Inchiesta La Porta CHE COS’E’ LA LETTERATURA? 4 Andrea Caterini

1)Cominciamo con una domanda banale. Se qualcuno ti dice che vuole scrivere un romanzo è legittimo chiedergli “Hai qualcosa da dire?”

Lavorando nell’editoria da diversi anni, ed essendo un critico letterario, è una domanda che mi sento porre quotidianamente pur senza aver codificato una risposta che sia adeguata all’occasione ormai consueta. La verità è che la mia prima reazione è ogni volta lo sgomento. Uno sgomento per quanti, un numero enorme, nutrano questo desiderio, cioè quello di scrivere un romanzo. E molti, di questi tanti, lo realizzano, non necessariamente riuscendo a pubblicarlo (o pubblicandolo autonomamente in rete o con case editrici a pagamento). Allo sgomento però segue il desiderio di comprendere. Potenzialmente, ogni vita può essere espressa. Alla tua domanda mi verrebbe da replicare allora con un’altra domanda: “come vuoi dire?”. È il come la chiave di tutto, mai il «cosa» o il «perché». Proust scriveva, nel Tempo ritrovato, che «lo stile per lo scrittore, come il colore per il pittore, non è una questione di tecnica, ma di visione». Lo stile è esattamente il «come». Senza quella visione, senza quello stile (che deve essere unico), non vi è proprio romanzo. Ma è indiscutibile che anche il «come» debba essere sostenuto da una necessità, cioè da qualcosa di inderogabile che ti fa cominciare a scrivere.

2)L’anima del romanzo è la ricerca della verità (Stendhal). Non voglio buttarla sul filosofico ma ha  senso per te parlare oggi di “verità”, oppure è soltanto un anacronismo (per Carlo Freccero, neosituazionista da talk show, “una cosa anni ’60”) o un effetto retorico (per buona parte della cultura francese paranietzscheana degli ultimi decenni)? Esiste ancora  la verità, ineludibile pur nel suo essere relativa, parziale e provvisoria (una verità che riguarda la psicologia, l’etica, l’esistenza, la nostra relazione con il mondo…)?

 Se la verità è, come credo, ciò che, non mutando, ci muta, non penso si possa parlare di anacronismo. Non credo a una verità che oggi è anacronistica, ieri sensata, domani chissà… Questa è il tipo di verità di quelli che credono sia una verifica di fatti. Ma allora lo scrittore sarebbe nulla di più che un giudice, o, peggio, un cronista. Invece, cosa dovrebbe cercare, uno scrittore, se non la verità? Il paradosso è che mi accorgo sempre più di frequente che gli intellettuali sono spaventati dalle parole. Parole sulle quali invece secoli di filosofia, e di letteratura, hanno ragionato, dibattuto anche aspramente, ma per una necessità conoscitiva. Un timore che deriva dall’ansia di rincorrere il proprio tempo. Ma non si è attuali solo perché abbiamo raccontato, in un romanzo, il mondo della televisione, o quello dei social, o quello dei talent, o un fatto di cronaca nera. Essere attuali al proprio tempo significa porsi, rispetto a questo, in tensione conoscitiva, quindi anche in conflitto e in opposizione. Proprio di recente ragionavo sul gruppo scultoreo che Bernini, intorno alla metà del Seicento, mai portò a termine: La verità svelata dal tempo. La Verità è una donna dalle morbide carni, adagiata su una roccia e sorridente, la quale impugna un sole, come dire la luce che rivela tutte le cose, e poggia un piede su una palla – la sfera del mondo, che quasi con disinvoltura, e una punta di civetteria tutta barocca, domina. Non sembra imbarazzata dalle vesti che le vengono sfilate lasciandola nuda ed esposta agli occhi degli osservatori. E poi c’è il Tempo, che le sta alle spalle. Il Tempo che è l’artefice di quella svestizione, di quella rivelazione. Il Tempo è il mezzo che rende nuda la Verità. Un Tempo che però Bernini non ha mai finito di scolpire, lasciandolo a puro stato larvale. Eppure, in quell’inconcludenza, in quella non definizione, in quel mai finito, il Tempo pare compiere la sua più reale funzione. Voglio dire che il Tempo, proprio perché mai finito, mai finisce di agire su di noi. Nel momento in cui svela la Verità, ce la rivela nuda ed eterna, non smette al contrario di ricordarci che quei panni è sempre lui a poterli riadagiare sulla donna a suo piacimento lasciandoci nuovamente con la sola immagine che mai finisce di se stesso. Quella sua incompiutezza nasconde la tragica nostra caducità: il suo peso su di noi che lo osserviamo e che da esso veniamo agiti. Nella incompiutezza del Tempo, qui, si specchia la nostra stessa morte. Siamo noi, il nostro volto, l’immagine compiuta (nel senso di finita – e caduca) che in lui si riflette e che si definirà a ogni nuovo osservatore.

3)La critica ha bisogno della  Teoria (per alcuni alla teoria si è sostituita la conversazione o l’ideologia). Ora, va bene come richiesta di rigore contro la critica impressionistica e narcisistica,  però nel decennio ’70 –  quello dei critici-scienziati  in camice bianco che riducevano i romanzi a ingegnosi diagrammi e  formule tautologiche –  la teoria (con  la falsa sicurezza che dà) cancellava la responsabilità soggettiva del giudizio e l’atto critico come impresa felicemente personale e avventurosa. Non è un rischio?

Non ho mai creduto alle teorie che, una volta date (nel senso di formulate), vadano bene per ogni nostro ragionamento o ricerca. Perché che ricerca sarebbe senza una scoperta che ci renda nuovi a noi stessi? Detto questo, i danni del soggettivismo sfrenato non sono meno pericolosi di quelli causati delle ideologie. Questo è il tempo delle opinioni, dell’«io penso che…». Tutti si sentono in dovere di dire la loro su qualsiasi cosa: sui libri, sulla cronaca, sulla politica ecc. L’opinione si crede abbia lo stesso valore di un giudizio. È stata delegittimata, mi sembra, l’autorevolezza stessa del giudizio argomentato, consapevole. Si è persa la consapevolezza che anche il gusto (per fare un esempio) si costruisce culturalmente, e che l’asserzione «è una questione di gusto» non ha senso in un contesto senza conoscenza (o consapevolezza), senza cultura. Perché se qualcuno mi dicesse «a me piace più Carofiglio di Cordelli. È una questione di gusto», io gli risponderei che ciò che gli fa piacere più il primo del secondo è la sua mancanza di strumenti per riconoscere uno scrittore vero (Cordelli) da un impiegato della scrittura (Carofiglio). Ma la moltiplicazione delle possibilità espressive (dico l’opinionismo) è solamente un’illusione democratica, la quale ti fa credere che il tuo «parere» sia importante nonostante tutto, anche nonostante la tua ignoranza. Credo invece ancora con tutto me stesso nell’importanza dello studio, della ricerca. È lì che costruiamo il nostro spazio di resistenza e di pace; lì che scopriamo la qualità del tempo, ovvero la pazienza con cui sfruttiamo nel miglior modo possibile, per mezzo della concentrazione – quella pazienza e quella concentrazione che ci rendono attuali a noi stessi –, quel poco tempo che abbiamo a disposizione.

4)Siamo minacciati dalla cultura unica del bestseller. Ma purtroppo non è neanche dimostrato che il successo di un libro sia inversamente proporzionale alla sua qualità, né che i libri migliori siano quelli pubblicati da piccoli e coraggiosi editori (sarebbe troppo facile…). Ritieni che il mercato (intendo un vero mercato, non quello truccato di oggi, con le corsie preferenziali per i volti televisivi e i premi spesso decisi da piccole lobby) specie per un genere “popolare” come il romanzo resti  comunque una verifica preziosa, non del tutto evitabile?

È un discorso complesso quello del mercato, difficilmente sintetizzabile. Tieni presente che in Italia escono ogni anno circa 60 mila libri. È un’enormità che il sistema di promozione, distribuzione, vendita e fruizione del libro non può sostenere. Si rincorrono le novità ad un ritmo sfrenato. Ma quelle novità divengono vecchie già dopo un paio di mesi. Le librerie le sfilano dagli scaffali per far posto ad altre novità, e quello che era nuovo fino a poco prima, finisce a prendere polvere nei magazzini. È un mercato indubbiamente malato a cui si sottomettono anche i piccoli editori, ma pure i giornale e i critici che ci scrivono (perché se almeno una volta alla settimana si grida al capolavoro, chi può realmente prenderti sul serio?). Se invece, come ho già scritto in un mio articolo su «Il Giornale» di qualche tempo fa, i piccoli editori si concentrassero a proporre ognuno il proprio progetto culturale, ed editoriale, presentandolo ai lettori con chiarezza senza avere l’ossessione (e la mania suicida) di imitare o concorrere con i grandi gruppi; e se gli stessi editori, forzando il sistema, riducessero le novità ma valorizzassero ogni singola pubblicazione, cercando di tenerla in vita più della solita manciata di mesi, se non di settimane, senza essere costretti a mollarla anzitempo nei magazzini, questo non permetterebbe di ristabilire un rapporto tra libri e lettori più consapevole (e più credibile) e di ripristinare una sanità del mercato editoriale?

5)Nella mia personale utopia abita un critico come “individuo” – inappartenente, solitario, indocile –. Ora, se fino a ieri questo critico si appoggiava  a una tradizione abbastanza stabile, non ancora depotenziata (l’alta cultura), a una dialettica della Storia (marxismo), a soggetti  o classi che si volevano rivoluzionari ma in seguito scomparsi (classe operaia, movimenti di liberazione), oggi su cosa si sostiene? Non somiglia al barone di Munchausen che si prende il proprio codino per tirarsi su?

Ti rispondo riprendendo quello che ti dicevo poco fa. Non può che fare affidamento sulla propria vocazione alla conoscenza; quindi allo studio, all’approfondimento. Un critico che sia davvero tale, per esempio, può fare a meno di conoscere la filosofia? Io credo che non possa eluderla, così come non può eludere la storia dell’arte, oltre ovviamente quella della letteratura. Ma questa forma di rigore non è un accademismo alternativo a quello perpetuato nelle stanze universitarie. È il nostro dovere di non lasciare nulla al caso; il nostro desiderio di comprendere e di capire. Ma c’è un però. Così come non c’è scrittore vero che non sia anche un critico (prima di tutto di se stesso: quanti romanzi contemporanei ho letto in cui era evidente la totale inconsapevolezza di chi scriveva), allo stesso modo non vi è un vero critico che non sia anche uno scrittore. Non solamente per uno scrittore d’invenzione è vera la questione del «come»… Un critico senza stile è illeggibile tanto quanto un autore senza una lingua propria. Mi è inoltre spesso capitato di pensare al modo in cui io stesso affronto opere di critica. Ci sono libri che si leggono per conoscere meglio l’oggetto di indagine che quell’opera tratta; altre volte si legge un’opera di critica per entrare nella mente dell’autore che la scrive, perché si è affascinati, conquistati dal modo in cui l’autore ragiona, e pensa e di conseguenza scrive. Ecco, questi secondi sono quelli che certamente prediligo. Perché nella storia della mente dell’autore si nasconde una visione, un mondo che, mentre si rivela a colui che scrive, non smette di rivelarsi anche a me che leggo e (mi) scopro.

6)La letteratura autentica (penso alle grandi opere del modernismo), se a un primo livello educa lo “spirito” e amplia l’immaginazione (ed è giusto insegnarla a scuola e farne la base per la cittadinanza), alla lunga crea o può creare disadattati, persone asociali, intrattabili, destabilizzate. La sua verità è sovversiva e disturbante. In questo senso forse è giusto che venga coltivata da minoranze, che non diventi mai davvero di massa?

 Credo abbia creato più disadattati la tecnologia (e non ne conosciamo ancora tutte le conseguenze) di quanto lo abbia fatto o lo possa fare la letteratura, la quale riguarda così profondamente la nostra vita che mi sento di rivendicarne l’assoluta utilità.

7)Puoi dirmi che cos’è la letteratura, in poche righe (sei libero di non rispondere)?

È l’esperienza assoluta della vita; ciò che, alla nostra vita, dà un senso.

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