Dario Fertilio sul terrorismo fondamentalista

Pubblichiamo per la sua validità argomentativa e per il suo tentativo di tirare un senso dalla situazione in atto a partire di fatti di Parigi l’intervento inviatoci dall’amico Dario Fertilio.

La nostra posizione analitica, del restio evidente dai nostri due articoli precedenti, è molto diversa sia nello svolgimnto che nelle conclusioni e la evidenzieremo nel prossimo editoriale.

ISLAMISMO, IL FILO VERDE DEL TOTALITARISMO

«Atti disumani che non si fermano neppure davanti ai bambini»: così Papa Francesco aveva definito nel dicembre scorso gli attacchi terroristici avvenuti in Australia, in Pakistan e nello Yemen. Poi è arrivata, parallelamente ai massacri africani di Boko Haram, l’attacco al cuore dell’Occidente, la strage parigina di Charlie Ebdo. E il filo verde del terrore totalitario è comparso con più evidenza, a collegare   un’impressionante casistica mondiale di atti terroristici messi in atto dall’islamismo radicale.

Atti disumani? No, la caratteristica di questa violenza è solo esteriormente disumana. A ben vedere, ogni ideologia totalitaria (ieri il comunismo bolscevico e il nazional-socialismo, oggi il nazicomunismo postsovietico e il radical-islamismo) nasconde in effetti un’inclinazione umana, fin troppo umana, al dominio sull’altro e all’uso strumentale della violenza e del terrore per fini suoi propri. Qui, forse, bisogna cercare, quando si tenta di spiegare, di dare un senso alle autobomba dell’Irak, alle decapitazioni dell’Is, alle imprese suicide di AlQaeda o di Hamas, alle persecuzioni di innocenti di Boko Haram e infine alla strage di Charlie Ebdo.

Le interpretazioni correnti di questi fenomeni tendono a cogliere alcuni aspetti del terrore radical-islamista: anzitutto l’intenzione di “far provare dolore” al nemico per educarlo a  comprendere quello provato dai fedeli ad Allah minacciati dalla corruzione occidentale, incluse le sue caricature blasfeme. L’accanimento sulla la cultura, soprattutto quando è destinata a donne e bambini, sarebbe dovuto a un “oscurantismo”, figlio di una non meglio specificata arretratezza culturale. Qualche volta si mette in rilievo come le tecniche terroristiche siano usate secondo lo stesso principio utilizzato in natura dalla biscia nei confronti della rana: la paura paralizzante che facilita l’aggressione e la liquidazione della preda. In mancanza di meglio, ci si rifugia  nella generica demonizzazione degli atti malvagi: essi sarebbero per definizione “assurdi”, “deliranti”, “folli”.

Ma se si analizza l’operato di ogni sistema totalitario – e non c’è dubbio che il radical-islamismo ne sia l’incarnazione più attuale – si deve riconoscere come esso persegua invece una sua logica inflessibile e persino prevedibile, assimilabile all’azione del virus (naturalmente ideologico). Ogni totalitarismo storico, infatti, è portatore di una carica aggressiva ed espansiva, è figlio di “polemos”, della guerra, e non può essere altrimenti. Riesce ad adattarsi tatticamente alle varie situazioni geopolitiche e sa utilizzare consumate strategie  diplomatiche e comunicative, eppure nel fondo deve continuare ad espandersi e conquistare sempre nuovi spazi, persone e territori. Se smette di farlo, per contingenze politico-militari o per l’attenuarsi della sua stessa carica espansiva, ciò significa che in realtà è entrato in una fase di regressione, e il declino potrebbe preludere alla sua fine. Per citare una famosa definizione di Enrico Berlinguer, applicata all’Unione Sovietica nella sua fase senile, potrebbe significare che abbia esaurito la sua “spinta propulsiva”.

Certo, il radical-islamismo, purtroppo, pare ancora lontano dalla sua fine. Tuttavia, per mantenere la metafora del virus, non bisogna dimenticare che l’ideologia totalitaria non potendo diffondersi tende a rivolgersi di solito anche contro se stessa, prendendo di mira coloro che in teoria dovrebbe rappresentare e proteggere (ecco il ricorso all’intimidazione dei dissidenti, alla liquidazione di ogni opposizione, all’epurazione dei non ortodossi, al terrore interno generalizzato contro i “diversi” e gli “infedeli”, alla denuncia di sempre nuovi complotti e tradimenti, alle purghe eccetera).

Allora il terrorismo e gli atti di violenza spietata, che popolano  oggi le pagine dei giornali, gli schermi delle televisioni e i video dei computer, potrebbero essere soltanto maschere della loro vera natura totalitaria. Forse, simile a un parassita, essa utilizza qualsiasi materiale a disposizione (il Corano come qualsiasi altro libro sacro, l’orgoglio nazionale, il culto del suolo, del sangue, della classe, della religione eccetera) solo strumentalmente, allo scopo di perseguire il vero obiettivo nascosto del controllo e del potere. E tale controllo, a sua volta, potrebbe avere la sola funzione di auto perpetuare il suo stesso sistema di dominio.

Scendendo ancora più a fondo nella questione, gli atti inumani cui assistiamo attingono forse, come alla loro autentica fonte,  a un nichilismo non dichiarato, ma di cui intravvediamo le diaboliche fattezze nell’esaltazione del suicidio e in una evidente pulsione di  morte. Il collettivismo totalitario mira, senza confessarlo, alla distruzione dell’umanità e al suo stesso auto annullamento.

Un’anima nera batte al fondo di questo inferno ideologico, ed è qui, allora, che si ritrova un senso in ciò che a noi può apparire privo di scopo. Siamo, ancora una volta, al nichilismo dostoevskijano, che certi filosofi hanno dichiarato superato, obsoleto. Tutti presi dal denunciare il conformismo di massa e le forme “moderne” di autoritarismo, hanno dimenticato il cuore di tenebra. E cioè il male totalitario come diabolica malattia del potere capace solo di distruggere; un potere che, proprio perché oltrepassa ogni limite, non può che essere pura energia di sopraffazione, inesauribile fonte di sofferenza e di morte. Distruggendo e distruggendosi, sostituendosi a Dio, forse il nichilismo denunciato da Dostoevskij, e poi teorizzato da Nietzsche come forza vitale, è quello con cui noi tutti oggi siano chiamati a fare i conti.