Inchiesta La Porta CHE COS’E’ LA LETTERATURA? 8 Nadia Terranova

1)Cominciamo  con una domanda banale. Se qualcuno ti dice che vuole scrivere un romanzo è legittimo chiedergli “Hai qualcosa da dire?”

È legittimo ma fuorviante chiederne conto prima che sia finita almeno la prima stesura, e in qualche caso paralizzante. Non si avrà mai la risposta giusta, nessuno sa che romanzo ha scritto finché non è stato letto da altri. Un romanzo non è una tesi svolta a partire da una stringa né è un commento ai fatti di cronaca personali e politici, ma la riproposizione di quel mondo dentro uno sguardo nuovo, per cui solo un cattivo romanzo si può proporre come l’involucro di un contenuto premeditato, anzi: se qualcuno si mette a scrivere perché sa già cosa vuole dire, se ha le idee così chiare, può rilasciare un’intervista che è un’altra cosa. Ci si mette a scrivere letteratura perché si sente di dovere illuminare una crepa, perché si vuole portare un terremoto in una situazione precostituita, piazzare sulla pagina una bomba che fa saltare una famiglia, scardina un luogo, porta scompiglio in un’epoca. La domanda va posta alla fine di una prima fase del movimento creativo: “ho avuto qualcosa da dire?”. Se la risposta è sì, allora si procede con il lavoro consapevole delle riscritture che porterà – forse – quel magma a diventare un libro.

2) L’anima del romanzo è la ricerca della verità (Stendhal). Non voglio buttarla sul filosofico ma ha senso per te parlare oggi di “verità”, oppure è soltanto un anacronismo (per Carlo Freccero, neosituazionista da talk show, “una cosa anni ’60”) o un effetto retorico? Esiste ancora la verità, ineludibile pur nel suo essere relativa, parziale e provvisoria (una verità che riguarda la psicologia, l’etica, l’esistenza, la nostra relazione con il mondo…)?

Certo. Sarà anche mobile e da decostruire ogni volta, ma se non ha una verità da affermare nessuno si sobbarca il rischio di portare le proprie storie fuori nel mondo. Non vale la pena passare per mani e occhi altrui, tollerare giudizi, ascoltare quello che legittimamente critici e lettori hanno da dire sulla tua verità che dentro di te continua a scottare. La verità dello scrittore è all’inizio un sentimento vago più simile alla ribellione o alla resistenza, ma poi prende forma sulla pagina e sorprende per la chiarezza con cui necessitava di essere detta, come fosse sempre stata là, in attesa di voce e orecchie.

3)Alla critica serve  una Teoria (per alcuni alla teoria si è sostituita la conversazione). Ora, va bene come richiesta di rigore contro la critica impressionistica e narcisistica, però nel decennio ’70 –  quello dei critici-scienziati in camice bianco che riducevano i romanzi a ingegnosi diagrammi e formule tautologiche –  la teoria (con la falsa sicurezza che dà) cancellava la responsabilità soggettiva del giudizio e l’atto critico come impresa felicemente personale e avventurosa. Non è un rischio?

Il rischio peggiore rimane per me quello della “pancia” libera come criterio di gusto indiscutibile, ho il terrore di chi brandisce l’emozione come dittatura unica, perché è come una saracinesca che chiude il dialogo e seda l’intelligenza. Certo ho il terrore anche della frigidità del suo opposto, ed è facile riconoscere entrambi i rischi: dove sento odore di noia, scappo. Le teorie servono ai critici per fare il loro mestiere (che non è il mio: io di mestiere faccio lo scrittore, e prima ancora il lettore – se scrivo di libri lo faccio in queste due vesti che dialogano fra loro, consapevole di muovermi in un altro ambito). Le teorie vanno prese per quello che sono: strumenti che ampliano il mondo e non lo riducono, per cui la libertà di scoprire nuovi talenti o di seguire gli scrittori nei loro processi difformi dovrebbe essere sempre accompagnata alla curiosità e in qualche caso persino alla felicità. Se la teoria serve a recintarsi, invece, si avverte odore di costrizione e irrigidimento, e per quello che mi riguarda l’interesse decade subito.

4)Siamo minacciati dalla cultura unica del bestseller. Ma purtroppo non è neanche dimostrato che il successo di un libro sia inversamente proporzionale alla sua qualità, né che i libri migliori siano quelli pubblicati da piccoli e coraggiosi editori. che il mercato (intendo un vero mercato, non quello truccato di oggi, con le corsie preferenziali per i volti televisivi e i premi spesso decisi da piccole lobby) specie per un genere “popolare” come il romanzo resti comunque una verifica non del tutto evitabile?

In questo momento anche “bestseller” è una parola che non significa più quello che significava in passato, dato che si entra in classifica con un terzo delle copie vendute rispetto a soli dieci anni fa, e la distinzione fra letteratura commerciale e di nicchia va assottigliandosi: è di questo nuovo mondo che ci troviamo a discutere, un mondo nel quale se un gruppo di lettori cosiddetti forti (Modus Legendi) decide di fare un esperimento e mandare in classifica un libro di un piccolo editore e di un autore non popolare ci riesce. È un esperimento ma ci dimostra che anche la classifica è un gioco, e basterebbe avere più fiducia nell’intelligenza dei lettori, o nel proprio coraggio anche ludico per scompaginare schemi che stanno in piedi anche per colpa della pigrizia. Mancano creatività e coraggio non da parte degli scrittori ma degli editori. Ma lo sapevamo già: alcune estati fa, quando ancora si vendevano il doppio dei libri, Adelphi mandò in classifica per tutta un’estate un vecchio libro di un autore morto: era Zia Mame di Patrick Dennis, un romanzo umoristico e molto vintage che non aveva nessuna caratteristica del bestseller e invece lo fu. È un errore credere che si possa fare la storia della letteratura senza i lettori, così come è un errore credere che si debba fare a partire da quello che si vende nelle torri in libreria o nei primi dieci di Amazon. Bisogna non rinunciare al desiderio di vendere libri belli a più persone possibili, evitare sia un certo arroccato compiacimento nel sentirsi nicchia sia il grottesco inseguimento del pubblico. Io mi sono laureata più di dieci anni fa con una tesi di estetica su Hans Robert Jauss e la sua teoria della ricezione per cui ho riattraversato la storia della letteratura, in ispecie ottocentesca, come storia dei lettori, e del loro decretare scandaloso o meno un romanzo, come nel caso di Madame Bovary. Lo scandalo è necessario. Se un libro rompe un orizzonte i lettori ne parlano, si sentono colpiti e messi in discussione, allora quel libro circola, gira e fa il suo dovere. “Vendere” ha senso se significa questo. Rompere le scatole.

5)Nella mia personale utopia abita un critico come “individuo” – inappartenente, solitario, indocile – . Ora, se fino a ieri questo critico si appoggiava a una tradizione abbastanza stabile, non ancora depotenziata (l’alta cultura), a una dialettica della Storia (marxismo), a soggetti o classi che si volevano rivoluzionari ma in seguito scomparsi (classe operaia, movimenti di liberazione), oggi su cosa si sostiene? Non somiglia al barone di Münchhausen che si prende il proprio codino per tirarsi su?

 Il barone di Münchhausen è anche quello che fa un viaggio seduto su una palla di cannone, preferisco immaginare il critico così, come uno che non ha perso il gusto dell’avventura e usa la nostalgia come una forza di propulsione creatrice per scovare nuovi occhi lontano dalla cerchia persino dei suoi stessi gusti, e non come lamentosa pietra di paragone.

6)La letteratura autentica (penso alle grandi opere del modernismo), se a un primo livello educa lo “spirito” e amplia l’immaginazione (ed è giusto insegnarla a scuola e farne la base per la cittadinanza),  alla lunga crea o può creare disadattati, persone asociali, intrattabili, destabilizzate. La sua verità è sovversiva e disturbante. In questo senso forse è giusto che venga coltivata da minoranze, che non diventi mai davvero di massa?

Un mondo dove ogni disadattato inconsapevole di esserlo trova il suo posto sarebbe un mondo migliore. Invece un mondo in cui il disadattato si autocertifica tale e si sente superiore agli altri mi fa orrore. Anche perché i disadattati non sono quasi mai quelli che ci sembrano “strani” a prima vista, quelle sono solo persone che hanno imparato a recitare una finzione e mettersi in posa quando si scatta la fotografia. È un errore adolescenziale credere che alla stranezza estetica corrisponda qualcosa di interessante, non è quasi mai così, in genere chi si esaurisce nella stranezza di comportamento non ha molto altro da dire. I veri disadattati hanno un aspetto insospettabilmente normale, persino mediocre. Anche fra gli scrittori.

7)Potresti dare una definizione di letteratura in poche righe (risposta facoltativa)?

Cesare Garboli scriveva a Elsa Morante: “Io credo che la vita ti abbia dato molto; e nello stesso tempo ti abbia offeso in un modo misterioso a te stessa. Per stare veramente in pace con te, bisogna sbranarti e lasciarsi sbranare, fare la guerra e poi riposarsi esausti senza più forze, essendo tu una donna non di serenità e di riposi, ma di tregue e di riconciliazioni. È la cosa che ancora desideri, in fondo a te: una grande riconciliazione, dopo una grande guerra. Il mondo ti può offrire ben poco con le sue miserabili gazzarre; ed è per questo che ti si perdona ogni cosa, in alto loco.” Un critico racconta una scrittrice, la racconta come persona e come autrice e forse senza volerlo racconta la letteratura: una cosa che riguarda le persone e racconta le loro offese arrecate e subite, le guerre intime e personali e poi le tregue che quelle persone hanno ingaggiato con il mondo. E il mondo, che è ben misera cosa: tanto che per tollerarlo bisogna sedersi a un tavolo e crearne un altro.

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