Inchiesta La Porta CHE COS’E’ LA LETTERATURA ? 18 Fabrizio Ottaviani

1) Cominciamo con una domanda banale. Se qualcuno ti dice che vuole scrivere un romanzo è legittimo chiedergli “Hai qualcosa da dire?”

 

No, se per “qualcosa” si intende “il contenuto”. Tra l’altro l’opposizione tra forma è contenuto è un ingombrante lascito del neokantismo, fonte di infiniti equivoci. Ma anche se decidessimo di mantenere quell’opposizione, nell’arte – e dunque anche nella letteratura, che io considero appartenere a quello che a partire dal Settecento è il “sistema delle belle arti”, si assiste a ciò che Lotman chiama “semantizzazione degli elementi formali”, in altre parole allo scambio di ruolo tra forma e contenuto. E’ legittimo, invece, pretendere che l’autore abbia “qualcosa da dire” se questo “qualcosa ” viene inteso come legato a una quantità di funzioni diverse rintracciabili nell’arte, funzioni talvolta del tutto celibi: come accade con la rosa di Marino o il ruscello di ribes di Rimbaud. Questo vale anche per il romanzo, indipendentemente dal fatto che si tratta di un genere in cui l’elemento formale si articola in modo diverso rispetto alla poesia e che a volte (scrittori “di cose”, quindi anche di “qualcosa”) rivendica la sua prosaicità, magari dimenticando che anche la prosa più piana è frutto di una scelta retorica. Per concludere, dal mio punto di vista esigere che lo scrittore abbia “qualcosa da dire” non significa alludere a un messaggio nella bottiglia, ma equivale a pretendere che egli abbia cospicue ambizioni letterarie.

 

 

 2) L’anima del romanzo è la ricerca della verità (Stendhal). Non voglio buttarla sul filosofico ma ha senso per te parlare oggi di “verità”, oppure è soltanto un anacronismo (per Carlo Freccero, neosituazionista da talk show, “una cosa anni ’60”) o un effetto retorico (per buona parte della cultura francese para-nietzscheana degli ultimi decenni)? Esiste ancora la verità, ineludibile pur nel suo essere relativa, parziale e provvisoria (una verità che riguarda la psicologia, l’etica, l’esistenza, la nostra relazione con il mondo…)?

 

Non si può che buttarla sul filosofico, invece, e bisogna farlo, perché solo la filosofia permette di sottrarsi al gusto, alle “predilezioni”. Le ossessioni dei nipotini (o degli zii e cugini) di Taine – il “romanzo vero” dei Goncourt, lo “stato civile” di Balzac, il grande specchio portato in una strada affollata di cui scrive Stendhal, la tavola settoria di Flaubert – sono altrettante dichiarazioni di poetica o illustrazioni di un’essenza eterna del romanzo? A me non sembrano esserci dubbi: sono la conseguenza di un lungo equivoco che nasce nella prima modernità con Bacone e Descartes e che ha una storia postuma curiosa: mentre in campo filosofico l’equivoco viene ben presto smascherato (già Locke fa notare che noi non categorizziamo il mondo in modo scientifico, ma, diremmo oggi, “culturale”, nel senso dell’antropologia culturale), esso continua invece a dominare il senso comune, abbagliato dai successi che la rivoluzione scientifica consente (e mi riferisco non solo al dominio della natura, ma anche ai tragici successi imperialistici: è noto che il razzismo e l’eurocentrismo si sviluppano solo a partire dal Seicento). Di quale equivoco si tratta? Se si leggono le pagine di Bacone sugli idola o il Discours de la Méthode, ma anche il celebre passo del Saggiatore sulla leggibilità del mondo assistiamo alla costruzione di una topologia epistemologica di questo tenore: c’è scienza, e dunque verità, solo nel campo della mathesis universalis, vale a dire in un campo limitatissimo della natura, grosso modo la meccanica e l’astronomia. Il resto, cioè tutto ciò che non ingrana con l’epistemologia della mathesis (per esempio il significato, la cultura e la storia) viene degradato a opinione, in altre parole a retorica. Ma accade anche un’altra cosa: visto che quel campo è così ristretto, si tenta si estenderlo forzosamente leggendo anche altre parti della natura in senso meccanicistico: come fa Descartes quando tratta gli animali come se fossero automates e mancandone completamente l’essenza. Ebbene, nel corso dell’Ottocento, con il naturalismo, si cerca di estendere questa “scientificità” anche al campo del romanzo, pretendendo che esso rifletta in modo veritiero almeno la società (l’individuo sarebbe più difficile da “documentare”, a meno che non appartenga alle classi basse, cosa che consentirebbe di vederlo come il membro privo di autonomia morale di una classe belluina). Quando su questa pulsione si innesta il desiderio – rispettabile, anche se fuorviante – che la letteratura serva ad una diagnosi, che viva in vista di un miglioramento del genere umano, il gioco è fatto: allorché alla fine del secolo e poi nel Novecento giungerà la distinzione fra spiegare e comprendere, fra scienza ed ermeneutica, fra scienze della natura e scienze dello spirito, sarà troppo tardi. Quindi, mettendo da parte la questione se esista ancora la verità (rispodervi richiederebbe uno spazio infinito) e limitando la risposta al campo del romanzo: no, la letteratura non ha niente a che fare con la verità. La letteratura ha a che fare con il significato. Per ragionare come Leibniz, la letteratura riguarda mondi possibili, non reali. Ed esattamente come Deleuze sosteneva che i grandi scrittori si esprimono sempre in una lingua straniera, anche quando si servono della loro lingua materna, con altrettale rigore si potrebbe affermare che tutta la grande letteratura è fantastica, anche quando si impegna a descrivere il reale. Del resto non è questo l’unico campo al quale in passato è stato ingiustamente inflitto il termine così spigoloso e antipatico di verità. Prendiamo la religione: quando Agostino scrive un trattato intitolato De vera religione, i contemporanei allibiscono: e in che senso, si chiedono, una religione dovrebbe essere “vera”? Vere, nel mondo, antico sono solo le proposizioni. Vorrebbe insinuare, Agostino, che le altre religioni sono false? Per fortuna oggi comprendiamo che sostenere che esista una religione “vera” è come affermare che esista una poesia vera o una sinfonia vera; è, cioè, un abuso del linguaggio, l’estensione indebita del campo semantico di un termine, quello di “vero”, che tutto sommato è “one of the less conspicuous snakes in the linguistic grass”, come ebbe a dire Austin qualche anno fa.  La letteratura trova il suo compimento, e dunque, se vogliamo servirci di una metafora molto ardita, la sua “verità” quando un testo raggiunge un grado di perfezione giudicato soddisfacente dallo scrittore e dai suoi lettori. Nelle parole di Zeno: “quelle storie erano vere, perché non avrei saputo raccontarle diversamente”.

 

3)La critica ha bisogno della Teoria (per alcuni alla teoria si è sostituita la conversazione o l’ideologia). Ora, va bene come richiesta di rigore contro la critica impressionistica e narcisistica, però nel decennio ’70 – quello dei critici-scienziati in camice bianco che riducevano i romanzi a ingegnosi diagrammi e formule tautologiche – la teoria (con la falsa sicurezza che dà) cancellava la responsabilità soggettiva del giudizio e l’atto critico come impresa felicemente personale e avventurosa. Non è un rischio?

 

E se non fosse più rischioso il contrario, vale dire la “critica del gusto” e l’individualismo metodologico? Certo qui bisogna navigare fra Scilla e Cariddi. Io parto dal presupposto che bisogna evitare quelle che Marx chiamava “robinsonate”, l’idea cioè che l’individuo sia un’entità assoluta e che sia possibile sottrarsi del tutto all’essenza sociale, politica e comunitaria dell’essere umano. Un critico letterario si innesta su una tradizione critica, si serve di strumenti approntati da generazioni di studiosi e viene giudicato dalla comunità di ricercatori alla quale appartiene. In ciò non c’è niente di cui vergognarsi, e per di più ridimensiona il solipsismo luciferino o la spocchia antiaccademica di tanti intellettuali. Però qui bisogna sottolineare una cosa: il fatto che, con la crisi dello strutturalismo e della semiologia, si sia diffuso lo stile del saggio non deve spingere a credere che il critico possa scrivere ciò che vuole. Montaigne, negli Essais, esprime pareri personali e spesso idiosincratici, ma non parla a vanvera. Esiste una razionalità, nel campo letterario, che non è la razionalità matematizzante – e a volte ridicolmente logicista – inseguita dagli strutturalisti. Per cui trovo rischioso soprattutto abbandonarsi ad una prosa saggistica che non sente il bisogno di dimostrare le proprie tesi in maniera chiara, facilitando il compito dei lettori. Ma questa è una questione di educazione comunicativa (penso, per esempio, alle dimenticate regole conversazionali di Grice) se non di civiltà. Come scriveva Adorno, “bisogna eliminare tutte le oscurità che derivano solo dalla facilità di intendersi con se stessi”; anche perché, aggiungo, potrebbero nascondere qualche fragilità.

 

 4)Siamo minacciati dalla cultura unica del bestseller. Ma purtroppo non è neanche dimostrato che il successo di un libro  sia inversamente proporzionale alla sua qualità, né che i libri migliori siano quelli pubblicati da piccoli e coraggiosi editori (sarebbe troppo facile…). Ritieni che il mercato (intendo un vero mercato, non quello truccato di oggi, con le corsie  preferenziali per i volti televisivi e i premi spesso decisi da piccole lobby) specie per un genere “popolare” come il romanzo resti  comunque una verifica preziosa, non del tutto evitabile?

 

Direi di sì, e anzi credo che il rifiuto del dialogo con il pubblico, che di solito coincide con la rimozione pressoché isterica (quindi interpretabile con le categorie della psicanalisi, compresa quella della formazione reattiva) del ruolo che in letteratura svolge il “mestiere”, indebolisca l’attuale letteratura italiana in quanto falsa politicamente l’intero gioco letterario, spingendo gli scrittori ad indirizzare le loro ambizioni verso circoli ristretti o ristrettissmi. Certo lo si fa per massimalizzare la competenza del lettore, ma intanto in questo modo saltano i ponti con la tradizione pratica del romanzo e questo è un preludio ad altre distruzioni, per esempio alla distruzione della tradizione letteraria tout court. Dalla negazione delle esigenze della comunità dei lettori alla negazione delle esigenze di qualsiasi comunità, infatti, il passo è breve. Detto ciò: credo che si debba fingere ad oltranza (ripeto: fingere) che sia accettabile ciò che sosteneva Milton, e cioè che così come esiste un libero mercato delle merci, esista anche un libero mercato delle idee e dunque dei libri; e questo in barba alla consapevolezza che il libero mercato è un pio fantasma, e che esattamente come l’Inghilterra nel Settecento bombardava i porti francesi e portoghesi allo scopo di garantire un’ipocrita libertà commerciale dei mari, così l’industria culturale agisce per fas et nefas allo scopo di imporre i suoi prodotti nelle librerie. Partiamo allora dal presupposto che non esista “la società”, ma una quantità di gruppi di diverse dimensioni, ideologicamente eterogenei, con stili di vita differenti ed esigenze culturali molto lontane. Se le cose stanno così, a me non preoccupa tanto il fatto che grandi romanzi vendano pochissimo e che i pessimi romanzi vendano molto. Questo mi preoccupa semmai come cittadino e solo se i romanzi che vendono molto contengono ideologie pericolose. Per esempio a suo tempo mi preoccupò che un romanzo fascista, classista e grettamente provinciale come Tre metri sopra il cielo avesse venduto un milione di copie, tanto che mi spinsi fino a scrivere sul Giornale che il fenomeno avrebbe dovuto allarmare i prefetti. Come lettore mi preoccupa invece un’altra cosa: che i libri migliori non vendano nemmeno all’interno del gruppo che dovrebbe acquistarli. In altre parole, forse ingenuamente, mi stupisco che le comunità che potrebbero decretare il successo di alcuni capolavori non rispondano quasi mai alle sollecitazioni. Alludo ai laureati in lettere, che in Italia sono una legione formata da due-trecentomila persone (quanti di loro hanno acquistato una copia di Fantasmi romani, pubblicato quando Malerba era ormai un classico riconosciuto e celebrato?); alla colta borghesia cittadina; agli studenti universitari. Naturalmente mi spiego questo torpore in tanti modi, alcuni dei quali ho provato ad elencare nelle pagine di argomento letterario del mio saggio sulla Morale non euclidea degli italiani.

 

5)Nella mia personale utopia abita un critico come “individuo” – inappartenente, solitario, indocile – . Ora, se fino a ieri questo critico si appoggiavaa una tradizione abbastanza stabile, non ancora depotenziata (l’alta cultura), a una dialettica della Storia (marxismo), a soggetti o classi che si volevano rivoluzionari ma in seguito scomparsi (classe operaia, movimenti di liberazione), oggi su cosa si sostiene? Non somiglia al barone di Munchausen che si prende il proprio codino per tirarsi su?

 

Certo che vi assomiglia, ma solo in parte. In realtà, se il critico-cane sciolto riesce a sollevarsi è perché si aggrappa a tanti codini atomizzati e tacitamente sottratti alla chioma cui appartengono. Questa pratica rende il risultato più imprevedibile e più difficile da valutare; e a volte – perché negarlo – anche più brillante. Naturalmente l’aneddoto del celebre barone illustra perfettamente la condizione nella quale ci troviamo, che è quella post-metafisica della mancanza di un fondamento. E’ tutta la società, in altre parole, ed anche la scienza e l’intera sfera della cultura che si tirano su da sole, senza appoggiarsi ad un “Grund” inconcusso.

 

6)La letteratura autentica (penso alle grandi opere del modernismo), se a un primo livello educa lo “spirito” e amplia l’immaginazione (ed è giusto insegnarla a scuola e farne la base per la cittadinanza), alla lunga crea o può creare disadattati, persone asociali, intrattabili, destabilizzate. La sua verità è sovversiva e disturbante. In questo senso forse è giusto che venga coltivata da minoranze, che non diventi mai davvero di massa?

 

Questa è una domanda sottilmente maliziosa, o forse semplicemente piena di rischi. Per cominciare: sono istintivamente avverso ad ogni forma di paternalismo e quindi troverei aberrante anche solo ventilare l’ipotesi di una circolazione limitata di Joyce e Kafka per ragioni di armonia sociale. Inoltre bisognerebbe distinguere fra benessere e dignità: alcuni romanzi riducono il benessere mentale e guastano l’umore, ma accrescono la dignità dei lettori. Però forse il sottinteso più importante è l’ipotesi che la “letteratura autentica” sia inevitabilmente costituita da pagine che sconvolgono, che disturbano, che tolgono il sonno. E’, questo, un modo di vedere la letteratura nato nel periodo delle avanguardie (Breton: “applicare alla mente il procedimento della doccia scozzese”) e riscontrabile oggidì nelle quarte di copertina e schede editoriali che per ragioni venali insistono sullo choc. Questa ipotesi non è che l’estensione del concetto di sublime a tutta l’arte ed è pericolosa perché prelude ad un’asimmetria fra autore e lettore, quest’ultimo visto come un essere sonnolento immerso nella falsa coscienza. E se invece – ernst das Leben, heiter die Kunst – non valesse l’esatto contrario? Personalmente torno a leggere Don Chisciotte, Gli anni di apprendistato di Willhelm Meister o La coscienza di Zeno con uno scopo diametralmente opposto: ritrovare la mia umanità smarrita. E continuo ad essere convinto che se la gente leggesse quei romanzi, il mondo sarebbe più simile ad un paradiso che ad un manicomio. Fra l’altro la condizione postmoderna abolisce la linearità della storia, trasformando la medesima in un plateau dal quale piluccare i cibi che si preferiscono e revocando l’obbligo morale ed estetico di scorticarsi al vento del futuro.

 

7)Puoi dirmi che cos’è la letteratura, in poche righe (sei libero di non rispondere)?

 

Quando mi pongo o mi pongono questa domanda, rispondo formulando par provision due ipotesi talmente brutte e prive di fascino che potrebbero persino risultare suffragabili. La prima è che la letteratura è un insieme di giochi linguistici. La seconda è che la letteratura è una specie di religione. Il mio amico Stefano Gallerani preferisce un termine individualista, secondo lui la letteratura sarebbe “esperienza” (cioè la famosa Erlebniss) e anche così va benissimo e del resto anche la religione è un’esperienza, però io mi ritrovo a dire “religione”, e per questa laica e loica ragione: secondo me, come la religione – ormai gli studiosi di Storia delle religioni (soprattutto italiani e soprattutto romani) lo ammettono – esiste perché soddisfa una quantità eterogenea di esigenze (consolatorie, mitopoietiche, di solidarietà sociale, emotive, politiche, conoscitive ecc.), così fa la letteratura. Da questo punto di vista, la pluralità di metodi che esistono nella critica letteraria (sociologici, psicoanalitici, formalistici ecc.) non denuncia il fatto che la critica letteraria si troverebbe ancora in uno stato pre-paradigmatico, come direbbe Kuhn, cioè uno stato nel quale i metodi di ricerca e validazione non sono stati ancora unificati, ma allude ad una condizione permanente della letteratura, il suo girare a regimi molto diversi e in direzione di obiettivi molto lontani fra di loro. Un’altra analogia fra letteratura e religione, poi, deriva dall’essere entrambe anche mito. So bene che questa è una tesi molto banale, ma il fatto che lo sia non la rende falsa. Sia la religione sia la letteratura mutano o salvano il senso che hanno le cose.

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