Inchiesta La Porta CHE COS’E’ LA LETTERATURA? 5 Paolo Di Paolo

1)Cominciamo con una domanda banale. Se qualcuno ti dice che vuole scrivere un romanzo è legittimo chiedergli “Hai qualcosa da dire?”

Più che legittimo. Ho l’impressione che ormai in troppi usino l’espressione “raccontare una storia” come una attenuante buona per ogni uso. Ma siamo sicuri che raccontare una storia – se si tratta di libri – basti davvero? Tanto più in questo tempo di sovrapproduzione di storie (web, tv ecc.) spesso impeccabili e trascinanti? 

2)L’anima del romanzo è la ricerca della verità (Stendhal). Non voglio buttarla sul filosofico ma ha senso per te parlare oggi di “verità”, oppure è soltanto un anacronismo (per Carlo Freccero, neosituazionista datalk show, “una cosa anni ’60”) o un effetto retorico (per buona parte della cultura francese para-nietzscheana degli ultimi decenni)?

 La parola verità mi imbarazza. Sono però convinto che scrivere romanzi sia in effetti un esperimento conoscitivo. Se non è questo, non è niente. Forse sì, potremmo dire “la conquista di una verità”, o ancora: “la messa in discussione di quella verità”, ecc. E’, in ogni caso, un corpo a corpo con l’umano: non necessariamente ci rivela qualcosa che non sapevamo, ma ci offre una prospettiva inedita o anche solo problematica sul risaputo, sul vissuto, sulla nostra natura. 

 3)La critica ha bisogno della Teoria (per alcuni alla teoria si è sostituita la conversazione o l’ideologia). Ora, va bene come richiesta di rigore contro la critica impressionistica e narcisistica, però nel decennio ’70 la teoria (con  la falsa sicurezza che dà) cancellava la responsabilità soggettiva del giudizio e l’atto critico come impresa felicemente personale e avventurosa. Non è un rischio?

 Quando, studente universitario, aprivo certi volumi di critica strutturalista avevo il mal di pancia. Formule, diagrammi, schemi. Aiuto! Non ho mai creduto troppo alla Teoria con la T maiuscola. Lo stesso Barthes strutturalista, che proclamava la morte dell’autore, scrive “Barthes di Roland Barthes” e torna vivo. Una valanga di libri di teoria della letteratura è pronta per il macero o è già macerata. La critica che resta e che ha senso è l’impresa “personale e avventurosa” che non può prescindere – questo è il punto che oggi sfugge – da una Competenza superiore, quella sì, con la c maiuscola. Il critico non può essere improvvisato, non è un recensore di TripAdvisor. Deve dare la sensazione, a ogni riga direi, che confronta quel singolo libro con una storia di libri larghissima, verticale, orizzontale; che non è un dio dispotico ma un maieuta, uno che interroga, che scava, e infine – certo – giudica. Non sono un fan delle stroncature, mi interessa di più un parere critico nel senso preciso del termine. Un parere che mette in crisi. 

 4)Siamo minacciati dalla cultura unica del bestseller. Ma purtroppo non è neanche dimostrato che il successo di un libro  sia inversamente proporzionale alla sua qualità, né che i libri migliori siano quelli pubblicati da piccoli e coraggiosi editori (sarebbe troppo facile…). Ritieni che il mercato (intendo un vero mercato, non quello truccato di oggi) specie per un genere “popolare” come il romanzo resti  comunque una verifica preziosa, non del tutto evitabile?

 Non è evitabile, non lo è stato mai. Un mercato lo deve avere (e lo ha) anche il libro cosiddetto di nicchia. Si scrive perché qualcuno legga. Diffido degli scrittori o presunti tali che civettano dicendo di scrivere per sé stessi. Per carità. L’editoria non è una scienza esatta, i bestseller dozzinali ci sono sempre stati. Poi il mondo li cancella, li dimentica, li sostituisce. Oggi sappiamo chi è Calvino ma non chi fossero i Fabio Volo di ieri. Va bene così. Poi certo, se le librerie sono occupate militarmente da stronzate, questo diventa un pericolo. Tanto più se nessuno ha più voglia di fare distinzioni: e appunto, non per snobismo o attitudine elitaria, ma per dire che esistono cose diverse. Ho il timore che “il sentimento della differenza” si vada smarrendo. Sapere che c’è Volo ma c’è anche Pamuk e quale sia la differenza non significa essere snob. Così come sapere – ma lo sa chiunque – la differenza tra McDonald’s e un ristorante di livello. Le due cose coesistono ma si percepiscono come diverse. Poi c’è il giorno che vai da McDonald’s e il giorno in cui ti tratti meglio. Il fegato ringrazia. 

 5)Nella mia personale utopia abita un critico come “individuo” – inappartenente, solitario, indocile – . Ora, se fino a ieri questo critico si appoggiavaa una tradizione abbastanza stabile, non ancora depotenziata (l’alta cultura), a una dialettica della Storia (marxismo), a soggetti  o classi che si volevano rivoluzionari ma in seguito scomparsi (classe operaia, movimenti di liberazione), oggi su cosa si sostiene? Non somiglia al barone di Munchausen che si prende il proprio codino per tirarsi su?

 Sì, somiglia a lui. Deve però tentare di essere ancora credibile, deve convincermi – mentre lo leggo – della sua coerenza e onestà. Se sento la molla del rancore o quella della piaggeria, non ci credo. Deve mostrarmi, come dicevo prima, la sua super-competenza di lettore. La sua profondità di sguardo. Parafrasando Raboni, potrei dire che non credo nella Critica (non me ne frega letteralmente più niente della Critica In Quanto Tale), ma credo nella critica che si fa, nella critica che mi fa credere in lei. 

 6)La letteratura autentica, se a un primo livello educa lo “spirito” e amplia l’immaginazione (ed è giusto insegnarla a scuola e farne la base per la cittadinanza), alla lunga crea o può creare disadattati, persone asociali, intrattabili, destabilizzate. La sua verità è sovversiva e disturbante. In questo senso forse è giusto che venga coltivata da minoranze, che non diventi mai davvero di massa?

 Non c’è il rischio che diventi di massa. Dunque non mi porrei il problema. E’ più facile che i disadattati vengano creati o allevati dalla Rete, per dire. Disadattati al confronto civile con l’altro, per esempio. E lo dico senza moralismo alla buona, lo dico proprio perché è ormai visibile. 

 7)Puoi dirmi che cos’è la letteratura, in poche righe (sei libero di non rispondere)?

 E’ un’esperienza umana. Cerca ostinatamente il senso delle cose, ma – a differenza delle fedi rivelate – non lo trova né lo impone. E nel non trovarlo, nel non imporlo sta la sua necessità. La sua superiore libertà. 

 

5 Responses

  1. Mimma Raggi scrive:

    Interessante e preziosissimo! Grazie! Una lettrice appassionata ed un poco “snob”, che preferisce il poco è bello, all’ inflazione dei troppi pseudo scrittori che scrivono per se! Ho cassetti pieni di miei scritti. Un discendente dello Steiner, anni fa, mi offri’ di pubblicare le mie poesie…Non accettai, Alcune sono certamente anche interessanti, ma sono” Sprizzi e Sprazzi della mia anima”, senza titolo, data, punteggiatura e rima. Sono espressioni del mio sentire e vivere od anche osservare la vita. Un dono di me per gli amici che possono comprendere. Non le darei mai in pasto a nessun altro.

  2. Mimma Raggi scrive:

    Grazie !

  3. Mimma Raggi scrive:

    Grazie dal mio fegato

  4. Armanda Capeder scrive:

    Concordo pienamente con il giovane Paolo Di Paolo, che paragona certi critici letterari a chi è chiamato a giudicare ristoranti, cuochi e cibi, presentati come opere d’arte.
    Basandomi su tale comparazione, ritengo che un giudizio gastronomico non si possa basare sul gusto personale (-questo mi piace, questo no-) che dovrebbe essere solo un componente della valutazione d’insieme.
    Chi per es. fa parte di una giuria dovrebbe possedere conoscenze auterntiche del valore degli ingredienti, degli accostamenti non sempre accettabili, del sistema di cottura, se non si tratta di crudità, della somma dei valori nutritivi che se fossero troppo alti potrebbero rendere quel piatto indigesto, della freschezza e della qualità, nonché dell’autenticità degli ingredienti dichiarati-
    Invece il giudizio gastronomico è spesso influenzato dalla personalità del cuoco, dalla sua abilità nel proporsi, nel -fare scena-, nel presenziare a manifestazioni e nel far parlare di sé.
    Paragone giustissimo, quindi, che contene un implicito fattore: per impegnarsi in giudizio critico occorre cultura, ma non semplicemente conoscenza della materia in questo caso letteraria, ma lungo esercizio che aiuti a stabilire confronti, afini la sensibilità e come il gastronomo fiuta il cibo come ultima prova prima di valutarlo, senta disagio dinanzi a certe espressioni, forzature e trucchi volti a carpire emozioni.
    Insomma: è possibile che ci si avvicini a ujn libro per scelta personale o per incarico lavorativo, e che le prime pagine siano amorfe e tolgano il desiderio di continuare, ma un critico serio e coscienzioso proseguirà ugualmente, magari seguendo l’esempio suggerito da Raffaele Crovi, che come scrittore poteva essere sopravvalutato, e come critico aveva il sesto sensodello scopritore d’acqua: agiva su un testo di cui dubitava al pari di chi vuole conoscere prima di acquistarla la qualità di un’anguria. Praticava un tassello e osservava colore e consistenza della polpa. Faceva lo stesso al centro di un testo, poi passava al finale e decideva se valesse la pena di continuare la lettura.
    Se qualcosa lo aveva convinto, allora leggeva, ma proprio tutto, non come fanno molti recensori che per rientrare nei tempi previsti, in base al pagamento per l’articolo che avrebbe scritto, scorrono rapidamente le pagine e quindi esprimono la loro opinione.
    A questo punto, quindi, occorrerebbe aggiungere un’altra osservazione: per esserer recensori bisogna avcere altre fonti di reddito, poiché non si tratta di una mansione remunerativa.
    Se posso concludere con un’osservazione personale, proprio perché sono usa centellinare proferssionalmente i libri che mi piacciono, la mia media di lettura è piuttosto bassa, quindi non sono in gradi di elencare le 30 miglori opere dello swcorso anno.

  5. filippo la porta scrive:

    cara Armanda Capeder – di cui, lo ricordo, ho molto amato il romanzo “Fascisti!” – dice bene: cultura, esercizio, conoscenza della materia…un critico deve saper confrontare, deve fare molte letture, deve affinare e approfondire di continuo il proprio gusto personale; però il gusto, per quanto opinabile, è l’unica cosa che abbiamo, io quando leggo un libro sento subito se mi piace o no, poi certo devo capire perché non mi piace ( e allora analizzo il testo, provo a studiarne la struttura, esamino da vicino la lingua che usa, le figure retoriche, etc.)

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