Inchiesta La Porta CHE COS’E’ LA LETTERATURA? 15 Giuseppe Samonà

 

 

1)Cominciamo con una domanda banale. Se qualcuno ti dice che vuole scrivere un romanzo è legittimo chiedergli “Hai qualcosa da dire?”

A me verrebbe piuttosto da chiedergli: Hai qualcosa da scrivere? Tutti infatti hanno qualcosa da dire. Vivere è, di per se stesso, parola socializzata, raccontata, detta – come lo esprime quasi ad abbracciare sublimamente l’intera avventura umana l’Odissea quando suggerisce che gli dèi filarono rovina agli uomini, perché ai futuri fosse materia di canto…. Avere qualcosa da dire insomma non basta, direi addirittura che non c’entra: è il come quel che conta, cioè appunto la scrittura, con tutto quel che implica – è la scrittura a trasformare la materia, se non a crearla, facendo finalmente letteraturaIo ad esempio (e sia chiaro che parlo di me non perché mi consideri un modello, ma semplicemente per cercare di mettere in luce un modo di essere che ho ritrovato in tanti scrittori) non so mai esattamente cosa ho da dire, o comunque ne ho solo un’idea vaga, prima di cominciare a scrivere: è come se scrivendo mi chiarissi le idee (confesso che è proprio quello che sto facendo in questo momento), esplorassi, o per usare un tuo termine, svelassi un nascondiglio; o anche, almeno in un alcuni casi, a tratti, creassi dal nulla un oggetto prima inesistente. È chiaro però che oggi la tendenza viaggia nella direzione opposta: tutti vogliono dire, poco importa il modo (cioè appunto la scrittura, lo stile…), perché molto conta mostrarsi, e i lettori vogliono vedere, più che leggere – non a caso vanno a ruba le biografie romanzate concernenti personaggi televisivi, del mondo dello spettacolo e dintorni, o per qualsivoglia ragione in vista; e comunque gli stessi scrittori, quelli veri, se vogliono vendere devono passare per la televisione, devono apparire, la gente è più golosa della loro vita che della loro scrittura. E poi, anche, il pubblico chiede cronaca, storie, fatti da consumare in fretta. Così, il dire si confonde con la scrittura, le si sovrappone, la cancella: magari c’è il romanzo, la narrazione, ma la letteratura non c’è più. (Precisazione: nel mio borgesiano amore per il libro, non dimentico che c’è una narrazione, una letteratura che si produce e si trasmette oralmente – proprio i poemi omerici, del resto, sono profondamente intrecciati con questa tradizione orale. Ma questo non cambia il fondo della mia risposta: perché anche in quel caso non si tratta di “dire qualcosa”, ma di “dire in un certo modo”, si tratta cioè di un dire eccezionale che trasforma la parola quotidiana con tecniche non meno complesse di quelle utilizzate dalla scrittura.)

 2)L’anima del romanzo è la ricerca della verità (Stendhal). Non voglio buttarla sul filosofico ma ha senso per te parlare oggi di “verità”, oppure è soltanto un anacronismo (per Carlo Freccero, neosituazionista datalk show, “una cosa anni ’60”) o un effetto retorico (per buona parte della cultura francese para-nietzscheana degli ultimi decenni)? Esiste ancora la verità, ineludibile pur nel suo essere relativa, parziale e provvisoria (una verità che riguarda la psicologia, l’etica, l’esistenza, la nostra relazione con il mondo…)?

Ma ad essere un anacronismo non è piuttosto il termine romanzo? In ogni caso, al di là della questione, certo importante, della sua comprensione in una prospettiva storica – Stendhal non avrebbe sicuramente inteso come romanzi già le opere di Proust, o Joyce, o Musil, in cui la vicenda umana ormai si è svuotata della sua qualità, esemplarità, della sua capacità di raccontare il mondo…– questo termine mi sembra oggi usato in una maniera nel contempo troppo larga, approssimativa, e troppo ristretta. Spesso infatti non si applica, o lo si appiccica per pigrizia, impropriamente, a opere inclassificabili, o ibride, frutto di contaminazioni fra generi diversi, di scrittori (per esempio, in ordine di liberissima associazione che potrebbe continuare a lungo, Kraus, Borges, Cortázar, Calvino, almeno per una parte della produzione) i quali molto avrebbero da dire su questa domanda. E soprattutto, anche restando nell’ambito della narrativa pura, il termine romanzo escluderebbe dalla tua inchiesta scrittori come Cecov! Leggendo tutte le domande, anche la prima cui ho appena risposto, mi sembra che tu, dicendo romanzo, intenda piuttosto, o almeno anche, rivolgerti alle diverse scritture di opera narrativa, o addirittura, semplicemente, di letteratura. Del resto, proprio nell’Italia contemporanea, la scrittura più interessante, quella che appunto ricerca la verità, non si esprime spesso proprio al di fuori del romanzo? E non è proprio questo engouement italiano per il romanzo, questo bisogno di raccontare sempre e comunque, a discapito del come, che produce ogni anno non so quante migliaia di titoli, il principale responsabile del declino della scrittura a favore del semplice narrare?  Eventualmente, certo, sarebbe interessante capire perché questo genere, in senso stretto, sia ben più fecondo in paesi (nuova associazione libera, e sicuramente molto lacunosa, per letture) come Argentina, Israele, Turchia, Stati Uniti, Cina, Giappone rispetto all’Italia e alla una volta ricchissima Francia… Ma qui, comunque, rispondo alle tue domande sul romanzo, con nel pensiero anche la letteratura. In questa prospettiva, direi che Stendhal colga nel segno, a patto di interpretarlo correttamente: la ricerca della verità non significa la verità. Non nel senso di una sua negazione, posizione relativista che trovo facile e ingannevole, nonché pericolosa. Ma nel senso che la sua conquista è un processo complesso, fatto di tappe, e spesso dell’apertura a diverse verità, che talmudicamente mettono in luce aspetti diversi, anche contraddittori… Certo, nel caso della poesia può capitare che un bagliore ci mostri l’universo, ma globalmente è a questo processo che si interessa la letteratura più ancora che al risultato finale, o almeno, al risultato ma insieme al processo. La verità, da sola, è incomprensibile, fa paura, e respinge la letteratura – a meno che questa non diventi religione: la frontiera fra le due, del resto, non è sempre netta e si è rivelata, nei secoli, mutevole. (L’altro giorno ho discusso di questo… al mercato, con un giovane militante “rivoluzionario” che vendeva un giornalino il cui titolo è: Toute la vérité… Nel nostro dialogo è venuto fuori tutto il senso di quel che ho appena scritto, anche se temo di non esser riuscito a farmi comprendere…) Vorrei però aggiungere che la verità, cioè il vero, da un lato si oppone a ciò che è falso, ma a un altro livello si oppone a ciò che è finto – e la finzione è, com’è ovvio, la dimensione per eccellenza della letteratura. La contraddizione è solo un gioco, apparenza, le due opposizioni articolandosi appunto su due livelli diversi. Essa permette tuttavia di riflettere sul fatto che la letteratura ricerca la verità in modo molto diverso da quanto lo facciano le scienze, che siano esatte o storiche o altro, che anch’esse si prefiggono questo obiettivo. La letteratura più che spiegare ama evocare, e per capire la realtà può inventare mondi, dentro e fuori dell’uomo, esplorandoli tutti, senza preclusioni, né divieti. La letteratura dovrebbe poter parlare di tutto. Liberamente, veramente.  

3)La critica ha bisogno della Teoria (per alcuni alla teoria si è sostituita la conversazione o l’ideologia). Ora, va bene come richiesta di rigore contro la critica impressionistica e narcisistica, però nel decennio ’70 – quello dei critici-scienziati in camice bianco che riducevano i romanzi a ingegnosi diagrammi e formule tautologiche – la teoria (con la falsa sicurezza che dà) cancellava la responsabilità soggettiva del giudizio e l’atto critico come impresa felicemente personale e avventurosa. Non è un rischio?

Alla domanda, che in sé mi suona un po’ retorica (è ovvio che la critica ha bisogno della teoria!), vorrei rispondere con un’altra domanda, volutamente propedeutica: ma cos’è la teoria, nell’ambito della critica letteraria? O ancora (provocazione): abbiamo bisogno della critica letteraria? A cosa serve? O anche: che cos’è? Un’opera di letteratura riuscita, potremmo dire, è qualcosa che sempre sorprende, spiazza un lettore (che è il primo critico): se lo conferma nelle sue certezze, non ha un reale interesse, o semplicemente si tratta di brutta letteratura – nella stessa prospettiva, se la critica accosta l’opera di letteratura come mero elemento da impiegare, o meglio piegare, in modo tale da inserirlo dentro un sistema precostituito per confermarlo, questo sistema, mantenerlo in vita, non ha un grande interesse, non serve a niente. Quando leggiamo letteratura, o anche più generalmente il mondo, noi utilizziamo delle categorie: ecco, il critico dovrebbe innanzitutto capire di cosa sono fatte le sue proprie categorie, in che maniera si determinano storicamente, e rimetterle continuamente in discussione per poter rendere conto di questo spiazzamento. Perché, cosa fa esattamente il critico? Da un lato, come chiunque altro, legge, e esplicita questa sua lettura: può produrre a sua volta letteratura, specie se ci mettiamo in una prospettiva contemporanea di contaminazione dei generi; dall’altro (ed è qui l’interesse della critica, ché altrimenti sarebbe semplicemente una variante della letteratura), cerca di individuare le chiavi di un testo e, in un’ultima istanza – non è questa la domanda ultima? o una di esse? – di capire se e come sia bello. Perché. Le pagine di Borges su Dante, ad esempio, rispondono a entrambi i criteri: creano nuova letteratura e spiegano, e anzi, attraverso Dante mettono in luce anche alcuni aspetti della poetica dello stesso Borges. (Spunto per continuare la risposta alla prima domanda: chi ama leggere non deve certo per forza scrivere; ma chi scrive, chi vuole scrivere, dovrebbe anche sempre aver qualcosa… da leggere – è fenomeno ben conosciuto in Italia, ahimè, il numero crescente di gente che non legge, ma scrive…)…. Ecco, a me sembra che anche per la critica possa valere quel che ho detto per la letteratura: il vero critico accetta lo spiazzamento, e spiazza a sua volta con le sue osservazioni, riflessioni – si sarà senz’altro formato a una  o più “scuole” (negli anni dei nostri studi universitari abbiamo probabilmente, tu come me, imparato dal marxismo, dallo strutturalismo, dalla psicoanalisi…), avrà avuto dei Maestri “teorici”, ma il suo proprio guizzo gli consentirà di smarcarsi dalle une e dagli altri. L’unica prospettiva che mi sembra si possa mantenere nei vitali cambiamenti di orizzonte, di scuole, è quella della dimensione storica, che permette di non abbassare lo sguardo critico sulle proprie categorie, senza le quali non è possibile avvicinarsi a un testo ma che non devono essere reificate, come se fossero oggetti fuori dalla storia. E mentre ragiono, rispondendoti, mi rendo perfettamente conto che lo sto facendo in modo molto largo, astratto, o quanto meno con un discorso che potrebbe applicarsi anche ad altre discipline critiche; ma il fatto è appunto che, almeno da un certo punto di vista, non riesco a concepire la “critica letteraria” come una disciplina separata, per me è o un’appendice delle scienze storiche, da cui il critico è più o meno ispirato, o della stessa letteratura, o di entrambe. Tuttavia, se esiste la “letteratura”, se esiste uno specifico letterario (ma esiste? appuntamento con l’ultima domanda…), è necessario che esista una disciplina, sia pur affiliata alle scienze storiche, che ne affronti le questioni “specifiche” – che spieghi ad esempio come mai, in che modo alcuni prodotti rimangono belli attraverso i secoli: capendo tuttavia che, per restare ad esempio a Omero (ognuno cita dalle proprie fissazioni) ci commoviamo per ragioni almeno in parte molto diverse da quelle degli antichi Greci… In questa prospettiva, devo precisare che considero a parte, rispetto alla critica letteraria di cui è questione nella tua domanda, la disciplina che si assume il compito monumentale, splendidamente megalomane, di affrontare non un’opera, non una letteratura ma, attraverso la comparazione di diverse letterature, la letteratura nel suo insieme, nel suo cuore, con l’obiettivo di scoprirne e spiegarne le chiavi, i meccanismi  – penso, è evidente, alla Teoria della letteratura, e soprattutto al suo genialmente erudito inventore, almeno per l’Italia, Francesco Orlando. Bisognerebbe introdurre un’altra domanda…

4)Siamo minacciati dalla cultura unica del bestseller. Ma purtroppo non è neanche dimostrato che il successo di un libro sia inversamente proporzionale alla sua qualità, né che i libri migliori siano quelli pubblicati da piccoli e coraggiosi editori (sarebbe troppo facile…). Ritieni che il mercato (intendo un vero mercato, non quello truccato di oggi, con le corsie preferenziali per i volti televisivi e i premi spesso decisi da piccole lobby) specie per un genere “popolare” come il romanzo resti comunque una verifica preziosa, non del tutto evitabile?

Vorrei innanzitutto sgombrare il campo da un cliché, dalla retorica del molte vendite poca sostanza, con il suo reciproco: se vale non si vende, o ancora più esplicitamente: se non si vende, vale… La facile autoassoluzione che questo tipo di discorsi implica mi sembra altrettanto debole di quella di chi trova la sua unica conferma nel proprio conto in banca (devo l’oscena e infelice espressione a un infelice Baricco, che protestava per la non considerazione di cui sarebbe oggetto da parte della critica). Detto questo, la cultura unica di cui parli tu esiste, oggi, ed è predominante, come negarlo? Molti bestseller sono già decisi prima ancora di essere pubblicati, o persino letti, le grandi case editrici si confrontano spesso in anticipo con premi, pagine di giornali, recensioni, che si distribuiscono volentieri in base a criteri essenzialmente politici, il pubblico arriva sola alla fine, e i margini di sorpresa sono esilissimi; e poi c’è un certo tipo di “robaccia” preconfezionata che sicuramente vende bene, ha già il suo posto, in vista di gusti sapientemente orientati, la narrazione (e ora sto parlando del romanzo in senso stretto), specie se infarcita di misteri o cronaca, e comunque sangue, con sesso, omicidi, etc. fa volentieri a meno della letteratura (la scrittura, lo stile…),  che le è d’intralcio – infine, come ho già detto, la possibilità di far circolare la propria immagine, soprattutto tramite la presenza in televisione, e con essa il libro della propria vita (in senso stretto o largo), gioca un ruolo fondamentale. (Quando ragazzino ho cominciato a scrivere, pensavo che quest’attività fosse un modo per scomparire dentro le parole scolpite nella pagina, cioè per sottrarsi all’obbligo di raccontare se stessi, al di fuori appunto di quel che si è raccontato per iscritto; e in realtà lo penso ancora, ma oramai più come un progetto, un sogno, un’utopia, una sorta di battaglia socialista dentro la letteratura…). Del resto, anche le piccole e coraggiose case editrici sono spesso a caccia del bestseller, né ciò può certo considerarsi biasimevole (il bestseller anzi può servire a finanziare altri progetti più perigliosi), a meno che per questo non tentino di entrare in competizione con le grandi, snaturando la propria missione, la propria ragion d’essere… Ma di nuovo mi rendo conto di scivolare nella banalità – si tratta di una verità trasparente, per carità, come quella che mette in avanti i guasti prodotti dall’iperliberismo economico: tuttavia, in modo simile all’altra, si sente ripetere come un mantra da tutte le parti, e rischia anch’essa di diventare cliché, vuota. I mercati sono sempre esistiti, come la “robaccia” che si afferma al di là del suo poco valore, accanto alla vera letteratura – non succede forse anche oggi che autentici gioielli, opere originali, riescano sorprendentemente a inserirsi nella prevedibile lista delle migliori vendite? Quel che eventualmente colpisce, oggi, è quanto questa cultura unica di bassa qualità si sia fatta prepotente, la facilità con cui la narrazione a tutti i costi abbia fagocitato la letteratura, e infine come un mercato, interamente dominato dal profitto, il mercato appunto, abbia ucciso tutti gli altri, e in quanto tale la faccia da padrone incontrastato: in questa prospettiva, in mancanza di una definizione più precisa della “critica” (vedi domanda precedente, in attesa di ritornarci sopra nell’ultima), non si può non lamentarne la scomparsa. Non parlo dei critici in quanto individui, ovviamente, come colui a cui sto rispondendo, che per altro si batte proprio contro questa situazione (anche se forse la descriverebbe… la descriveresti in un altro modo). Parlo di una funzione sociale, quella critica, che in un tempo relativamente recente s’infrapponeva appunto tra pubblico e mercato, e riscattava, proteggeva, la caratteristica forse più essenziale della letteratura: la sua gratuità. I critici erano anche intellettuali a tutto tondo, e scrittori, teorici (ecco!) della letteratura, e facevano anche parte delle scelte di merito che orientavano le case editrici: Pavese, Morante, Calvino, Pasolini, Ginzburg, Garboli, Macchia, Orlando – di nuovo, cito secondo il criterio di una liberissima e assai eterogenea associazione… –   mi riferisco a un periodo che idealmente si esaurisce con il finire del secolo scorso. C’era più tempo, più qualità di tempo. Innanzitutto, il tempo di leggere, che anch’esso ha bisogno di gratuità. Oggi non legge più nessuno, e meno che mai i “critici”, gli scrittori, soprattutto se lavorano per le case editrici. Natalia Ginzburg raccontava del suo lavoro a Einaudi, consacrato appunto a leggere i manoscritti ricevuti, uno per uno, con pazienza… Oggi c’è ancora qualcuno che prende questo tempo? E come sarebbe possibile? Le case editrici, i critici sono sommersi da migliaia di manoscritti. L’unico criterio diventa il profitto, il mercato, la capacità del prodotto libro di battere un altro prodotto libro in velocità, e quindi il contenuto – da leggere – diventa meno importante, perché appunto leggere prende tempo; nella stessa prospettiva, sempre di più, le librerie assomigliano a giganteschi supermercati, con centinaia di libri prosciutto ammucchiati uno accanto all’altro, sopra l’altro, e ben pochi librai autentici, autenticamente colti, a conoscerli, capaci di spiegarli, per non parlare di Amazon e del mercato in rete…: del resto, se quel che conta è vendere, perché una libreria non dovrebbe prendere come modello un centro commerciale? Così il (non) critico si adegua e dispensa stelline, aggettivi e frasi-prefabbricate, buone tutt’al più per indovinare un quarto di copertina, mentre si moltiplicano premi voluti e persino attribuiti da esponenti del mondo della televisione… o dell’industria – non è poi tanto strano quando parallelamente può oramai accadere, senza far troppo scandalo, che da quel mondo, il mondo manageriale, provengano i ministri della cultura, dell’istruzione, della ricerca universitaria… Insomma, invece di essere un intermediario fra pubblico e mercato, persino un’alternativa al mercato, nel suo coraggio di formulare giudizi, sempre di più diventa anch’egli, il  (non più) critico, creatura del mercato. Si dirà: ma questo è il capitalismo ultraliberista (qui ci vuole!) che trasforma uomini, cose e creatività in merci. Certo, ma quel che colpisce è la virulenza con cui questo fenomeno investe la letteratura:  la musica, il teatro, persino il cinema, o la pittura, che pur ovviamente ne sono investiti, fruiscono ancora di una diversificazione dei propri mercati… Forse perché scrivere libri – apparentemente – richiede meno tecnica che suonare o recitare, dipingere: e si propaga come una malattia infettiva la voglia non tanto di scrivere (la scrittura infatti non è malattia, è cura) quanto soprattutto di pubblicare. La letteratura, come la sua critica – entrambe regno del gratuito – soffrirebbero insomma del connubio esplosivo di demografia e capitalismo. Come continuare, in queste condizioni, a scrivere? a difendere il carattere originale che dovrebbe esser proprio di ogni scrittura? Come ridare fiato alla funzione critica della critica? Ho sempre guardato con certo sospetto alle scuole di scrittura creativa – né mai ho cercato di insegnarla nei mei corsi, che sia all’università o altrove: ho sempre pensato che la creatività come l’amore si possono stimolare, non insegnare (insegnare a scrivere si può e si deve, ovviamente, a un altro livello, nel senso dell’istruzione scolastica). Sogno invece – e un po’ cerco di promuoverlo – la moltiplicazione di scuole di lettura. Ecco, insegnare, imparare a leggere (la lettura, oltre che parte del processo letterario, è anche una vera e propria arte, e mobilita la creatività), prendere il tempo di leggere, veramente, come primo passo necessario per imparare a scrivere creativamente, è già andare controcorrente rispetto alla cultura della fretta, che cerca di guadagnare terreno e s’installa nello spazio. In questo stesso senso, potremmo dire che se il bestseller domina lo spazio, la letteratura è ciò che resiste e vive nel tempo: e la “critica” in fondo è ciò che, per consapevolezza, intelligenza storica, sa viaggiare attraverso questo tempo, individuando, indovinando, accantonando la “robaccia” che sarà dimenticata con la stessa velocità con cui si è venduta, facendo emergere la letteratura autentica, che sola è capace di durare. Di nuovo, per tornare a strofinarsi con un’ovvietà necessaria, vale la pena ricordare che l’Iliade, l’Odissea, La Bibbia sono stati i primi “bestseller” e lo sono ancora oggi, lo sono restati nei secoli… Forse quel che caratterizza lo svilimento odierno della letteratura, nell’unicizzazione della cultura, è proprio questa violenta erosione della dimensione tempo, la volontà di accelerarlo, di ridurlo sempre di più, sino all’ideale annullamento: e mi verrebbe da dire, nella prospettiva abbozzata sin qui di mercificazione della letteratura, che questo non è altro che una particolare variante di quel furto di tempo che il sistema capitalistico compie ai nostri danni, per riprendere le parole e il senso della brillante analisi di Jonathan Crary. Una curiosa variante di questo militantismo della fretta e dell’immagine è la tanatofilia, fenomeno letterario quant’altri mai, ma che oggi, in Italia, ha preso un’ampiezza particolare : è come se la morte, cioè l’assenza definitiva di tempo nella definitiva impossibilità di apparire, fosse capace di sostituirsi all’immagine, attribuendo agli autori quel riconoscimento, quella visibilità, che in vita son mancati loro. Il caso di Guido Morselli è oramai paradigmatico, quello di Sergio Atzeni, che per altro non è ancora riconosciuto a misura del suo effetivo valore, mi sta particolarmente a cuore.  (Vivendo a Parigi, e anche rispondendoti da dentro quest’infinito e incertissimo periodo elettorale, non posso non pensare che questa crisi della “critica”, almeno qui in Francia, non è che un aspetto della decadenza della stessa funzione intellettuale, se non dello stesso pensiero – senza bisogno di attribuire giudizi di valore, o di adesione, basta ricordare che il pubblico laboratorio delle idee che ancora alla fine del ventesimo secolo era occupato da gente come Foucault, Derrida, Jankélévitch, Deleuze – e pesco con la solita libera associazione dentro una lista assai più ricca – oggi è occupato da gente come Onfray o Zemmour, e sempre pesco liberamente, anche se la lista è molto più angusta…) No, il mercato, questo mercato, è incapace di andare al di là della frenesia del momento, di guardare più lontano, nel tempo appunto; da solo, senza cioè il lavoro, la testimonianza di autentici critici-lettori, non dà alcuna legittimità – ne capisco, a dire il vero, a cosa alludi, come sia possibile un vero mercato. A meno di non dare a queste tue parole una portata più generale, quasi fossero un invito, un auspicio. Guy Debord affermava che l’economia trasforma il mondo, ma lo trasforma solamente in mondo dell’economia – ecco, in questa prospettiva, svincolandosi dalla dittatura del mercato unico, scoprendo, esplorando, inventando altri mercati, la letteratura diventerebbe il laboratorio in cui si cercano e si confrontano le pulsioni visionarie e liberatrici della società. L’alternativa “letteraria”, e più generalmente artistica e intellettuale, alla stritolante economizzazione del mondo (definizione che mi parla di più di quella, abusatissima, di mondializzazione), come all’asfittico e truffaldino ritorno dei nazionalismi, che ne è in realtà il prolungamento, va nel senso della transcultura – e a questo proposito non posso non ricordare l’esperienza della rivista canadese ViceVersa, negli ultimi due decenni del secolo scorso, che ancora lega progettualmente fra Parigi e Montréal coloro che vi hanno partecipato.

5)Nella mia personale utopia abita un critico come “individuo” – inappartenente, solitario, indocile – . Ora, se fino a ieri questo critico si appoggiava a una tradizione abbastanza stabile, non ancora depotenziata (l’alta cultura), a una dialettica della Storia (marxismo), a soggetti o classi che si volevano rivoluzionari ma in seguito scomparsi (classe operaia, movimenti di liberazione), oggi su cosa si sostiene? Non somiglia al barone di Munchausen che si prende il proprio codino per tirarsi su?

Certo, è scomparsa la classe operaia, sono scomparsi anche i movimenti di liberazione, ma non è scomparsa l’oppressione, né gli oppressi, e il bisogno di liberazione, a diversi livelli, resta un potente motore della storia. Quanto alle tradizioni di cui parli, a me sembra che Marx o, per restare qui da noi, Gramsci, siano ancora utilissimi. Chi più di quest’ultimo, del resto, è stato inappartenente, solitario, indocile? Non dovrebbero essere queste, sempre, le qualità prime di chi cerca di pensare? Sono in qualche modo gli attributi della libertà – che per un critico, come ho già detto, dovrebbe essere innanzitutto quella di mettere in gioco le sue stesse convinzioni… Insomma, il depotenziamento delle tradizioni cui ti riferisci è sicuramente fonte, collettivamente, di scoramento – ma meno per il critico, per chi in generale lotta con il proprio pensiero: lui dentro lo scoramento, dentro l’estraniamento che implica l’andare controcorrente, ci vive, ci dovrebbe vivere da sempre. Altrimenti – come spessissimo capita – non è un critico, è un cortigiano. Quanto al barone di Munchausen, che citi per l’episodio del codino, a me fa subito pensare, per la sua capacità inesistinguibile di produrre menzogne, di inventare, alla natura bifronte della letteratura, che persegue la verità spesso viaggiando attraverso mondi fantastici, inventando: il barone è un bugiardo, ma non lo è Gulliver che pur vive avventure non meno inverosimili – del resto, come lo rileva giustamente Théophile Gautier figlio, che lo ha tradotto in francese alla fine del XIX secolo, Munchausen, come Gulliver o ancora le Storie vere di Luciano, finisce utilmente per distruggere nel lettore il senso della realtà… Insomma, tirarsi su da solo per i capelli al fine di salvarsi da una palude mi sembra meglio che… arrampicarsi sugli specchi: per me, significa rifiutare di rifugiarsi nelle categorie precostituite di possibile e impossibile, accettare il rischio di pensare per non farsi impaniare nel ron ron del conformismo. Significa anche ricordare che la letteratura, se pur viaggia alla ricerca della verità, lo fa procedendo per una strada solo sua: il luogo che non esiste, irreale, l’utopia è uno dei suoi luoghi privilegiati – e il critico, se vuole esser in grado di leggerla, interpretarla, deve poterla frequentare e capire, questa utopia, non rifuggirla, scandalizzarsene.

6)La letteratura autentica (penso alle grandi opere del modernismo), se a un primo livello educa lo “spirito” e amplia l’immaginazione (ed è giusto insegnarla a scuola e farne la base per la cittadinanza), alla lunga crea o può creare disadattati, persone asociali, intrattabili, destabilizzate. La sua verità è sovversiva e disturbante. In questo senso forse è giusto che venga coltivata da minoranze, che non diventi mai davvero di massa?

Ma da Omero, al vertice, sino a Dumas, Dickens, Cecov, Conrad, Borges (solita libera associazione…), etc. e oltre, la storia della letteratura è piena di opere che sono diventate di massa nella loro stessa epoca – e del resto, ancora oggi, i classici sono per gli editori un investimento spesso sicuro, da cui le ininterrotte nuove traduzioni… Piuttosto, mi sembra, dovremmo riflettere sul fatto che quel che chiamiamo “la letteratura” non è un oggetto pre-costituito, atemporale, ma è essa stessa un prodotto della storia, anzi, della storia recente. Ancor più precisamente, alcune opere che oggi mettiamo in testa alla lista dei capolavori letterari, per esempio i poemi omerici, non sono neanche nati come tali, così come la Bibbia, che oggi consideriamo il libro religioso per eccellenza, è nato in una cultura che non possedeva la nozione di religione. Questi libri insomma, religiosi o letterari che li si consideri oggi, si sono affermati in contesti che non li trattavano, non li esprimevano come tali, semplicemente perché quelle categorie non esistevano. D’altra parte, la stessa autorità delle opere, implicita mi sembra in tutta la tua inchiesta, è una questione prettamente moderna: se solo risaliamo all’epoca di Shakespeare e Cervantes (aggiungo così due elementi fondamentali alla mia libera lista di autori preferiti), essa si pone in un modo radicalmente diverso. Ecco, il XVII secolo è una sorta di frontiera, nel senso che è proprio in quel secolo, o nel secolo successivo, che nasce, si forma una certa idea di letteratura, o meglio si dovrebbe dire, la letteratura tout court, e questo insieme a una riflessione sull’individuo in società: i diritti dell’uomo e del cittadino e i diritti d’autore, cioè il mercato per la letteratura, l’affermazione dell’autore, con appunto la sua piena identità, sono espressione di uno stesso movimento della nostra storia, lo stesso movimento che produce insieme al capitalismo la democrazia, e un particolare modo di pensare la libertà, le libertà – per poi, nella sua esplosione ultraliberista, incalzarle, restringerle, tendere a soffocarle. Non lo dico per iniziare, o rilanciare, una riflessione, per altro piuttosto ovvia, sui confini “storici” della letteratura, come anche dei concetti d’identità autoriale, della nozione di genio, etc., ma solo per sottolineare che la tua inchiesta, come le mie risposte, sconfinano continuamente, implicitamente o anche esplicitamente, si servono di categorie modernissime per accostare opere di epoche e mondi  che con queste categorie non hanno nulla a che fare… Sconfiniamo, lo accennavo prima, quando chiamiamo in causa i capolavori dell’Antichità, ma anche quando – per prendere un esempio facile – poniamo all’inizio della nostra letteratura Dante, il cui progetto era religioso, magari politico, ma certo non autonomamente letterario. Ebbene, ciò è legittimo, persino necessario, fa parte del processo di conoscenza, a patto di aver coscienza che si sta sconfinando, e anche che quando ci interroghiamo sulla “letteratura”, come stiamo facendo qui, oscilliamo continuamente fra un oggetto storicamente, modernamente, determinato e un fenomeno molto più vasto, la cui (vera o presunta) universalità muove in parte questa inchiesta, e spesso, arbitrariamente, sovrapponiamo l’uno sull’altro – di nuovo, l’arbitrio è permesso, utile, anzi direi che è proprio attraverso quest’arbitrio che possiamo penetrare il cuore della letteratura, purché lo si commetta e lo si manovri consapevolmente… Del resto, non è proprio questa oscillazione, specie se inconsapevole, ad alimentare l’inafferrabilità dell’oggetto “letteratura” da cui abbiamo preso le mosse? (Mentre ti scrivo queste righe ho sempre in mente Francesco Orlando, è lui, più di ogni altro, che avrei voglia di ascoltare su questo punto, e anche su altri di questa tua inchiesta.) È appunto quel che succede in questa domanda, anche se con un movimento in certo modo opposto, nel senso che le grandi opere del modernismo cui ti riferisci come un esempio fra altri sono in realtà, storicamente, l’unica letteratura possibile, e comunque le uniche opere per cui questa domanda abbia senso. Avendo chiarito questo, rovescerei il senso delle tue parole: non è la letteratura ad essere disturbante, a creare disadattati, persone asociali, intrattabili, destabilizzate, è la vita, la vita umana, cioè in società. Non solo esistenzialmente, nel senso della vie hôpital splendidamente messo in avanti da Baudelaire, quanto appunto nel senso più specificamente sociale che le nostre società a capitalismo ultravanzato hanno drammaticamente acuito: siamo cioè nell’ultima fase del modernismo, dentro la sua crisi, quella che qua e là si definisce con l’indefinibile formula di postmodernismo. Più che giusto, dunque, è inevitabile, e anche sintomatico, che la letteratura venga coltivata da minoranze (ma stai pensando alla scrittura o alla lettura? o a entrambe? io comunque le penso insieme…), oggi, e anzi probabilmente queste minoranze sono destinate a farsi sempre più esigue – perché se in generale la ricerca della verità ha sempre camminato per sentieri poco affollati, questo è tanto più vero nei momenti di crisi: bisogna insomma rassegnarsi, o meglio, assumere serenamente, positivamente, questo funzionamento a pochi, ma cercando di fare in modo che i contatti, le relazioni, gli scambi fra quei pochi siano reali, fecondi –  non dunque salotti, non sterili e autogratificanti giochi degli specchi, né privati circoli di specialisti, ma costruzione di comunità aperte che, con riviste, incontri, letture ad alta voce, etc., distillino cultura, conoscenza, appunto letteratura. Questo anche con l’obiettivo, per certi versi paradossale, di contrastare questa tendenza “minoritaria”, come aspirando progettualmente a invertirla: il difetto di letteratura alimenta l’alienazione, la sua crescita, la sua diffusione può ricordare a tutti che è possibile, pur nella vita-ospedale, diventare liberi (mi ricollego a quanto dicevo nella risposta 4 – con una precisazione: oggi quei pochi spesso non comunicano affatto fra loro e son tutt’altro che felici: chi vive per la letteratura, o più generalmente per l’arte, la cultura, chi ne ascolta l’essenziale gratuità, in questo mondo totalmente economizzato, si ritrova continuamente schiacciato contro i margini, ed effettivamente a forte – ma a volte necessario, persino utile – rischio di disadattamento. Anche qui, forse, bisognerebbe introdurre un’altra domanda… ).

7)Puoi dirmi che cos’è la letteratura, in poche righe (sei libero di non rispondere)?

Beh, un po’ ho risposto in tutte le domande precedenti, e d’altro canto se dovessi sviluppare quel “po’” ci sarebbe materia per un libro – mi limito dunque a rifare il punto… Innanzitutto, di quale letteratura parliamo? Qui direi che, all’inverso della domanda precedente, ci interroghiamo su un fenomeno molto più vasto del prodotto storico definitosi in età moderna come un settore separato della realtà sociale, al quale ci riferiamo come letteratura – qui stiamo chiamando in causa un’attività che attraversa, quantomeno, tutte le società storiche, e che potremmo definire l’agitare, il raccontare il mondo a parole. (Le parole sole, dunque: anche se tradizionalmente la musica è stata discretamente capace di accompagnarle, come succedeva ad esempio nelle performances aediche e rapsodiche; o viceversa le parole hanno saputo accompagnare la musica, come è il caso dell’Opera, e più in generale della tradizione canora. Il recente Nobel a Bob Dylan – al di là della sua adeguatezza o meno – parla anch’esso di un’intesa, di un’attrazione reciproca che viene da lontano). Rapidamente, questo comporre in parole è stato catturato dalla scrittura, ma è una scelta, non qualcosa di inevitabile, o una necessità: gli antichi Mesopotamici hanno raccontato le loro storie per iscritto, i Micenei, che pur possedevano la scrittura, ne hanno limitato l’uso all’amministrazione, verosimilmente componendo e trasmettendo i loro racconti oralmente; qualcosa di analogo si può dire per i Maya del periodo Classico, che hanno fissato per iscritto indicazioni calendariali, astronomiche, matematiche, o ancora liste di re e battaglie, ma non le loro storie, che pur sappiamo per altre vie essere ricchissime (ma in questo caso le massicce distruzioni di códices, i libri dell’America precolombiana, operate qualche secolo dopo dai conquistadores lasciano aperta la possibilità dell’esistenza di una produzione “letteraria” per iscritto che sarebbe andata perduta per sempre…) Questa scelta tuttavia si è rivelata particolarmente felice: scrivere e raccontare formano un matrimonio armonioso, saldo, che dura oramai da millenni, e che percorre culture molteplici e diversissime fra loro – la parola, di per sé effimera, alata come dice una celebre formula omerica, viene fissata su un supporto – anche, letteralmente scolpita nella pietra – e consegnata ai secoli, come a sfidare la morte, pur mantenendo traccia di questa sua originaria volatilità, che poi altro non è che la vita stessa. Del resto, proprio la Grecia – che ha saputo per prima trasformare, o se vogliamo ricomporre per iscritto, a partire da una ricca tradizione orale, aedica, quegli insuperati capolavori che sono i poemi omerici, iniziando in certo senso la civilizzazione Occidentale diciamo intorno all’VIII secolo a. C. – ha mantenuto l’oralità, per quel che concerne la trasmissione e la pubblicazione (in particolare con il teatro, sino al V-IV secolo). Insomma, ben più dell’essere un sia pur prezioso aiuto mnemotecnico o pubblicitario, la scrittura rivoluziona la composizione, inventa un nuovo modo d’intendere e raccontare il mondo: come lo dicevo nella risposta numero 1 è questo, per me, il tratto più significativo della letteratura. Ovviamente non voglio dire che la scrittura sia, di per sé, letteratura: non solo infatti ci sono scritture burocratiche, giuridiche, etc., ma anche in ambito creativo – penso per esempio alla tradizione storica o filosofica – esistono scritture che non sono letteratura (anche se poi, in realtà, le frontiere continuamente saltano, basti pensare a Platone, a Nietzsche…). Con una semplificazione estrema, potremmo di nuovo chiamare in causa la Grecia antica, la quale non conoscendo, come dicevo prima, categorie come letteratura o religione, ha prodotto l’opposizione fra logos e mythos: al primo, appunto, apparterrebbero le Storie di Erodoto, o i Dialoghi di Platone (ma appunto…), al secondo l’epopea omerica, o la Teogonia di Esiodo… Alla mitologia, nella forma dei suoi primi capolavori, possiamo dunque ricondurre la letteratura, ma anche la religione: Omero e Esiodo non sono forse considerati in tutti i manuali scolastici come i padri, i sistematori della (presunta) religione greca? Anche fra religione e letteratura, per altro, le frontiere possono saltare, e ci sono state nei secoli numerose passarelle. Tuttavia, se dovessi sul filo di questo ragionamento tentare una definizione specifica, potrei dire che a differenza della storia e della filosofia, che spiegano, dimostrano, la letteratura preferisce raccontare o evocare: ed evocando, indicando (allusione a Wittgenstein), si va più lontano di qualunque spiegazione, si abbraccia l’infinito, in quanto mondo, lo si svela; e a differenza della religione, cerca la verità, ma non la impone. Non ha dogmi. E poi la storia, la filosofia, non inventano, né, dal suo punto di vista, inventa la religione. La letteratura sì, l’inventare è anzi la sua attività più originale, e questo le svela mondi che alle altre “discipline” sono inaccessibili. Stendhal quando afferma che un roman, c’est un miroir qu’on promène le long d’un chemin e Borges per il quale la literatura no es otra cosa que un sueño dirigido hanno ragione entrambi, mettono in luce due aspetti complementari del processo creativo in parole: in mezzo, comune a tutti e due gli approcci, c’è la ricerca del bello, come suggerivo prima, o forse dovrei dire meglio, della felicità. Del senso. Consolare, distrarre, provocare, guarire? La letteratura può fare ora l’una ora l’altra cosa, e facendolo, anche quando è lieve, spesso disturba: perché spinge a trasformarsi, e siamo volentieri conservatori…   Mi viene da sorridere, mentro sto per scriverlo mi vedo davanti la straordinaria Daniela Rocca, in Divorzio all’italiana (Fefé… ma noi chissà perché viviamo? … qual è lo scopo vero della nostra vita, ah?… È amare! È amare! Noi viviamo per amare! Se non si “amerebbe” noi…) – eppure è proprio così: la letteratura è un modo di amare, quindi di dare, di spendersi, per penetrare i segreti del mondo, dell’uomo nel mondo, secondo modalità come si è visto diverse dalla scienza e dalla religione – soprattutto con riferimento alla conclusione della risposta precedente (la letteratura come movimento dai pochi ai più…), vedo quei pochi come una sorta di aspiranti Bodhisattva, che si muovono compassionevoli nel mondo. Conoscere, insomma, per raggiungere idealmente bellezza e felicità – ma anche il dolore, che è fondamento della vita umana, e che la letteratura più di ogni altra attività ci educa a guardare in faccia… Non sono contraddittorie fra di loro, bellezza o felicità, e dolore? Ecco, nella letteratura, con un’originalità che le è propria, no. Sappiamo, per esempio, che Se questo è un uomo, che guarda dentro il male assoluto, è un libro straordinariamente bello… Forse,  più che di bellezza, felicità, o prima di queste, dovremmo dire che la letteratura coglie, o almeno avvicina, il senso. E nel senso del nostro stare su questa terra non ci sono solo cose belle, o felici: a differenza di quanto racconta il film impostura di Benigni la vita non è bella… Capire, mettersi in viaggio per avvicinare il senso, è spesso doloroso – ma se non si assume questo rischio, che poi è il rischio della letteratura, non ci può essere vita piena, felice – o quanto meno, migliore, più consapevole. Certo, il rischio porta in sé la possibilità di scoprire che il senso non esista, o sia talmente spaventoso da costringere a fuggirla, l’umanità – come lo dice Adorno: Dopo Auschwitz, nessuna poesia, nessuna forma d’arte, nessuna affermazione creatrice è più possibile. Ma se una salvezza esiste, se c’è un riscatto, anche infinitesimalmente probabile , si trova nell’assunzione di questo rischio, in questa affermazione creatrice, con la letteratura: non solo – se non provvisoriamente – non crea disagio e disadattamento (riprendo una delle tue domande) ma è l’unica via verso la libertà. (Parentesi di fisica da bar: penso a volte, soprattutto con la musica, ma anche con la letteratura, che il senso di bellezza, di pienezza sia dovuto a una sorta di indovinamento di qualche struttura segreta dell’universo, con cui si entrerebbe in magica sintonia…). All’origine delle cosiddette scienze umane c’è l’annosa questione del “proprio” dell’uomo, la frontiera cioè che farebbe da spartiacque con il mondo animale, e che significativamente non riesce a star ferma: ora questa forza creatrice, con la libertà che essa mette in gioco, sembra essere squisitamente umanaIn questa prospettiva, aggiungerei che solo all’uomo è concessa l’angosciosa illusione del condizionale: l’idea cioè che ci sarebbero altrove, o ci sarebbero potute essere, altre vite, diverse da quella che giorno dopo giorno viviamo. La letteratura tuttavia, più di ogni altra arte, riscatta positivamente questo condizionale: perché sa scovare tanti altri mondi possibili, paralleli. Con la letteratura sogniamo (Borges), inventiamo, e persino possiamo mentire, in modo non dissimile da come fa la memoria, perché ciò permette di allargare, modificare i limiti che la natura impone alla vita (e qui penso allo splendido I ricordi mentono, di Kjell Espmark). I limiti della natura, ma anche della società – in questo senso dicevo all’inizio che le parole della letteratura agitano il mondo: non si tratta solo, stendhalianamente, di rispecchiare gli itinerari della realtà, in tutta la loro contraddittoria complessità, ma anche di porre le basi per immaginarne di nuovi. Quanto ai limiti della natura, penso anche al fatto che la letteratura è in grado di scavalcare la stessa morte, in un modo più profondo, completo, di quanto lo facciano altre arti: la parola infatti, una volta scritta, può viaggiare attraverso i secoli, idealmente per sempre, per lo meno il sempre umano; ma in quanto parola serba il suo statuto orale – leggere ad altra voce, per prolungare questo potere… – e ricorda anche la sua nascita come mythos. E cos’altro è il mito se non una parola viva, mutevole, cioè raccontabile in ogni occasione in un modo diverso, e che proprio per questo cattura gli orizzonti immutabili, attraverso il tempo, dentro i quali vivono e muoiono gli uomini? (Corollario che enuncio, non senza una punta d’ironia: a differenza di altri mestieri, per affermarsi scrivendo non ci sono limiti d’età: c’è tempo anche dopo la propria morte…). Per tutti questi motivi, la letteratura è l’attività per eccellenza gratuita, nel senso nobile del termine: non ha bisogno di giustificazioni altre, vive liberamente di se stessa.

Un ultimo punto, solo sfiorato accessoriamente. Spesso gli scrittori, con un luogo in senso stretto un po’ comune, parlano dei propri libri come figli. Ecco, in questa prospettiva potremmo dire che le traduzioni sono figli d’adozione, che è senz’altro la forma di parentalità più coraggiosa, e altruista, insomma, per riprendere una caratteristica attribuita all’attività letteraria: d’amore. In Italia, ed è un fatto positivo, si traduce molto – ma, a differenza di altri paesi, tra cui la Francia, i traduttori non sono considerati come autori, sono sottopagati, a volte al limite della gratuità (nel senso ignobile del termine, come sinonimo di sfruttamento!), il che implica frequentemente un’inevitabile frettolosità, sciatteria. Ora il tradurre è, in certo senso, la chiave più autentica della letteratura: come diceva Proust, les beaux livres sont écrits dans une sorte de langue étrangère… Insomma, che si lavori a cavallo di due o più lingue, o con una sola, chi scrive traduce sempre a partire dalla sua propria lingua, ne forza i limiti grammaticali, sintattici, lessicali, reinventandone una nuova. Tradurre insomma ricorda che scrivere, in letteratura, infrange sempre e comunque l’insulsa retorica della purezza linguistica. Le lingue, le culture comunicano fra loro, si influenzano reciprocamente, elles se métissent, e la letteratura, anche attraverso il lavoro di traduzione, abbatte le frontiere, fa circolare i sogni e le idee, si muove, soprattutto oggi, transculturalmente, rispondendo così alla sua vocazione più universalmente, più integralmente umanista.

 

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