La terza via (prova di visione) di PAOLO MORELLI

 

Se vuoi sapere chi eri devi guardare chi sei adesso, se vuoi sapere chi sarai guarda ciò che fai adesso, dicono i cinesi. Partendo dalla constatazione di come la prospettiva quotidiana della narrazione del pensiero si stia di giorno in giorno restringendo, come qualcuno che provasse a infilare una vite quadrata in un buco tondo, ho provato a immaginare un modo allorché questo tentativo si sarà esaurito.

Che uno degli effetti collaterali della modernità sia una presentificazione feroce è un dato di fatto. Di qui forse l’attuale convergenza della narrazione verso un reale artificialmente drammatizzato che assume sempre più le parvenze del feticcio. Sembra che solo lì attorno si possa ballare. Sembra pure, a vedere bene, che sia l’ultima stazione prima del capolinea, prima che decada ogni necessità per la narrazione, quella necessità insomma che c’è fin dall’inizio del mondo, personale e collettivo. Se solo il presente è reale, se solo il reale è vero, che senso ha raccontare, vale a dire fare un passo di lato, cosa ne rimane?

Per mero spirito di contraddizione allora proviamo a gettare oltre l’ostacolo un testo che presuma di ‘captare’, ‘intercettare’, ‘intuire’ qualcosa del futuro del narrare, anche a brani o brandelli: ad esempio un allargamento delle maglie delle cause-effetto per forza, per stanchezza, perché conta poco tenerle assieme ormai; quindi molti nessi lasciati insolubili in una sorta di fiducia in ciò che è psicologicamente già dato; ergo l’affidamento quasi solo alle modalità analogiche del pensiero emotivo.

È insopportabile, oggi più di sempre, chiunque si arroghi, non diciamo il diritto ma pure solo un tentativo bislacco di dire cosa succederà in futuro. Anche quello prossimo. È da sempre il territorio degli imbroglioni e furbi di ogni epoca che speculano con facilità sulle paure (viene in mente l’ultimo Houellebecq). Nel migliore dei casi ci si espone al ridicolo. Speriamo che quel che segue sia almeno il migliore dei casi.

 

È curioso che l’uomo non abbia mai considerato una nuova invenzione come una minaccia al suo sistema di vita. Diciamo che l’ha sempre presa alla leggera, come in preda alla convinzione di una superiorità fatale. Difatti è stato continuamente riplasmato in una lenta esplosione tecnologica per 25 secoli e più, quasi senza accorgersene. Tantomeno si è accorto di come il vento sia cambiato adesso e l’esplosione abbia da tempo, e assai velocemente, voltato in implosione. Tantomeno ancora, figuriamoci, se n’è accorta l’arte in generale e la letteratura in particolare.

Ha tutto l’aspetto di un fatidico segno dei tempi. Se infatti ogni qualsivoglia buon senso sembra già morto, anche i luoghi comuni non si sentono troppo bene. Ad esempio quello riguardante lo stretto rapporto che lega le crisi economico-politiche, sociali o epocali che siano e l’arte in generale. Secondo tale topos, ci vogliono i momenti difficili per innalzare il livello artistico. E allora una delle due: o non è in atto alcuna crisi e ci stanno propinando una fandonia per avvilirci e glebalizzare il mondo, oppure il luogo comune è saltato pure lui. Difatti mai s’è visto un livello artistico talmente privo di una ‘visione’ qualsiasi, se non quella dell’ammirazione per le proprie scarpe, e nemmeno sempre. Neppure il terreno che tali scarpe calpestano sembra portare da nessuna parte, non è grazie a dove non stanno le scarpe che si può andare per la terra immensa…

Secondo le ricerche filologiche del classicista F. E. Cranz (ancora inedite, le trovo in B. Antomarini, La preistoria della poesia, che cito) è intorno al primo millennio a. C. che è avvenuta “una trasformazione fondamentale della mente, che passava da un pensiero di coincidenza tra mondo esterno e interno, una continuità ontologica per cui il mondo ‘possiede’ la mente, a un pensiero di distinzione tra una mente racchiusa in sé e un mondo-oggetto”. Vale a dire insomma intorno al periodo in cui troviamo la stabilizzazione dell’invenzione tecnologica della scrittura alfabetica.

La datazione all’incirca al primo millennio può essere vera, d’altra parte è nell’VIII secolo della Beozia che Esiodo si svincola dall’impersonalità epica precedente e coeva e appare come personaggio della sua poesia, come autore. Prima di allora, la psicologica dell’epica voleva che il pensiero nascesse dall’esterno, dèi o demoni o natura che fosse. Dopo, e per farla breve, lo stesso pensiero appariva costantemente sempre più interiorizzato, ma non tanto e non troppo, non fino a rappresentare un vero e proprio carattere con una sua sostanza psicologica, e possiamo arrivare in questo modo fino ai poemi cavallereschi. Dopo ancora, come sappiamo, c’è stato il romanzo.

Il romanzo, come sappiamo anche qui, nacque come demistificazione del genere cavalleresco. La capacità introspettiva dell’immaginazione rappresentò il più grande elemento corruttivo di cui un personaggio poteva essere dotato. E certo non si fa una gran fatica nel vederne una conseguenza non secondaria del gran lavoro che, in contemporanea o quasi, stava facendo Descartes. Ma altrettanto impunemente si può immaginare come il mutamento fosse in qualche modo una delle conseguenze dell’invenzione della stampa, che interiorizzava definitivamente la lettura e ne allontanava la fruizione emotiva solidale e comune.

E si può continuare immaginando come in quel momento sia iniziato il ‘progetto incompiuto’ della modernità, come si fosse presa in quel giorno una sferzata ulteriore del nostro modo di intendere la vita, il mondo e il loro racconto, scritto, a questo punto.

In quegli anni infatti il signor Descartes stava mettendo a punto la strategia che ci avrebbe definitivamente convinti che una separazione, definitivamente immaginata da sé e dal mondo, un contrasto tra io e non-io non solo è possibile ma nel breve pure rinvigorente e soddisfacente, innestando quel dialogo interno continuo con cui a lungo andare si può diventare pazzi. La fantasia, vale a dire la visione e gestione proporzionale degli avvenimenti che ci e si succedono, una gestione assai più relativista, è stata da allora progressivamente esautorata della dignità conoscitiva che aveva avuto per millenni, esiliata e ridotta a vacanza dalla conoscenza, a evasione futile da quella che si presume sia già una galera alla quale immediatamente ritornare, mentre è la fantasia sola, vale a dire la facoltà delle analogie a stabilire il necessario rapporto tra le cose che sta alla base di ogni atto conoscitivo. Così è venuto man mano instaurandosi un regime che potremmo chiamare imperialismo della ragione, vale a dire un territorio accuratamente recintato dove il dogma intoccabile è che tutto il reale è razionale, e tutto ma proprio tutto è misurabile col metro rigido della coscienza, con per corollario il monopolio di validità e certezza, assolute o quasi a questo punto. Oggi potrebbe diventare evidente come nostro io discenda sì dall’ego cogito, ma si tratta di una razionalizzazione recente, insicura e tutto sommato abbastanza maldestra. Un processo continuo e intenso di oggettivazione degli impulsi emotivi si è mutato in meccanismo, e una volta cancellata l’ultima traccia emozionale del pensiero è rimasta solo la tautologia, la fissazione che non si accorge di sé, una paralisi dall’evidenza logica. Pensare significa ormai solo sorvegliare la propria capacità di pensare.

 

Tornando alla letteratura, tutto ciò si vede pure nello stallo orrendo della narrazione odierna, di cui, va da sé, ci si accorge poco o niente. Il cul de sac in cui si ritrova la narrazione lo si vede bene nel presupposto, nella presunzione dei moderni romanzi realistici di rappresentare porzioni di mondo reale, presunzione che implica un tale grado di determinismo che non lascia quasi più niente nel vago. Lo si vede appunto nel diktat feroce della drammatizzazione del reale, nell’attualità fattuale che nega alla radice ogni incidenza del pensiero anonimo e collettivo, diktat che senza neanche saperlo diventa garante dello statu quo, la sola garanzia di mantenimento della macchina mitologica del vittimismo e della rassegnazione. Ed è così che la letteratura, ma l’arte tutta, diventa la sentinella della violenza e di ogni sorta di dittatura, perfino quella odierna che celebra la scomparsa della figura stessa del tiranno, affinché nulla si smuova o saboti la macchina.

Quello che è certo è che, con la sua presunzione di oggettività, o meglio di realismo, l’odierna scrittura contraddice tutte le buone regole della Mimesis, vale a dire ciò che ha assicurato per millenni alla letteratura un valore conoscitivo.

L’imbambolamento epistemologico lo si può vedere nella convinzione, inconsapevole anch’essa ma non per questo meno feroce, che i fatti non dipendano dalle parole con cui se ne parla ma sono invece oggetti naturali con definizioni fisse, e prendendo passivamente tale direttiva dall’informazione. Per codesti scrittori il mondo esiste già prima di essere espresso, essi presumono che la realtà cosiddetta esiste anche se non è espressa, e non che sia la nostra espressione invece a darle forma. Come prova del detrimento del­l’intelligenza di cui vanno fieri sono tutti convinti che quello che ricordano è successo veramente, e non dipende invece dalle parole usate per raccontarlo.

Inoltre, è tale e tanta appare la pletora e la cacofonia delle impressioni che ci arrivano ogni nanosecondo direttamente nel sistema nervoso, in un flusso policentrico senza tempo e senza progetto, e in conseguenza poi del fatto acquisito che grazie al racconto l’esterno diventa un interno cioè a dire un’organizzazione possibile del mondo esterno, che la narrazione viene ormai usata per mettere ordine, l’ordine nuovo come forma di reazione all’invasione, difatti e guarda caso narrazione è il termine più usato dai politici di professione (dotati ormai di un’ampia fraseologia al riguardo che trasmette un universo simbolico confacente al potere), i quali, come ripetono fino all’esaurimento, diventano oggi i veri narratori.

Tale è la via esausta. E qui non è che occorra, è indispensabile un cambio di rotta che non tarderà a manifestarsi. C’è caso infatti che l’attuale sia un’epoca altrettanto fondamentale di quella individuata da Cranz, ma forse contraria, forse il passaggio evolutivo tra trasmissione emotiva e comunicazione convenzionale sta intraprendendo una conversione a U, una specie di viaggio di ritorno.

Senza soffermarci ancora una volta sull’enorme impatto delle nuove tecnologie, la maggior parte delle quali indirizzate direttamente al sistema nervoso, si può comunque far notare come l’ambiente mentale e umano sia assai mutato, e con una velocità d’esecuzione e uno schiacciamento nel tempo che mai s’era visto nei millenni (solo per un esempio l’irriducibilità del nostro tempo psichico a quello informatico con la sua imposizione di simultaneità di azione e reazione). Molto ma molto di più di un semplice mutamento come ce ne sono stati miliardi da quando c’è aria, quasi uno sconvolgimento tettonico delle nostre modalità cognitive che sta rendendo inattuale e inadatta la concezione occidentale fin ora dominante, quella che tende a contrapporre il tempo autentico, il tempo interiore della coscienza, al tempo esteriore del mondo. E se il tempo interiore ha consentito la costituzione del concetto di coscienza individuale come luogo di emancipazione, ha pure determinato la riduzione dell’esperienza al momento della conoscenza, rimuovendo gli elementi dell’inconscio come il nostro ‘essere nel mondo’ corporeo.

Si tratterà di adeguarsi, anche per gli scrittori, beninteso quando e se mai se ne accorgeranno. Nella narrazione, l’agire nel mondo esterno resterà ancora e ovviamente in primo piano, però fondendosi con ciò che potremmo azzardarci a chiamare ‘paesaggio mentale’ o ‘visione estatica’ appunto, diventerà il vero sostituto della narrazione e postulerà una certa misteriosa, forse magica continuità tra l’esperienza vissuta e realtà oggettiva. Insomma niente rimetterà più a posto le cose, come succede ora con la tirannia dell’iper-coscienza.

Si tratterà di rivedere l’introspezione con l’elemento corruttivo di una fenomenologia ‘impersonale’, forse. Visto che l’intenzione è l’essenza stessa della coscienza che è sempre un tendere, essere tesa verso un oggetto, ora, da un esterno che diventa un interno si passerà a un pensiero sempre e comunque rivolto all’esterno, ma che verrà colto a mutare nella sua interazione con esso, e al centro dell’interesse ci sarà il rapporto tra soggettività e oggettività del conoscere, in un movimento che dovrà essere altrettanto ragionevole che intuitivo, senza por tempo in mezzo.

Perennemente in bilico tra gioia del dire e inadeguatezza del linguaggio, forse lo sguardo credibile sulla vita che potrà regalare la letteratura non sarà quello esteriore né tantomeno quello interiore, ma in una qualche via di mezzo, in qualche punto a metà, nel barcamenarsi in quello che avviene nella misurata confusione.

3 Responses

  1. filippo la porta scrive:

    Bello, e scritto benissimo, questo testo di Morelli. In ogni riga si percepisce la sua voce, la sua postura. Solo una obiezione. E’ vero, Cartesio ha separato artificialmente io e non-io, però se diciamo che il mondo non esiste prima di essere espresso, e che i fatti dipendono interamente dalle parole, ecco che di nuovo cancelliamo il non-io. Ricordo un verso di Ungaretti, quando dice che la poesia è “il mondo, l’umanità, la vita intera/ fioriti dalla parola”. La letteratura non crea la realtà, il mondo esterno, che esisteva prima di noi, e che esisterà dopo di noi, ma soltanto lo fa fiorire.

  2. paolo morelli scrive:

    certo che il mondo esiste, ci mancherebbe, ho appena sbattuto contro un suo spigolo e mi ha fatto male! il fatto è che la sua percezione, da qualche centinaia di anni a questa parte è completamente ‘interna’, e anzi direi che la nostra epoca ha messo in pratica assolutisticamente questa percezione ed elaborazione cognitiva. ha vinto Cartesio si, ma soprattutto perché senza la sua realtà che è nel pensiero non avrebbe potuto dominare, oggi proprio oggi, l’idealismo di stampo hegeliano secondo il quale il mondo esiste fuori lì già pronto perché esiste dentro, potremmo dire, e continua a vincere anche ora che tale modo di vivere e conoscere è diventato inutilizzabile e foriero di guai sempre maggiori. bisognerebbe alzarsi ogni mattina e dirsi che la contrapposizione tra pensiero e mondo è una elaborazione piuttosto recente, per sentirne l’inefficacia. è come quando si sente dire che una volta si giocava un calcio più lento, facendo riferimento al parametro temporale odierno quando all’epoca tutto era più lento. nel Rinascimento mica pensavano che le sorti fossero magnifiche e progressive, la freccia del tempo mica andava inesorabilmente in avanti, hanno cominciato a pensarlo quando hanno cominciato a pensare che il mondo esisteva là fuori bello e pronto visto che ‘io’ potevo pensarlo così. la letteratura italiana odierna di queste cose non si occupa, crede di non occuparsene, in realtà è ligia come ogni buon funzionario nell’occuparsi di eliminare ogni originalità, di pensiero come di stile, nel rendere poco meno che illegale ogni sorta di poetica. a questi poveri derelitti, emarginati da sé e soprattutto dal mondo che cercano di fidelizzare con le varie retoriche del libro, basta sapere e anzi esser certi che il mondo esiste là fuori con le sue definizioni fisse da catalogare una riga dietro l’altra, ne sono sicuri perché ce l’hanno in testa, non perché ne facciano esperienza visto che ne sono deprivati dalla ‘letterarietà’: quando sbattono su uno spigolo il dolore è già diventato ‘letterario’, c’era già prima di quando sbattessero, è questa l’impressione di flaccido che alla gente non piace e che li emargina dal mondo.

  3. filippo la porta scrive:

    Sì la letteratura è una immensa contestazione all’ovvio, in ogni epoca. Bisognerebbe poi distinguere tra mondo là fuori, statico, immobile, bello e pronto , predigerito, con le sue definizioni fisse, e un mondo là fuori, spigoloso, che sempre sfugge al nostro controllo, e proprio perciò è reale. I fatti non si risolvono nelle interpretazioni, ma, come pure scrisse Nietzsche in un altro aforisma, sono “stupidi”. Siamo noi a dargli senso, colore, fioritura.

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