Inchiesta La Porta CHE COS’E’ LA LETTERATURA? 9 Antonio Pascale

Cominciamo con una domanda banale. Se qualcuno ti dice che vuole scrivere un romanzo è legittimo chiedergli “Hai qualcosa da dire?”

Do per scontato che abbia qualcosa  da dire quindi gli  chiederei se ha pensato a “come dirlo”.

L’anima del romanzo è la ricerca della verità (Stendhal). Non voglio buttarla sul filosofico ma ha senso per te parlare oggi di “verità”, oppure è soltanto un anacronismo (per Carlo Freccero, neosituazionista datalk show, “una cosa anni ’60”) o un effetto retorico (per buona parte della cultura francese para-nietzscheana degli ultimi decenni)? Esiste ancora la verità, ineludibile pur nel suo essere relativa, parziale e provvisoria (una verità che riguarda la psicologia, l’etica, l’esistenza, la nostra relazione con il mondo…)?

Dati oggettivi e conseguenti leggi della natura esistono e sì, ci sono parecchi strumenti di osservazione e di  rilevazione. Fatto sta che le leggi sentimentali (il romanziere cerca di definirle), invece, sono più sfumate, e comunque andrebbero analizzate caso per caso- poi, magari in linea teorica una classificazione che abbia i requisiti dell’oggettività è anche possibile. Diciamo che per secoli si è affidato all’oracolo, al poeta, al veggente, allo scrittore il seguente ruolo: una figura  che interpreta il mondo e ne svela le verità. In fondo non c’erano alternative. La verità era nei testi sacri, quindi, tutto quello che non era compreso nei testi sacri o non era vero o non era importante. Col tempo, lo scrittore, e sempre con maggior determinazione, si è assunto il compito di leggere il mondo al di fuori dei testi sacri. La storia della letteratura ci illustra bene i risultati di questo impegno.  Tuttavia, affidare allo scrittore il ruolo del “cercatore di verità” significa trasformarlo in un “non umano”, una sorta di divinità, un combattente perenne, un cavaliere. A supporto della ipotesi della normalità dello scrittore ci sono un sacco di dati. Sappiamo che la nostra specie è parecchio influenzabile. Sappiamo inoltre che  non sempre siamo a conoscenza dei nostri umori, dunque, è vero,  ci muoviamo, ragioniamo, commentiamo, analizziamo, ma in fondo, in tutto questo bel daffare, ignoriamo la materia prima che ci muove. Lo scrittore non fa differenza. Certo, nonostante abbia l’abitudine a interrogarsi e ascoltare il prossimo, una mattina  si sveglia di cattivo umore e descrive il mondo sotto casa con forza e incisività (e magari si guadagna il nostro plauso) e un attimo dopo, l’odore del pane appena sfornato gli cambia l’umore: di conseguenza muta anche la suddetta  descrizione. Dunque, la convinzione che il romanzo nasca dall’assillo della verità è una nobile affermazione (e supporta i romanzieri nelle conferenze e dichiarazioni poetiche) ma si appoggia su dati non definitivi né tantomeno certi. Non basta infatti dichiararla o perseguirla teoricamente, la verità. Bisognerebbe inseguirla con un metodo d’analisi. Ma qual è? Tra l’altro la convinzione che lo scrittore cerchi la verità, si appoggia su un’ipotesi di lavoro e rappresetnazione del mondo un po’ arcaica. E cioè: lo scrittore è colui che sistema le pedine del domino (fatti, eventi, personaggi) su un tavolo. Tocca la prima pedina e la trama parte: lui la vede in anticipo, del resto ha costruito quella catena di eventi, lui ha intuito prima degli altri (non per niente lo scrittore ha antenati illustri, poeti e veggenti e oracoli) la serie di azioni e reazioni, dunque quello che avviene è vero, perché legato da una logica che lo scrittore ha messo indiscutibilmente in evidenza. Io credo che purtroppo lo scrittore abbia la stessa autorevolezza narrativa della pedina, lo dico meglio:  anche lui è una pedina. E’ mosso da eventi caotici, così come tutti (o da umori e fatti e spinte non conosciute perfettamente). Preferisco dunque quei scrittori che nutrono la suddetta consapevolezza e raccontano come il caos si insinua, lentamente, nelle nostre vite – e magari si sforzano di dare forma al caos, almeno per un istante. Il concetto di verità, poi, è ostico anche per altri motivi: bisogna capire inoltre se la nostra coscienza è un giudice severo, capace di analizzare ogni passo e indicare il percorso verso la verità, e, perché no, giudicare le persone di conseguenza. Oppure la coscienza è un buon ufficio stampa che agisce ex post, prima avvengono i fatti, che spesso ci prescindono (siamo pedine ecc.) poi arriva il nostro ufficio stampa con una buona scusa. Siccome poi la verità, più che una proposta politica, è un metodo, significa imparare e usare una metodologia, sottoposta a verifiche e integrazioni. Credo che se si voglia rimanere fedeli al motto di Danton, nel Rosso e il Nero stendhaliano (“la verità, l’aspra verità”)  si dovrebbe prima di tutto  far scuola di logica, e non affidarsi solo alla narrativa. La logica è importantissima. un uomo intelligente non è un uomo colto, acculturato, è un uomo capace di tenere a bada i propri bias, sviluppare un buon ragionamento, alla maniera socratica (un’arte che si impara per tutta la vita). Ma a parte questo, c’è un’altra cosa da dire a proposito della verità. Tutti noi siamo in bilico tra deontologia  e consequenzialità. Magari preferiamo gli scrittori deontologici: si fa! non si fa! Se si fa è male! se non si fa è bene! Gli scrittori deontologici magari ispirano più fiducia, non fanno conti, non ci trattano come voci di un comune capitolato di spesa, dunque ci sentiamo alla loro mercè. Loro dicono, solo, aprioristicamente: si o no. Il dolore che provano l’hanno cioè introiettato, non si tradisce (faccio per dire) perché si fa del male. Dallo loro parte c’è la forza della giustizia (e chissà della verità). E però la narrativa, quella che preferisco, è di  stampo consequenzialità, ebbene sì, cerca di analizzare le conseguenze delle proprie azioni, fa i calcoli. Un deontologico direbbe: il tradimento è male, perché porta alla sofferenza. Quindi non si tradisce. Dalla verità alla forza del giudizio, il passo è brevissimo. Quello consequenzialità prova a mettersi nei panni del peccatore, sviluppa, a posteriori, la necessaria empatia per descrivere le conseguenze del tradimento, chi è, perché, con quali responsabilità ecc. Nei secoli passati, a partire dall’ottocento, il cambio di punto di vista ha contribuito all’empatia e l’empatia ha migliorato il  processo democratico – l’abbassamento del tasso di violenza (com’è stare nei panni di un uomo alla gogna?) e lì a dimostrarlo. La letteratura migliore è quella che soddisfa i suddetti requisiti, fa i bilanci, prova a cambiare punto di vista, provoca un aumento di empatica, e rompe, così facendo, alcune certezze (e non è detto che tutto questo processo ci porti alla verità).

Siamo minacciati dalla cultura unica del bestseller. Ma purtroppo non è neanche dimostrato che il successo di un libro  sia inversamente proporzionale alla sua qualità, né che i libri migliori siano quelli pubblicati da piccoli e coraggiosi editori (sarebbe troppo facile…). Ritieni che il mercato (intendo un vero mercato, non quello truccato di oggi, con le corsie  preferenziali per i volti televisivi e i premi spesso decisi da piccole lobby) specie per un genere “popolare” come il romanzo resti  comunque una verifica preziosa, non del tutto evitabile?

Molti best seller non sono stati programmati a tavolino. Sorprendono l’editore e l’autore stesso. Poi, dopo, magari l’autore e l’editore puntano sullo  stesso cavallo e fondano una scuderia e così facendo creano il famoso effetto ancoraggio. L’effetto ancoraggio fa sì che se un autore è diventato una boa, e non solo per meriti ma per una serie di fattori che puoi spiegare solo ex post,  poi tutti vogliono quella boa lì, lo chiamano in televisione, in radio, nei festival. Questo meccanismo non funziona solo con l’editoria, è diffuso, è di massa. Probabilmente l’effetto ancoraggio sarà uno dei turbamenti che la democrazia dovrà affrontare. Ognuno cercherà il proprio ancoraggio e racconterà una storia. Chissà verso quante finte boe dirigeremo la nostra attenzione nel futuro e magari annegheremo.

Nella mia personale utopia abita un critico come “individuo” – inappartenente, solitario, indocile – . Ora, se fino a ieri questo critico si appoggiava a una tradizione abbastanza stabile, non ancora depotenziata (l’alta cultura), a una dialettica della Storia (marxismo), a soggetti  o classi che si volevano rivoluzionari ma in seguito scomparsi (classe operaia, movimenti di liberazione), oggi su cosa si sostiene? Non somiglia al barone di Munchausen che si prende il proprio codino per tirarsi su?

Non so, anche qui, non credo al critico come strumento imparziale di misurazione, e le teorie o i programmi critici non mi convincono. Anche se sei specializzato in critica e ti sei formato in un ambito, capita che leggi un libro a 20 anni e magari ti specchi (tu leggi il libro e il libro leggi te). A 50 anni lo rileggi e non provi quello che hai provato un tempo, e a ben vedere, davanti a simili esperienze, non c’è teoria che tenga. Voglio dire, anche il critico subisce l’esperienza estetica che tra l’altro spesso è legata alle contingenza. Esemplare è il caso di Freud e il Mosè di Michelangelo  (1914). Freud, nel 1901 – dopo una stressante autoanalisi- riesce a visitare Roma. Qui si rilassa e visita san Pietro in Vincoli, a Monti. E si fissa ossessivamente sul Mosè di Michelangelo. Tanto da tornare più volte a osservare la statua, ne è quasi ipnotizzato. Ci pensa e ripensa e finalmente nel 1914 sulla rivista Imago tira le conclusioni. Il saggio è particolarmente suggestivo. Quello che importa non è la personalità di Michelangelo, né la storia del patriarca ebraico (per quello scriverà un altro saggio nel 1934/38). Freud è ossessionato da una domanda: che cosa esprime Mosè? E’ arrabbiato? E’ adirato per l’idolatria del popolo, e sta per rompere le tavole della Legge?  Mosè rivolge lo sguardo verso la sua sinistra. L’intensità dell’espressione  dimostrano che sta provando una profonda rabbia, del resto la tensione traspare nel corpo. Tuttavia Freud nota un particolare: il nodo della barba nella mano sinistra. Secondo Freud, Mosè afferra la barba per domare la propria passione e salvare così le tavole. Dunque Mosè si sta autocontrollando. Nel 2003 il restauratore, Antonio Forcellino, ha scoperto una lettera di conoscente di Michelangelo dove si spiegava che Buonarroti ha girato la testa di Mosè in un secondo momento. Durante il restauro si è scoperto che la barba è tirata verso destra, perché a sinistra sarebbe venuto a mancare il marmo per rifarla perpendicolare come era nella prima versione. Poi per operare la torsione del corpo, Michelangelo abbassò di sette centimetri a sinistra il trono su cui Mosè è seduto, mentre per appoggiare indietro il piede sinistro l’artista è costretto a stringere il ginocchio di cinque centimetri rispetto al destro. Gli indizi escluderebbero la validità della ipotesi di Freud, tuttavia proprio per la teoria delle influenze è da sottolineare che  Freud scrisse il saggio nello stesso periodo del dissidio con Jung. Probabilmente si identificò nel Mosè. Vide nella statua se stesso, uno uomo che sì, offeso e deluso dall’infedeltà di Jung, invece di lasciarsi andare all’ira, stringe come Mosè le tavole della legge, dimostrando così che la ragione può avere il controllo sulle passioni- si potrebbe anche far pensare al non facile rapporto tra l’ambizioso Giulio II e l’altrettanto ambizioso, geniale e tormentato Michelangelo: anche lui dovette, in fondo, nel tempo, scendere a patti con il papà e con i parenti, quindi domare la sua ira per scolpire la statua.

La letteratura autentica (penso alle grandi opere del modernismo), se a un primo livello educa lo “spirito” e amplia l’immaginazione (ed è giusto insegnarla a scuola e farne la base per la cittadinanza), alla lunga crea o può creare disadattati, persone asociali, intrattabili, destabilizzate. La sua verità è sovversiva e disturbante. In questo senso forse è giusto che venga coltivata da minoranze, che non diventi mai davvero di massa?

Attribuiamo troppo potere al testo scritto. Non è realistico. E’ vero che alcuni testi hanno mosso e orientato le persone. La Bibbia, gli scritti dell’illuminismo, il romanticismo, Marx (anche se in vita pubblicò pochissime opere, e forse dobbiamo a Engels l’invenzione del marxismo). Ma anche l’agricoltura, le scoperte scientifiche, i vaccini, le equazioni matematiche,  l’urbanizzazione, e i social ecc, hanno cambiato le persone e destrutturato vecchie abitudini e modi di pensare. Magari senza darlo a vedere, cioè senza dei racconti che sostenessero queste novità, si sono, silenziosamente, avviate delle rivoluzione, che a loro modo hanno educato lo spirito delle persone (magari non tutti attribuiscono un segno positivo a questa educazione. Le masse acculturate (più o meno) sono un fenomeno veramente giovane.  200 anni fa nemmeno esistevano. Quando Napoleone iniziò le sue campagne c’erano sulla terra un miliardo di persone, la maggior parte in Europa, e ben l’85% dei cittadini (non avevano in verità la status  di cittadini) viveva la soglia della povertà. Loro i libri non li leggevano. Leggevano i ricchi, in gran parte. Mio nonno credeva che uno scrittore acculturato potesse raccontare la sua storia, oggi se mio nonno fosse vivo, la vorrebbe raccontare lui la sua storia. Questo fenomeno è recentissimo e sì, certo, potrebbe  creare disadattati di massa. Eppure forse spingiamo troppo i nostri giudizi. Il fatto è che  ignoriamo ancora le dinamiche e gli sviluppi,  anche perché  la maggior parte di noi  rimpiange ruoli e dinamiche oramai scomparse.

Puoi dirmi che cos’è la letteratura, in poche righe (sei libero di non rispondere)?

La letteratura ci consente di fare un buon pettegolezzo, cambiare il punto di vista e trasformare il trauma in dolore.

 

1 Response

  1. DaniMat scrive:

    Sulla questione del ‘buon pettegolezzo’ (che mi richiama mentalmente in modo automatico il ‘buon selvaggio’) non sono molto d’accordo. Però Antonio che è uomo di scienza mi dimostra (sempre, e col suo esempio, in prima persona) due cose: che esistono solo i dubbi, anzi il dubbio è un metodo, è IL metodo; che gli uomini di scienza, chi come lui ha una formazione scientifica, a differenza degli umanisti, vivono nell’assoluta incertezza, nella continua (messa in) discussione.

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