Inchiesta La Porta CHE COS’E’ LA LETTERATURA? 16 Giulio Ferroni

1)Cominciamo con una domanda banale. Se qualcuno ti dice che vuole scrivere un romanzo è legittimo chiedergli “Hai qualcosa da dire?”

Cambierei la domanda in questo modo: “Per quale ragione vuoi scrivere proprio un romanzo?” E certamente vorrei sapere se c’è qualcosa, una parte di sé e insieme un carattere del mondo che vede attorno a sé, che quel qualcuno voglia affidare al romanzo. Se non c‘è almeno questo qualcosa, è meglio che non lo scriva.

2)L’anima del romanzo è la ricerca della verità (Stendhal). Non voglio buttarla sul filosofico ma ha senso per te parlare oggi di “verità”, oppure è soltanto un anacronismo (per Carlo Freccero, neosituazionista da talk show, “una cosa anni ’60”) o un effetto retorico (per buona parte della cultura francese para-nietzscheana degli ultimi decenni)? Esiste ancora la verità, ineludibile pur nel suo essere relativa, parziale e provvisoria (una verità che riguarda la psicologia, l’etica, l’esistenza, la nostra relazione con il mondo…)?

Forse non esiste nessuna verità incontrovertibile, tutto appare contestabile e rovesciabile: ma in questa perdita di certezze resta determinante la condizione del mondo, l’insieme delle forze che agiscono sul presente, che ne modificano gli equilibri. Come non cercare di interrogarle e non vedere che, comunque, la natura e la società procedono verso qualche destino? E come non cercare di capire, pur da punti di vista e secondo presupposti diversi, il senso di questo destino?

3)La critica ha bisogno della Teoria (per alcuni alla teoria si è sostituita la conversazione o l’ideologia). Ora, va bene come richiesta di rigore contro la critica impressionistica e narcisistica, però nel decennio ’70 – quello dei critici-scienziati in camice bianco che riducevano i romanzi a ingegnosi diagrammi e formule tautologiche – la teoria (con la falsa sicurezza che dà) cancellava la responsabilità soggettiva del giudizio e l’atto critico come impresa felicemente personale e avventurosa. Non è un rischio?

Quello che ha fatto male alla critica è stato il “demone della teoria”, l’ossessione teorica e l’applicazione meccanica di schemi e metodi.  Il critico non è e non sarà mai uno scienziato; le teorie non sono sistemi risolutivi sul senso della letteratura, ma proiezioni, sguardi, intrecci problematici, domande su di essa. La critica non può quindi ignorarle, perché esse sono comunque in rapporto con la letteratura, con il senso del suo proporsi sulla scena del presente. Ma poi occorre saper andare al di là di esse, certo in maniera libera e avventurosa, ma non impressionistica e narcisistica: facendole reagire, potenziandole e insieme vanificandole nell’incontro con la realtà viva delle opere. Altro che applicazione di regole e di metodi precostituiti!

4)Siamo minacciati dalla cultura unica del bestseller. Ma purtroppo non è neanche dimostrato che il successo di un libro sia inversamente proporzionale alla sua qualità, né che i libri migliori siano quelli pubblicati da piccoli e coraggiosi editori (sarebbe troppo facile…). Ritieni che il mercato (intendo un vero mercato, non quello truccato di oggi, con le corsie preferenziali per i volti televisivi e i premi spesso decisi da piccole lobby) specie per un genere “popolare” come il romanzo resti comunque una verifica preziosa, non del tutto evitabile?

Certo non è vero che alla qualità sia negato a priori il successo: si tratta sempre di distinguere caso per caso. Ma è vero anche che il mercato tende perlopiù a puntare su un modello artificiale di pubblico, su target precostituiti, su ciò che sembra corrispondere ai modelli vincenti (che oggi spesso inglobano anche presunte trasgressioni). Siamo prigionieri di un pensiero unico mediatico in cui non c’è più nulla di veramente “popolare”.

5)Nella mia personale utopia abita un critico come “individuo” – inappartenente, solitario, indocile -. Ora, se fino a ieri questo critico si appoggiava a una tradizione abbastanza stabile, non ancora depotenziata (l’alta cultura), a una dialettica della Storia (marxismo), a soggetti o classi che si volevano rivoluzionari ma in seguito scomparsi (classe operaia, movimenti di liberazione), oggi su cosa si sostiene? Non somiglia al barone di Munchausen che si prende il proprio codino per tirarsi su?

Per me c’è ancora una tradizione: è quella della grande letteratura di tutti i tempi e di tutti i paesi. Nessun mandato esterno, nessuna classe e nessuna dialettica, ma la fedeltà alla letteratura e al linguaggio, alla tensione immaginosa con cui fino ai nostri anni hanno interrogato il mondo e il suo destino: certo una tradizione depotenziata, ma che proprio nella sua marginalizzazione può continuare a resistere alla volgarità del pensiero unico e alla disgregazione del mondo.

6)La letteratura autentica (penso alle grandi opere del modernismo), se a un primo livello educa lo “spirito” e amplia l’immaginazione (ed è giusto insegnarla a scuola e farne la base per la cittadinanza), alla lunga crea o può creare disadattati, persone asociali, intrattabili, destabilizzate. La sua verità è sovversiva e disturbante. In questo senso forse è giusto che venga coltivata da minoranze, che non diventi mai davvero di massa?

 Si tratta di una contraddizione senza via d’uscita, simile a tante altre che costituiscono la vita. Ma oggi più che mai abbiamo bisogno di “verità” disturbanti.

7)Puoi dirmi che cos’è la letteratura, in poche righe (sei libero di non rispondere)?

Non c’è nessuna possibile definizione: in linea di principio tutto ciò che è scritto, immaginato, narrato può essere letteratura. Ma la letteratura che conta è quella che dalla parola e da tutti i possibili intrecci delle parole si rivolge a cercare qualcosa di essenziale e finisce per tendere a ciò che le sfugge, a ciò che è fuori di sé. Questo è quello che conta: e direi allora paradossalmente, che “tutto il resto è letteratura”.

 

1 Response

  1. Armanda Capeder scrive:

    Con semplicità, direi che la Letteratura è ciò che ti fa compagnia quando sei solo e ti piace lasciarti coinvolgere da una storia, molto meglio della conversazione in cui puoi essere sopraffatto o inteso male o costretto a tacere per evitare incresciose discussioni. Se leggi, invece, puoi disapprovare, infastidirti e interrompere, cavandoti la soddisfazione di affibiare il titolo di cretino all’autore, oppure puoi al contrario provare il piacere di condividere, di ammirare la fantasia o lo stile o l’abilità dell’intreccio; insomma, puoi sentirti interessato e attratto dalla storia e dal modo in cui è raccontata, e provare il desiderio di continuare nella lettura. Se inoltre sei un esperto di scrittura, puoi riconoscere di trovarti di fronte a un letterato autentico che conosce l’arte, uno che vorrai incontrare di nuovo, anche se spesso accade che il miracolo non si ripeta, e che la Letteratura abbia perduto il suo campione. Quello che non accetto è che la Letteratura sia considerata Maestra di vita o che possa insegnare qualcosa: al massimo può ispirarti riflessioni, spingerti a riconoscere verità appena intuite sulle quali ti eri soffermato solo di sfuggita. Eppure ci sono personaggi che dedicano la vita all’utopia di essere venerati come scrittori, e allora non fanno altro che scrivere, senza sosta, facendo incetta di premi e fingendo di non sapere, ma forse preferiscono non saperlo, che sono solo una pedina in un gioco di potere di Case editrici pronte a gonfiare operine di scarso rilievo, rese attraenti da titoli furbi, nello scambio del do ut des. oggi a me, domani a te, così entrano euro devoluti da ingenui che credono nelle opere premiate.E poiché non mi piaccioni le insinuazioni mordi e fuggi, desidero precisare che il personaggio cui ho fatto cenno è quell’Antonio Scurati ossessionato dai Premi letterari dei quali è riuscito a fare incetta, perfino tutti nello stesso anno, come se fosse il più straordinario scrittore italiano. E la gente si è bevuta tutto e ha acquistato perfino “Il padre infedele” registrato nel mio personale libro di critiche letterarie, iniziato nel ’78, come il testo più fasullo e irritante, a cominciare da una copertina insensata, proseguendo con tutti i difetti evidenziti scrupolosamente. E quest’anno è inoltre riuscito a diventare presidente di giuria al Premio Strega. Mica poteva vincere sempre lui! Immagino, per raggiungere la posizione, quali scambi di favori e ricatti si siano svolti nel retrobottega.
    E questa sarebbe la Letteratura attuale? Abbiamo avuto nello scorrere del tempo numerosissimi libri degni del massimo rispetto di cui conservo recensioni altamente positive, purtroppo surclassati da un numero impressionante di testi del genere Scurati, il quale sa usare la nostra lingua in modo ineccepibile (ci mancherebbe: è docente di scuola di scrittura) ma non ha più niente da dire, così cerca disperatamente di trovare temi inediti, ma si avverte lo sforzo. E allora, che fare? Attendere con fiducia e fare la prova dell’anguria al maggior numero possibile di libri che si affacciano nel panorama letterario con frequenza allarmante. Chissà che qualcosa di buono esca, finalmente.

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