Inchiesta La Porta CHE COS’E’ LA LETTERATURA? 3 Paolo Morelli

1)Cominciamo  con una domanda banale. Se qualcuno ti dice che vuole scrivere un romanzo è legittimo chiedergli “Hai qualcosa da dire?”

Si, è legittima, ma come domanda trabocchetto. Aver ‘qualcosa da dire’ è per Manganelli un inizio che più svantaggioso non si può (lui usa ‘rovinoso’), la coscienza di intendo dire. La coscienza infatti ottunde sempre gli atti che essa stessa rende consci, in questo caso quindi ci si taglia fuori da ogni possibile malia, da ogni possibile impersonalità di quello che si scrive, da ogni intenzionalità non intenzionale. Nessuna storia, nessun personaggio potrà più prendere la sua via, indipendentemente dalle intenzioni. Ognuno avrà la sua verità già prima del démarrage, e questo darà alla narrazione quel sapore risaputo, voluto, imposto, già morto prima di nascere. Non offrirà nessuna apertura al lettore, solo ottundimento e rassegnazione. Nel malaugurato caso uno abbia qualcosa di definito che vuole proprio dire dovrà escogitare trucchi apotropaici al fine di trascinare la sua verità in un terreno dove abbia la stessa legittimità del suo contrario, trattarla come una convenzione, e non potrà che farlo attraverso la struttura, il linguaggio. Molto pericoloso.

2)L’anima del romanzo è la ricerca della verità (Stendhal). Non voglio buttarla sul filosofico ma ha  senso per te parlare oggi di “verità”, oppure è soltanto un anacronismo (per Carlo Freccero, neosituazionista da talk show,  “una cosa anni ’60”) o un effetto retorico (per buona parte della cultura francese paranietzscheana degli ultimi decenni)? Esiste ancora  la verità, ineludibile pur nel suo essere relativa, parziale  e provvisoria (una verità che riguarda la psicologia, l’etica, l’esistenza, la nostra relazione con il mondo…)?

Ancora la verità. Dunque, si parte da una condizione, quella che stiamo vivendo, in cui il vero non ha più alcun privilegio sul falso, ed è proprio tale virus che sta causando la morte dell’organismo sociale, la civiltà alla quale apparteniamo. Una morte preceduta da molte disgrazie, e di questo virus certamente è ammalata pure la narrazione, che finisce quasi per significare e sintetizzare l’atto politico estremo: vince le elezioni non chi ha delle idee o tantomeno potrebbe magari essere sincero nel suo desiderio di fare qualcosa per la società, ma chi ha mezzi e ‘faccia’ da risultare credibile, spendibile, vendibile. Chi rassicura mettendo ordine, riunendo i puntini in una storia che va da un inizio a una fine, come nella Settimana Enigmistica. Tale motivazione di controllo, di ordinamento ha mutuato passivamente la letteratura odierna con il suo bisogno di storie identitarie, ripetitive, impaurite. La verità per la letteratura non può che essere una franca menzogna, e quella sincerità menzognera bisogna essere capaci di farla sentire, ben sapendo che quasi nessuno ormai sarà in grado di riconoscerla. Se uno è un appassionato di cause perse vale comunque la pena.

3)Davvero serve alla critica letteraria Teoria (per alcuni alla teoria si è sostituita la conversazione o l’ideologia). Ora, va bene come richiesta di rigore contro la critica impressionistica e narcisistica,  però nel decennio ’70 –  quello dei critici-scienziati  in camice bianco che riducevano i romanzi a ingegnosi diagrammi e  formule tautologiche –  la teoria (con  la falsa sicurezza che dà) cancellava  la responsabilità soggettiva del giudizio e   l’atto critico come impresa felicemente  personale e avventurosa. Non è un rischio?

 

Eh si, sarebbe bello avere ancora una qualche Teoria con la T maiuscola, una bella griglia prototipica come un setaccio attraverso il quale si passano le pagine ed esce fuori il si e il no, il discrimine, il giudizio bello e fatto. Garantirebbe il prosieguo della de-responsabilizzazione, l’abbandono, il cupio dissolvi alla quale tutti in fondo in fondo aneliamo. Ci rafforzerebbe nella presunzione di avere una mente ancora adatta alle mutate condizioni di vita. Garantirebbe anche il suo contrario o i suoi contrari, come una volta. Purtroppo ce lo possiamo scordare, o forse meno male, chi lo sa. Purtroppo non ci saranno più Teorie, nemmeno con la t minuscola, e gli unici criteri di giudizio dovrebbero riguardare un recupero della fisicità, lo sviluppo di quello che Stevenson chiamava ‘orecchio interno’ per la letteratura, quello che abbiamo tutti fin dall’inizio e per necessità. Ma quando il comprendonio dei ‘teorici’ ci arriverà sarà già troppo tardi.

4)Siamo minacciati dalla cultura unica del bestseller. Ma purtroppo non è neanche dimostrato che il successo di un libro  sia inversamente proporzionale alla sua qualità, né che i libri migliori siano quelli pubblicati da piccoli e coraggiosi editori (sarebbe troppo facile…). Ritieni che il mercato (intendo un vero mercato, non quello truccato di oggi, con le corsie  preferenziali per i volti televisivi e i premi spesso decisi da piccole lobby) specie per un genere “popolare” come il romanzo resti  comunque una verifica preziosa, non del tutto evitabile?

È una bella tentazione dire che oggi se non hai qualche difficoltà a farti strada è la garanzia che vali qualcosa. Presume, tale tentazione, che ci sia un futuro per la letteratura, proprio mentre la cultura unica del bestseller scommette sul tutto e subito, prendi i soldi e scappa, sul fare un deserto e chiamarlo arte, o cultura. Scommette, ed ha già vinto, sul fare della cultura una branca dell’ignoranza. Se c’è un futuro, per la letteratura e tutto il resto, ci si può accontentare anche di un numero esiguo di lettori ma, in tal caso, bisogna possedere una forza che non è quella loffia e prepotente di chi si gonfia a dismisura nella riproduzione del proprio io, ma di chi conosce il valore di quello che propone, beninteso presumendo che vi sia un futuro. C’è qualcuno che ha voglia di rischiare?

5)Nella mia personale utopia abita un critico come “individuo” –  inappartenente, solitario, indocile – . Ora, se fino a ieri questo critico si appoggiava  a una tradizione abbastanza stabile, non ancora depotenziata (l’alta cultura), a una dialettica della Storia (marxismo), a soggetti  o classi che si volevano rivoluzionari ma in seguito  scomparsi (classe operaia, movimenti di liberazione), oggi su cosa si sostiene? Non somiglia al barone di Munchausen che si prende il proprio codino per tirarsi su?

È l’epoca del redde rationem, tutti i nodi vengono al pettine, che lo si voglia o no. Dovrebbe avere anche qualche lato positivo, come qualsiasi aspetto della vita umana. Quello che è sicuro è che per trovare qualcosa di stabile sotto i piedi bisogna scendere molto in basso. Bisogna perdere certezze, convinzioni, pensieri lasciati morire in un angolo, sicurezze non più efficaci, bisogna ‘perdere la parola’ per dire quello che si vuol dire. Balbettare. Talmente si relativizzano le cose che provare a condurre una vita degna può tornare ad essere più importante di scrivere qualsiasi libro, anche di critica.

6)La letteratura autentica (penso alle grandi opere del modernismo), se a un primo livello educa lo “spirito” e amplia l’immaginazione (ed è giusto insegnarla a scuola e farne la base per la cittadinanza),  alla lunga crea o può creare disadattati, persone asociali, intrattabili, destabilizzate. La sua verità è sovversiva e disturbante. In questo senso forse è giusto che venga coltivata da minoranze, che non diventi mai davvero di massa?

Sappiamo bene quanto la retorica intorno al Libro presuma la de-vitalizzazione e, in fondo in fondo, il mantenimento dell’ignoranza sotto il nuovo nome di Cultura. Presuma un lettore, anche direi quello che si crede ‘forte’, debole invece, inconsapevole, cliente, sottomesso all’idea di essere socialmente abilitato e nobilitato dall’acquisto, qualcuno che aspira ad elevarsi per entrare nella ‘parte giusta’ della società, quella parte della società che decide o meglio crede di farlo. La letteratura in questa situazione avrebbe la grande possibilità di ritrovarsi delinquente, nel senso etimologico di chi si sottrae alla via comune, con naturalezza e tempi giusti, in default per così dire. Non ho alcun dubbio che se la lascerà scappare ma, ricordiamoci l’ovvio, sono le minoranze che da sempre hanno innescato il cambiamento. Perché alla fine, se rispondere in generale alla domanda del titolo è oggi improbabile e difficile, forse si può provare a rispondere su che cos’è la narrazione: qualcosa di centrale nella parte universale della nostra mente, un fulcro assolutamente necessario per la socialità, come può essere l’amicizia, o il vino per la convivialità. E il vino dev’essere buono, deve far star bene insieme e innescare conversazioni magari vaghe ma di soddisfazione, lì c’è la riprova, altrimenti da te non ci viene più nessuno.

2 Responses

  1. Armanda Capeder scrive:

    (Desidero anonimato)
    Ho letto e riletto l’articolo in tempi diversi, ma non vi ho trovato la risposta alla domanda del titolo: Che cos’è la Letteratura? domanda alla quale, nella mia abissale ingenuità, ritenevo di avere rinvenuto una risposta che mi ha tranquillizzata per oltre 6o anni, da quando ragazzina ascoltavo le parole di mio padre che mi descriveva con emozione la straordinaria realtà del Castello di Fratta e mi esortava a leggere la storia della Pisana, e poi Pirandello, Verga, Panzini, Fogazzaro.
    Non era, non è Letteratura, quella?
    Erano i libri, i miei alter ego che mi offrivano altri spazi, altri mondi, altre vite con cui confrontarmi, usando una lingua piana, aperta ad atmosfere in cui sapevano trasportarmi usando forme semplici eppure magiche, nelle quali senza le loro parole non sarei mai entrata.
    Ero brava in Italiano, mi lodavano, ed è stato naturale che mi venisse spontaneo avvicinarmi al loro mondo con l’illusione di trarne impronte, come quando si trattiene prigioniera una farfalla e le sue tracce lorano le dita, permettendoci di credere, con fantasia poetica, di avere assorbito attraverso quel pulviscolo dorato, lo spirito farfallesco.
    Allora ho sbagliato tutto? Ho continuato a leggere e leggere, convinta che fosse Letteratura, altri stili, altre parole provenienti da altri mondi, ma sempre ho selezionato questo sì, questo no, spesso procedendo per esclusione, e ammassando con piacere autori nuovi in un mio personale repertorio di amici non tanto sconosciuti, se mi davano la gioia di entrare nelle loro storie.
    Questa è dunque per me la Letteratura: possibilità di aprire porte verso altri mondi raccontati senza elucubrazioni, schiettamente, in forma piana, nella ricerca di ciò che si nasconde dietro comportamenti meritevoli di attenzione, per riflettere e scoprire realtà nascoste al primo sguardo.
    Di vicende straordinarie, eccezionali sono pieni i film, i giornali, le confessioni più o meno artificiali raccontate negli incontri elevisivi, ma quelle non sono Letteratura, perché manca la possibilità di illuminare i fatti con quella luce particolare che solo l’autentico Letterato sa individuare e che trasforma i fatti, che diventano un’altra cosa.
    E’ assurdo e perfino ridicolo che sottoponga questa confessione a chi sta su un’altra sponda, ma molto in alto, e infatti ancora non so se spedirò la mail che certo mi metterebbe in cattiva luce, facendomi perdere la poca credibilità raffazzonata, ma poi perché? Forse è la volta buona che qualcuno mi dica ciò che non ho mai saputo: i miei scritti sono Letteratura? Dove ho sbagliato? Che cosa mi è mancato? Credo che una stroncatura finalmente motivata sia da preferire a un’incertezza a volte tormentosa.

  2. Armanda Capeder scrive:

    Vorrei rispondere alla domanda che Paolo Morelli pone all’inizio dell’articolo:-Hai qualcosa da dire?-
    A volte sì, ma solo su Twitter, a commento di tweet che hanno suscitato il mio interesse, approvando o aggiungendo osservazioni. Ma quelle 140 battute spazi compresi non sono certo Letteratura.
    Invece vorrei chiarire che la mia ilusione di fare Letteratura consiste nella risposta a un’altra ipotetica domanda: -Hai qualcosa da raccontare?-, perché allora dico -Sì-.
    Per tanti anni ho scritto storie che mi nascevano dentro, stimolate da un fatto, un incontro, una notizia o forse da un seme arrivato da chissà dove (rischio retorica, ma chi può negare che l’aria sia satura di idee perdute, rimaste inutilizzate?).
    Quelle storie stavano tranquille per un po’, ma piano piano crescevano, finché nasceva l’occasione di cominciare a scriverle. Allora si delineavano i personaggi, gli ambienti, i pensieri, i dialoghi, le sofferenze di cui prendevo atto, le loro, non le mie, perché non ho mai capito la ragione per cui per scrivere occorre soffrire. E’ sempre stata, invece, una condizione naturale, qualcosa che doveva comunque uscire, non partorito da un’oca giuliva, come so che sarò giudicata, qualora qualcuno leggesse questa mia dichiarazione.
    Se a volte, nel lavoro di continua verifica, correzione, aggiunta, mutamenti,revisione protratta all’infinito avvertivo un’emozione a proposito di una scena o di un’immagine che sapeva di poesia, ne prendevo atto, consapevole che non si trattava di qualcosa di voluto e costruito, ma era venuto da sé in un momento speciale, quindi speravo che altri ne ricavassero le medesime sensazioni. Alla fine ero certa che la mia storia non era semplice cronaca di fatti, ma interpretazione istintiva di stati di animo e di eventi visti dall’esterno e offerti a chi nella mia vicenda avesse piacere di entrare con me per trovare un altro mondo, altre infelicità da comprendere e magari compatire: insomma il mio era un modo per offrire la possibilità di vivere altre vite, uscendo brevemente da sé.
    Ora m’intriga la storia di Maria Solmer, la profuga che lascia Coira per raggiungere Torino dove giunge il 20 settembbre 1870 alla ricerca di riscatto sociale, mentre incontra umiliazioni e miseria, finché riuscirà a superare gli ostacoli e a vincere la sua battaglia. Ho costruito il romanzo basandomi sui dagherrotipi dei due protagonisti e su alcuni oggetti dell’epoca. Potrebbe essere un buon pezzo di Letteratura sociale, ma nessuno lo vuole. E allora? Amen, e così sia.

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