La Porta non gradisce l’intervento di Damiani e lo scrive, con risposta breve di Damiani

Mio gusto? Mio stile? Ma qui è in gioco una idea di letteratura. E credo che bisogna fare dei nomi anche solo come bussola di orientamento, per avere almeno dei  termini di riferimento, per “situare” il dibattito in uno spazio e in un tempo precisi. Ad esempio: se parlo di letteratura “dissonante”, non conciliata, etc.,  è fondamentale aggiungere che  ho in mente  non la destrutturazione della sintassi di qualche ex neoavanguardista ma la scrittura  trasparente ed  essenziale di Claudio Piersanti, modellata su quella del suo maestro Bilenchi. E parlando di Pasolini  bisognerà pur dire che l’operazione che ha fatto il “Corriere” con altri scrittori, e cioè di usarli come opinionisti in prima pagina,  è fallita perché  – proprio come Magris – sono pure grandi intellettuali ma sempre prevedibilissimi, e in fondo rassicuranti con il loro  nobile, confortevole umanesimo.  Anche la scrittura che propone  Damiani, e cioè  “feroce e critica, cinica e sprezzante del cibo che va per la maggiore, ma coniugata con il rischio…”, etc. è una petizione di principio ultragenerica  –  che  potrebbero tranquillamente condividere tutti i critici che conosco (militanti, accademici, conformisti, radicali, coraggiosi, servili…)  –  se non viene corroborata con esempi di modelli, di  opzioni stilistiche,  di scritture  della contemporaneità. L’articolo di Fertilio, che – lo ripeto – nasce da una motivazione condivisibile, è prigioniero di questa falsa contrapposizione tra buoni sentimenti e cattivi sentimenti(e davvero sarebbe utile che ci dicesse chi ha in mente), quando il problema della letteratura è sempre e soltanto il linguaggio.