Inchiesta La Porta CHE COS’E’ LA LETTERATURA? 14 Emanuele Zinato

 

1)Cominciamo con una domanda banale. Se qualcuno ti dice che vuole scrivere un romanzo è legittimo chiedergli “Hai qualcosa da dire?”

 “Uno scrive se ha qualcosa da dire” è davvero una banalizzazione della questione della funzione dello scrittore, un problema che ha tormentato la modernità. Uno come Gianni Minoli poteva dire  (in “La storia sono loro”), rispondendo a una domanda simile applicata al giornalismo: “credo che abbiamo tutti quanti qualcosa da dire”. La locuzione ha insomma  lo stesso spettro semantico di termini pervasivi e vuoti come “personaggio credibile” o “romanzo valido”.

Se qualcuno che mi sta a cuore mi dicesse che vuole scrivere un romanzo non lo scoraggerei (nonostante l’ipertrofia editoriale soffochi sia i buoni propositi che  giudizi di valore), gli direi di confrontarsi con  almeno uno o due  tra  i classici moderni e i classici contemporanei che gli sembrino resistere all’assedio del presente.  Di scegliersi cioè degli interlocutori ideali e di condividerli. E poi di farmi leggere delle parti del suo lavoro e, se crede, di discuterle.

2)L’anima del romanzo è la ricerca della verità (Stendhal). Non voglio buttarla sul filosofico ma ha senso per te parlare oggi di “verità”, oppure è soltanto un anacronismo (per Carlo Freccero, neosituazionista datalk show, “una cosa anni ’60”) o un effetto retorico (per buona parte della cultura francese para-nietzscheana degli ultimi decenni)? Esiste ancora la verità, ineludibile pur nel suo essere relativa, parziale e provvisoria (una verità che riguarda la psicologia, l’etica, l’esistenza, la nostra relazione con il mondo…)?

Cerco di dare due risposte sulla questione della verità seguendo lo stesso metodo che consiglierei all’amico aspirante romanziere.  Eleggendo cioè due interlocutori maggiori e “parlando” con loro.

Edward Said, di cui non condivido il metodo “orientalista” ma di cui ammiro lo spirito critico,  in  Dire la verità argomenta coraggiosamente come la questione della verità pertenga alla funzione dell’intellettuale ridefinito nel contesto dei conflitti del mondo globalizzato e della precarietà del suo riconoscimento sociale. A differenza di quanto accade a figure di intrattenitori-professionisti che pongono il proprio lavoro al servizio dell’ordine costituito, Said riprende Gramsci e Sartre  e identifica la vocazione di dire la verità con la critica al potere, in bilico tra solitudine e allineamento.

Elsa Morante in Pro o contro la bomba atomica pone in modo radicale la questione della verità della grande arte in rapporto alla “lotta contro in drago dell’irrealtà” : “nel sistema organizzato della irrealtà, la presenza dello scrittore è sempre uno scandalo”. Elsa Morante considerava  la bomba nucleare come il “fiore” della società piccolo-borghese, della pulsione di morte dei ceti medi e la grande arte come “il contrario della disintegrazione”. Nulla di ciò che ha scritto la Morante su realtà e verità mi sembra oggi tramontato.

3)La critica ha bisogno della Teoria (per alcuni alla teoria si è sostituita la conversazione o l’ideologia). Ora, va bene come richiesta di rigore contro la critica impressionistica e narcisistica, però nel decennio ’70 – quello dei critici-scienziati in camice bianco che riducevano i romanzi a ingegnosi diagrammi e formule tautologiche – la teoria (con  la falsa sicurezza che dà) cancellava la responsabilità soggettiva del giudizio e l’atto critico come impresa felicemente personale e avventurosa. Non è un rischio?

Credo che la teoria della  letteratura sia servita  alla critica perché ha ipotizzato dei modi – non solo soggettivi – per dar conto di un nesso o di una tensione fra autonomia e eteronomia delle opere, tra testo e mondo. Oggi con il termine Teoria si designa qualcosa di assai diverso da quanto accadeva negli anni sessanta e settanta. Allora ci si riferiva a un insieme di metodi che avevano nella linguistica strutturale, nella psicoanalisi e nel neomarxismo i loro modelli. Ora la Theory è soprattutto data da un insieme di Studies  (postcolonial, gender, ecc) che – semplificando brutalmente – hanno i loro modelli in Foucault e dintorni. Le categorie e i concetti della teoria non vanno mai condivisi supinamente dal critico. E un buon critico è sempre in una certa misura eclettico: non perché pilucca nel supermercato dei metodi ma perché ascolta le voci più alte dell’estetica, della linguistica, della filologia, della filosofia per tentare di estrarre  dal testo che ha davanti una verità e un senso. Se un critico ieri usava supinamente i termini “struttura”, “significante”, “palinsesto” o oggi  utilizza altrettanto servilmente, strizzando l’occhio ai propri colleghi, i lemmi “biopolitica”, “genealogia”, “governamentalità”,  peggio per lui.

I veri banchi di prova della tenuta del discorso critico sono i momenti in cui questo può ancora diventare discorso pubblico: la scuola, l’università, ciò che resta del giornalismo culturale, i blog meno infetti di narcisismo.

Non credo che a scuola il pericolo sia dato oggi dalle griglie strutturaliste applicate alla didattica, casomai dalle ‘emozioni’ pesate e vendute dai pedagogisti.  E, più in generale, dal completo disorientamento o ignoranza davanti alle operazioni più semplici e più necessarie che la teoria ha prestato alla critica e alla didattica: storicizzare l’opera nel suo tempo, descriverne le forme, interpretarne e attualizzarne il senso.

4)Siamo minacciati dalla cultura unica del bestseller. Ma purtroppo non è neanche dimostrato che il successo di un libro  sia inversamente proporzionale alla sua qualità, né che i libri migliori siano quelli pubblicati da piccoli e coraggiosi editori (sarebbe troppo facile…). Ritieni che il mercato (intendo un vero mercato, non quello truccato di oggi, con le corsie  preferenziali per i volti televisivi e i premi spesso decisi da piccole lobby) specie per un genere “popolare” come il romanzo resti  comunque una verifica preziosa, non del tutto evitabile?

Il mercato come virtuoso momento di incontro fra domanda e offerta è una pura astrazione dell’ideologia liberale. Come ha mostrato per l’America  André Schiffrin,  le case editrici, luoghi di progetto  a cavallo fra mercato e cultura,  sono da tempo mutate: una volta acquistate da grandi gruppi internazionali, immense holdings del campo dei media, dell’intrattenimento e  dell’ informazione, modificano radicalmente la propria natura.  Del resto, anche se l’editoria di cultura e  di ricerca diventa possibile solo “non a scopo di lucro”, cioè fuori dal mercato, sostenuta da fondazioni e da aiuti pubblici,  si corrono i rischi  derivanti da una completa rinuncia al suo ruolo progettuale. Anche per il lavoro editoriale mi sembra insomma che la sola strategia virtuosa oggi possibile sia quella della disseminazione dei progetti “entro le crepe e gli interstizi” del mercato:  la stessa logica che regge in fondo la mia risposta, sul piano della didattica della letteratura, alla domanda n. 6.

5)Nella mia personale utopia abita un critico come “individuo” – inappartenente, solitario, indocile – . Ora, se fino a ieri questo critico si appoggiava a una tradizione abbastanza stabile, non ancora depotenziata (l’alta cultura), a una dialettica della Storia (marxismo), a soggetti  o classi che si volevano rivoluzionari ma in seguito scomparsi (classe operaia, movimenti di liberazione), oggi su cosa si sostiene? Non somiglia al barone di Munchausen che si prende il proprio codino per tirarsi su?

 Franco Fortini  ci ha insegnato che non ci si salva da soli. Già nella prima metà degli anni sessanta scriveva (in Mandato degli scrittori e fine dell’antifascismo)  “è possibile che il proletariato, la classe operaia la classe rivoluzionaria non siano mai esistiti o siano immagini di altro, cui non sappiamo dare senso  e nome”. La situazione del “miracolo” non era dunque troppo lontana da quella di oggi: in cui si dà per scontata l’evaporazione di quei soggetti. La situazione del critico è dunque anche oggi quella (adorniana) di chi si estrae dalla palude tirandosi per il codino. Ma ci sono due modi diversi per fare questo gesto: basarsi sulle proprie indocili, personali idiosincrasie (ipostatizzando l’io) o farle coincidere con la parte espropriata e invisibile dell’umanità (impiegando  il noi). Credo si possa  continuare a leggere i testi con occhi strabici: con uno sguardo alle forme dell’opera, l’altro ai conflitti del mondo e ai rapporti di produzione.

6)La letteratura autentica (penso alle grandi opere del modernismo), se a un primo livello educa lo “spirito” e amplia l’immaginazione (ed è giusto insegnarla a scuola e farne la base per la cittadinanza), alla lunga crea o può creare disadattati, persone asociali, intrattabili, destabilizzate. La sua verità è sovversiva e disturbante. In questo senso forse è giusto che venga coltivata da minoranze, che non diventi mai davvero di massa?

 Leggo la domanda alla luce del mio lavoro di insegnante. Soltanto proponendo alle “masse” di studenti  (magari per frammenti)  Baudelaire, Flaubert,  Kafka o Svevo posso intercettare i (pochi?) che li vogliono intendere (in ogni epoca diversamente) restituendo così facendo ogni anno anche a me che li propongo  nuovi significati di quelle opere.  Quale potrebbe essere del resto  un altro criterio  per la selezione della minoranza virtuosa? Il numero chiuso? Il seminario per i più dotati,? Ma se a volte sono proprio alcuni studenti provenienti dagli istituti tecnici i più propensi a farsi catturare dalle ombre di quelle opere! Con il loro italiano stentato le ravvivano oltre le verità accademiche sclerotizzate. E ne estraggono ancora il contenuto di verità. La letteratura dei modernisti nel contesto cosiddetto post o ipermoderno non è finita: e la lettura di Kafka sopra ogni altra.

 7)Puoi dirmi che cos’è la letteratura, in poche righe (sei libero di non rispondere)?

La domanda è difficile: cerco di rispondere facendomi aiutare da  Francesco Orlando. In quanto essere umano, psichicamente, ciascuno di noi è abitato da due diverse logiche, distinguibili ma inseparabili: la logica forte che sa riconoscere l’individualità delle cose e rispettare il principio di non-contraddizione (quella che usiamo da grandi e da svegli, che domina il mondo dalle rivoluzioni industriali in poi),  e l’altra logica,  debole, che tende a pensare per immagini, generalizzare le somiglianze, da cui si affranca a fatica il bambino, che persiste nei sogni o nei sintomi o nei motti di spirito. Entrambe sono irrinunciabili: entrambe permeano il linguaggio  dando luogo a figure (“Non c’è che un geometra o uno scemo che  possa parlare senza figure”, dice Rousseau). La letteratura è questo intreccio conflittuale tra le due logiche propriamente umane realizzato tramite figure. Riguarda ogni discorso umano: dall’aneddoto ironico fra amici alle reticenze di un innamorato. Ma quando si formalizza in un codice, e diventa “manufatto” artigianale ben lavorato, ci dà un piacere conoscitivo e identificativo di grande, forse insostituibile rilievo  e esperienza: come sanno fare le grandi opere in versi e in prosa, e i grandi film, i dipinti, la musica.

 

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