Inchiesta La Porta CHE COS’E’ LA LETTERATURA? 17 Matteo Nucci

1) Cominciamo con una domanda banale. Se qualcuno ti dice che vuole scrivere un romanzo è legittimo chiedergli “Hai qualcosa da dire?”

Direi piuttosto “hai qualcosa da raccontare? Troverai il modo di raccontare?” Non hanno importanza la storia, la trama e chissà quali svolgimenti. Ma un racconto su cui lavorare per costruire un modo di raccontarlo. Perché a tutti noi importa cosa raccontare, certo; ma soprattutto come raccontarlo. Da millenni giriamo attorno alle stesse storie, e tuttavia cerchiamo di farlo in infiniti modi diversi, andando avanti e tornando indietro, nel tempo e nello spazio. Così, quando qualcuno mi dice che ha una storia straordinaria da scrivere e che presto lo farà, anche se non è il suo mestiere, perché comunque per scrivere “basta avere qualcosa da dire”, io gli domando subito: “e hai idea di come racconterai questa storia?”

2) L’anima del romanzo è la ricerca della verità (Stendhal). Non voglio buttarla sul filosofico ma ha senso per te parlare oggi di “verità”, oppure è soltanto un anacronismo (per Carlo Freccero, neosituazionista datalk show, “una cosa anni ’60”) o un effetto retorico (per buona parte della cultura francese para-nietzscheana degli ultimi decenni)? Esiste ancora la verità, ineludibile pur nel suo essere relativa, parziale e provvisoria (una verità che riguarda la psicologia, l’etica, l’esistenza, la nostra relazione con il mondo…)?

La verità o meglio la tensione verso la verità, e dunque l’inesauribile tensione al disvelamento. Questo continua a essere il senso di un vero romanzo, a prescindere dalla sua forma. Il senso in una maniera molto particolare. La verità è disvelamento nel senso di lotta contro l’oblio. Entrano in gioco le due questioni principali della leteratura. La memoria e l’inganno. La memoria che è la divinità a cui da sempre e per sempre il creatore di letteratura s’immola. Senza memoria non si scrive. L’acqua fredda di Mnemosyne disseta l’iniziato ai misteri orfici come lo scrittore. Ma lo scrittore non può svelare senza ingannare. Lo scrittore è filo-sofo nel senso dell’inesauribile tensione verso il disvelamento proprio attraverso la sua capacità di velare, di mutare prospettive e di ingannare in funzione del vero. Il vero, così com’è, in letteratura non si mostra. Per mostrarlo, per lasciarlo sfavillare, dev’essere omesso, velato, mutato, scolpito in maniera tale che sia il lettore a poterlo rincorrere.

3) )La critica ha bisogno della Teoria (per alcuni alla teoria si è sostituita la conversazione o l’ideologia). Ora, va bene come richiesta di rigore contro la critica impressionistica e narcisistica, però nel decennio ’70 – quello dei critici-scienziati in camice bianco che riducevano i romanzi a ingegnosi diagrammi e formule tautologiche – la teoria (con  la falsa sicurezza che dà) cancellava la responsabilità soggettiva del giudizio e l’atto critico come impresa felicemente personale e avventurosa. Non è un rischio?

Da scrittore non critico, apprezzo qualsiasi tipo di critica, ammesso che sia seria, attenta, rigorosa. È necessario conoscere la predisposizione teorica, o meglio il pregiudizio critico, la scuola di pensiero, ovvero la teoria a cui s’ispira il critico. Preferisco il critico folle e incontrollabile, intuitivo e creativo. Ma, guardando attraverso il pregiudizio teorico, sono felice di leggere qualsiasi tipo di studio, quando non si tratti di un esercizio arrogante di giudizio o di una costante rincorsa al nutrimento del proprio Ego.

4) Siamo minacciati dalla cultura unica del bestseller. Ma purtroppo non è neanche dimostrato che il successo di un libro  sia inversamente proporzionale alla sua qualità, né che i libri migliori siano quelli pubblicati da piccoli e coraggiosi editori (sarebbe troppo facile…). Ritieni che il mercato (intendo un vero mercato, non quello truccato di oggi, con le corsie  preferenziali per i volti televisivi e i premi spesso decisi da piccole lobby) specie per un genere “popolare” come il romanzo resti  comunque una verifica preziosa, non del tutto evitabile?

Certo. Il mercato è una verifica comunque preziosa. E convengo che non si tratta di un premio inversamente proporzionale alla qualità del libro. Il problema, certo, sta nelle inevitabili storture del mercato. Se esistesse il vero mercato, sarebbe una straordinaria prova. Ma dove e quando mai si trova questo vero mercato? Non è mai esistito un vero mercato. L’eguaglianza in partenza dei prodotti potrebbe esistere solo in una specie di utopia socialista. Durante l’ultimo premio Strega, uno dei candidati, alla domanda “cosa diresti a un giurato per farti votare?” ha risposto “non direi nulla. Vorrei soltanto che i libri non avessero editore, non avessero etichetta, né nome dell’autore e che potessero essere giudicati solo in base a ciò che raccontano”. Curiosamente si trattava del candidato della maggiore potenza editoriale.

5) Nella mia personale utopia abita un critico come “individuo” – inappartenente, solitario, indocile – . Ora, se fino a ieri questo critico si appoggiavaa una tradizione abbastanza stabile, non ancora depotenziata (l’alta cultura), a una dialettica della Storia (marxismo), a soggetti  o classi che si volevano rivoluzionari ma in seguito scomparsi (classe operaia, movimenti di liberazione), oggi su cosa si sostiene? Non somiglia al barone di Munchausen che si prende il proprio codino per tirarsi su?

Esiste e sempre esisterà una tradizione non necessariamente legata a una visione del mondo ma semmai a un innato senso di ricerca del vero capace di sostenere l’individuo critico. Siamo alla domanda precedente. Come per lo scrittore anche per il critico (e direi chiunque altro) la tensione verso il vero è la necessaria forza. Che in questo caso non vela per svelare ma svela o prova a svelare per discernere. La crisi (ovvero la scelta e il bivio), la decisione di osservare il bivio e percorrerne il corno prescelto è l’atto critico per eccellenza. La forza motrice del pensiero occidentale.

6) La letteratura autentica (penso alle grandi opere del modernismo), se a un primo livello educa lo “spirito” e amplia l’immaginazione (ed è giusto insegnarla a scuola e farne la base per la cittadinanza), alla lunga crea o può creare disadattati, persone asociali, intrattabili, destabilizzate. La sua verità è sovversiva e disturbante. In questo senso forse è giusto che venga coltivata da minoranze, che non diventi mai davvero di massa?

Cosa sia meglio io non lo so. Credo che il disadattamento e l’asocialità in tempi di pensiero unico, in tempi di globalizzazione omologante, siano grandi valori. È in gioco il cuore della nostra storia culturale, quello di cui parlavo prima, la sua essenza critica, predisposta alla discussione e alla domanda. La paideia socratica occidentale deve rimanere quella del dubbio e dell’aporia, della scelta autonoma, dell’indipendenza nella ricerca, del giudizio critico da rimettere sempre in gioco. I romanzi che sfidano il lettore a percorrere in autonomia la propria strada forse creano persone non adatte al mondo dei prodotti surgelati, privi di grassi, zuccheri, decaffeinati e deteinati, forse creano persone che non possono amare la socialità da piazza del centro commerciale. Ben vengano.

7) Puoi dirmi che cos’è la letteratura, in poche righe (sei libero di non rispondere)?

Lo sforzo inesauribile di trovare vie per dire menzogne simili al vero.

 

 

 

 

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