L’ABISSO POPOLARE di Paolo Morelli

 

Giorni fa a un amico (il curatore di questa rubrica) è caduto un libro dalla biblioteca. Si trattava di un libro risalente a circa vent’anni fa, L’abisso si ripopola (edizioni Colibrì) il titolo, Jaime Semprun l’autore. Quando l’ha raccolto ha pensato che m’avrebbe interessato, se non l’avevo ancora letto, e me l’ha dato. Così a volte le cose accadono.

Non l’avevo letto, non solo mi ha interessato ma in qualche modo scombussolato, per quello ne scrivo qui, per cercare di capire come mai un libro di venti anni fa, scritto da un situazionista amico di Debord abbia potuto causarmi una lieve vertigine di tipo temporale.

E, dato che sarò breve, comincio da una notizia di qualche giorno fa invece, ambientata nello stato americano della Virginia, dove un gruppo di genitori neri ha ottenuto di vietare la circolazione di Le avventure di Huckleberry Finn accusando il libro di razzismo. Poi vado alla pagina 23 del libro in questione: “Negli Stati Uniti si depurano così le biblioteche pubbliche dagli esemplari di Le avventure di Huckleberry Finn, libro sospettato di razzismo”. Ha tutta l’aria di una semplice coincidenza, di razzismo che va e viene, stavolta all’incontrario. Solo che tutto il libro è infarcito di notizie che allo stesso tempo, ma proprio allo stesso è meglio ribadirlo, raccontano dell’oggi e suonano nel racconto come datate, dal progressivo accorciamento dell’età degli omicidi Usa all’esodo dei migranti (!) all’allarme per la minaccia in Francia di attentati di matrice islamica (!). Tanto per fare alcuni esempi. Tutte cose vissute dall’autore con la stessa urgenza con cui le viviamo oggi. Eppure noi abbiamo, o almeno io resto con l’impressione che si tratti di vicende odierne e che vent’anni fa, vale a dire quando il libro è stato scritto, non avessero per noi la stessa urgenza.

Tutto si metterebbe a posto nella comprensione se si trattasse di un libro in qualche modo profetico, e invece no, trattasi di un’analisi attenta, aspra ed ebbra quasi di tristezza su un imbarbarimento già avvenuto nelle nostre società, e che appare senza via d’uscita. Ed è questo il punto, l’impressione forte di una lettura odierna (sto cercando di spiegarlo) è quella della forma che ha preso tale imbarbarimento, quella di un eterno presente, di una condizione in cui giriamo su noi stessi in stato più che estatico preagonico, quasi del tutto fuori controllo ma, cosa essenziale e peculiare, accorgendocene sempre di meno. È come se ad ogni istante un’ipercoscienza collettiva si chiudesse su se stessa, ad ogni fatto, ad ogni avvenimento, ad ogni presa di coscienza sui fatti che affiorano si ricreassero le condizioni primitive o preesistenti, l’onda sparisse, tanto da dare l’impressione, quando quella stessa vicenda riappare, di qualcosa di nuovo e allo stesso tempo già sentito, già esperito dalla coscienza.

Si dice spesso che in questi ultimi venti anni c’è stata un’accelerazione inusitata, talmente schiacciata che sembrano passati due secoli. Forse la percezione è fallace, forse invece più ci affanniamo e crediamo di muoverci e più affondiamo nell’abisso appunto, nella palude della dimenticanza. I fatti non sembrano più datati, e la vera ragione profonda è che non c’è più nessuna autentica voglia di starci, di capire: “La valanga di falsificazioni-rivelazioni che organizza oggi la confusione su ogni argomento porta via rapidamente la volontà di ristabilire la verità dei fatti su un punto qualsiasi, perché per riuscirci bisognerebbe che avessero ancora corso alcune verità storiche generali che costituiscono il contesto dei fatti in questione; ci si accorge adesso che sono già state spazzate via, soprattutto che è stato spazzato via, insieme al senso stesso della storia, l’interesse per la verità che ne era il motore”.

Eccoci quindi preda della presentificazione, mitridatizzati nella mancanza d’esperienza, anestetizzati dall’overload di rivelazioni che sono tutte immancabili falsificazioni, tutte, tanto più quando pretendono di raccontare fatti reali. Della stagnante falsificazione diventiamo però ogni giorno, ogni momento si potrebbe dire, più incoscienti (chi si accorge che la notizia di una signora morta di freddo in Abruzzo durante la nevicata di quest’inverno è stata data per nuova dai più grandi media nazionali venti giorni dopo l’avvenuto decesso? Giorni fa è stata sparata sulle news la notizia di un morto e due feriti durante una manifestazione di piazza a Napoli, con relativi commenti dei capi sindacali nazionali. Era una notizia di tre anni prima…).

Crediamo ancora passivamente alla percezione continuista di un tempo che va sempre in avanti, in realtà siamo fermi da vent’anni almeno, ma non proprio fermi, come sopra una giostra.

Siamo ai primi rivelativi risultati dell’immersione nel mondo fittizio organizzato dalle ‘nuove tecnologie della virtualità’: è un mondo “dove si è soli e dove si prova un sentimento di onnipotenza: per questo, e per l’assuefazione indotta, è simile alla droga. Lo spazio e il tempo della vita ordinaria vi sono come sospesi, rimpiazzati dall’istantaneità della trasmissione su schermo e della sua rete mondiale”. È il mondo dell’asservimento completo, del desiderio di sottomissione, un mondo “dove il tempo è reversibile e il passato sempre cancellabile, dove regna dunque l’indifferenza alla verità e alla menzogna, al reale e al fittizio, come a ogni nozione di bene e male”, con per corollario la perdita di coscienza individuale e la creazione di un uomo totalitario e ‘post-storico’, pronto per “quel ‘salto mitico nel tempo” cui ci invita il millenarismo di Stato.

Nei giorni in cui il kapò 2.0 Mark Zuckerberg scopre che le nuove tecnologie invece che unire isolano, che invece di appianare le differenze sociali le allargano, leggo sul libro del Semprun che dei “californiani altrettanto bardati di elettronica scoprono adesso di essere ‘sovracollegati’, imprigionati ovunque si trovino dai mezzi di comunicazione istantanea, così che nessun momento della loro vita può più sfuggire allo sfruttamento economico”. E questo perché “i mezzi dell’avvilimento non risparmiano coloro che li impiegano (…), toccano in sorte anche ai dirigenti” avvelenati dalle loro proprie “droghe spettacolari”.

Caratteristica di questa mentalità totalitaria è appunto “la capacità di adattamento attraverso la perdita dell’esperienza continua del tempo. L’attitudine a vivere in un mondo fittizio, dove nulla assicura il primato della verità sulla menzogna, deriva evidentemente dalla disintegrazione del tempo vissuto in una polvere di istanti: chi vive in un simile tempo discontinuo è liberato da ogni responsabilità verso la verità (…). Se il senso della verità si perde, tutto è permesso”.

Siamo dunque infine al totalitarismo della falsa coscienza (falsa in quanto potrebbe anche essere vera), di cui si può solo credere di accorgersi, perché “tutto ciò che faceva il valore della vita è andato in rovina”, e si vive in una condizione “che consegna direttamente gli atomi individuali alla brutalità di una vita desolata, alla concorrenza disperata di coloro che non appartengono a nulla, e ai quali nulla appartiene”. Ed ecco che le “oscure realtà su cui erano fondate le identificazioni collettive e il ricatto sociale, le paure, le repressioni e la crudeltà, tutta la parte di barbarie sotterrata sotto l’edificio della civiltà, tutto ciò è risalito dalle cantine e dalle fondamenta, e viene ora all’aria aperta”.

“È infatti l’idea stessa di una civiltà da continuare a essersi volatilizzata (…) Dato che ogni impresa che tenga in conto la durata è colpita da derisione, il mondo appartiene ora a coloro che ne godono in fretta, senza scrupoli né precauzioni di alcun tipo, nel disprezzo non solo di ogni interesse umano universale, ma anche di ogni integrità individuale. La qualità di questo godimento del mondo è esattamente quella consentita dal suo carattere frettoloso, istantaneo, votato all’immediata volatilizzazione e dunque alla sola intensità senza contenuto”.

Ecco dunque la catastrofe di cui ci accorgiamo come per già sentito dire, lo scatenamento della ‘bestia dell’abisso’, la “bestializzazione dell’umanità”, e mentre “l’intero pianeta assume il volto della morte” restiamo immobilizzati nell’ebetudine, nella rassegnazione al fatto di non poter riconoscere, comunicare e stabilire una qualsiasi verità. Possiamo solo presumerlo grazie a un malmesso e drogato sentimento d’onnipotenza, e quello lo rivendichiamo con albagia, quasi con ferocia.

Nei giorni in cui l’ex-presidente della repubblica Giorgio Napolitano scopre che “oramai la memoria dura tre anni al massimo” (non la sua, la nostra), siamo in fondo tutti rassegnati all’inevitabile, a una dipendenza e una sottomissione più profonde di quelle dettate da un semplice controllo, dal Grande Fratello in giù. Usciti dalla storia, con condizioni percettive e cognitive inusitate alle quali reagiamo con vecchi mezzi di approccio, viviamo in pieno la superstizione tecnica e siamo in effetti disposti ad amare questo mondo in disfacimento per ciò che ci appare.

Questa, in estrema sintesi, la descrizione dello stato di spaesamento che può succedere leggendo un libro così. Resta da provare ad analizzare ancora una volta, proprio nel tentativo forse ormai inutile di orientarci, un residuo forse, e perché in fondo su una rubrica di critica letteraria stiamo scrivendo, quali ne siano le possibili ricadute sulla scrittura.

1 Response

  1. Armanda Capeder scrive:

    Profondo, coinvolgente, terribile nella sua verità, disperato per una situazione in cui siamo caduti quasi senza accorgercene, benché a volte altre menti aperte alla realtà che stava raggiungendo livelli sempre più bassi abbiano tentato di avvertirci di ciò che stava accadendo.
    Eppure mi pare che manchi nel testo, dal tono rassegnato, un sia pur vago tentativo di proporre una soluzione , una via di scampo, una flebile speranza. Forse perché siamo ormai arrivati a un punto senza ritorno?

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