, solo il viverla con mille mediazioni può farlo. Ma si tratta di patologie della cultura. Madame Bovary insegna: la protagonista è una donna piccolo-borghese, sviata dalla lettura della peggiore letteratura sentimentale del suo tempo, come sottolinea Flaubert; e lei non entra mai davvero dentro la vita, la propria. È un paradosso: Madame Bovary vive una vita senza viverla profondamente, autenticamente.

                  Se però la letteratura è vissuta senza mediazioni, allora può dare tanto. L’alta letteratura può essere a volte gustata solo da minoranze di lettori, ma esiste anche la letteratura artigianalmente piacevole, e questa la possono gustare tutti: cólti e meno cólti. Credo che nessuno pensi che i romanzi di Andrea Vitali siano paragonabili –- per valore –-  a quelli di Italo Svevo, tanto per fare un nome; eppure li leggiamo volentieri, ed è giusto così. L’importante è non avere idee confuse.

                  È da un diffuso tessuto di buoni libri medi, in grado di rendere piacevole la lettura, che si può affinare il gusto e piano piano, paragone dopo paragone, arrivare oltre, alla grande letteratura, i cui valori non sono sempre immediatamente percepibili. In questo senso, le letture a scuola, non importa se complete, possono contribuire molto alla formazione dei lettori. Ci sono poi dei libri di valore che sono diventati nel tempo letture di massa: Nati due volte (2000) –- per  parlare ancora di Giuseppe Pontiggia, un autore in cui ho creduto e credo molto:  la critica, d’altronde, deve sempre spendersi per gli autori che si stimano – è un libro che affronta il tema duro della disabilità: continua a vendere, non solo in Italia.

7) Puoi dirmi che cos’è la letteratura, in poche righe (sei libero di non rispondere)?

 Ci provo, con una serie di risposte:

A –- La letteratura è un’arte architettonica, edificazione ed espressione di un mondo, arricchimento stesso del mondo e creazione e costruzione della bellezza, a partire dall’esercizio della tecnica intesa al modo pregnante di  Formaggio – e dalla tradizione, cioè le tradizioni, criticamente vagliate.

 

B –- La letteratura è ricerca di valori, espressione di un’esigenza di totalità, NON  la totalità stessa, l’Assoluto, l’Intuizione che sola può cogliere l’intima natura dell’esistenza.

 

C –- La letteratura è il suo sogno: la tensione della mente al costruire, al dare forma alle cose attraverso la letteratura, la concretezza del linguaggio (significati, non solo significanti! e idee, non trovate!) che fa riconoscere gli scrittori autentici. La letteratura può cambiare il mondo. L’uomo è animale culturale, e ogni scelta culturale è sempre negoziabile e reversibile. C’è un mandato antropologico delegato alla parola e alle arti, cioè al segno umano: quello di essere memoria del passato, percezione del presente, progetto del futuro rilanciati con e nella parola portata al massimo grado di espressione e comunicazione. Lo scrittore è perciò colui che non si sottrae alla responsabilità di dare un futuro alla letteratura e mette in rilievo le compossibilità del mondo, contribuendo a creare una cultura diversa. La Capanna dello zio Tom (1851-1852) di Harriet Beecher-Stowe, non un capolavoro ma un libro appassionato, infiammò gli animi degli Americani e fece scoprire l’orrore e l’inutile crudeltà dello schiavismo, tanto che questo divenne per gran parte di loro inaccettabile. E l’economia del Nord poteva fare a meno di emancipare i neri…

 

–- La letteratura non può essere solo imitazione servile o «fotocopia» della realtà reificata e impoetica; la letteratura è anche conoscenza, perciò può contrapporsi alle cose e tendere ai valori autentici, in un’esigenza di totalità, con la sua più compiuta via espressiva: quella etico-discorsiva.

 

E –- La letteratura è espressione e anche comunicazione (prodotta all’interno di un preciso contesto sociale, economico e culturale),  è anche esperienza, è anche conoscenza, è anche verità, è anche … tanto altro, ad libitum!

 

[1]              Cfr. Thomas Kuhn, The Structure of Scientific Revolutions. 50th Anniversary, Introduction by Ian Hacking, Chicago, University of Chicago Press, 2012, 4th Edition (I edizione 1962). 

[2]              Imre Lakatos-Alan Musgrave, Criticism and the Growth of Knowledge, Cambridge, Cambridge University Press, 1970.

[3]              Cfr. Giovanni Sias, Fuga a cinque voci. L’anima della Psicoanalisi e la formazione degli psicoanalisti,  Milano, Antigone, 2008, pp. 27-30.

[4]              Così in L’Isola volante, Milano, Mondadori, 1996, p.126; ora in Opere, a cura e con un saggio introduttivo di Daniela Marcheschi, Milano, Mondadori, 2004, pp. 1289-1496, in particolare p. 1374.

[5]              Cfr. Daniela Marcheschi, Prismas e poliedros. Escritos de Crítica e Antropologia das Artes, Prefaçao, Traduçao e notas de Luìsa Marinho Antunes e Fernando Figueiredo, Funchal, Atlantida, 2004, pp. 33-48.

[6]                In particolare si veda Hermann Broch, Hofmannsthal e il suo tempo, Introduzione di Saverio Vertone, Roma, Editori Riuniti, 1981, pp. 35-60.

[7]              Cfr. George Lakoff-Mark Johnson, Metaphors, We live by, Chigago, The University of Chigago Press, 1980.

[8]                        Cfr. The Western Canon. The Books and  School of the Ages, New York, Harcourt Brace,  1994 e la confutazione di Daniela Marcheschi, Il Sogno della Letteratura. Luoghi, maestri, tradizioni, Roma, Gaffi, 2012, pp. 245-256, anche diversamente ribadita in Prefaçao a  Annabela Rita, Luz & sombras do Cânone literário,  Lisboa, Esfera do Caos, 2014, pp.13-18.

[9]             Si cita l’epigrafe a Günther Anders,  Die Antiquiertheit des Menschen, München, Beck’sche Verlag, 1980 nella traduzione italiana, per la quale si rimanda all’edizione L’uomo è antiquato. La terza rivoluzione industriale, Torino, Bollati Boringhieri, 1992.

I vostri commenti possono essere siglati da uno pseudonimo, garantiamo l’anonimato a chi ce lo richiede.


Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *