L’editoria come centro-scommesse? Francesco Longo

Alla crisi dell’editoria si può rispondere con pessimismo, con impassibilità, o scommettendo milioni di dollari su romanzi che potrebbero rivelarsi dei bestseller o dei flop. Di sicuro, il mondo editoriale attraversa una lunga fase di smarrimento e analizzare cosa avviene all’estero è utile anche per chi cerca di orientarsi in Italia. Gli unici a non perdere mai fiducia nel futuro sono gli aspiranti scrittori: negano l’evidenza sospinti dal desiderio folle di pubblicare: “per lasciare il posto fisso e sedersi a una scrivania con l’idea di scrivere un romanzo bisogna avere fiducia nella ripresa o essere completamente pazzi”.

È appena uscito un libro che affronta i diversi aspetti dell’industria editoriale. Si intitola Non è un mestiere per scrittori. Vivere e fare i libri in America (minimum fax, pp. 348) e si occupa di riviste letterarie, scuole di scrittura, contratti editoriali, agenti letterari, autopromozione, self-publishing e molto altro. Il libro è un lungo racconto con il tono del reportage narrativo in cui Giulio D’Antona vaga curioso per gli Stati Uniti intervistando scrittori, editori, critici, e andando in pellegrinaggio in anomali luoghi di culto (palazzine raccontate nei romanzi, caffè dove scrivere, la casa di Philip Roth). A New York – “un’immensa cattedrale consacrata al dio degli aspiranti scrittori” – hanno sede più di trecento compagnie tra editori indipendenti, gruppi editoriali e agenzie ed è qui, tra gli Starbucks e i parchi di Manhattan o Brooklyn, che gli scrittori sognano di pubblicare. D’Antona attraversa nel libro tutte le difficoltà di un esordiente. Il percorso prevede spesso master o corsi di scrittura, dove a dare consigli sono scrittori che hanno scelto l’insegnamento come via di fuga: “Il paradosso più affascinante è che gli scrittori si ritrovano a mantenere se stessi insegnando ad altri la stessa pratica per cui loro sono costretti a cercare di che mantenersi”.

Il primo obiettivo è pubblicare su una rivista. Negli anni, per esempio sulla “Paris Review” hanno pubblicato Kerouac, Philip Roth, Jeffrey Eugenides, Jonathan Franzen. Anche per il panorama italiano “venire pubblicati su una rivista significa, ancora oggi, mettere i piedi nella porta”.

Il secondo scalino è essere presi in considerazione da un agente letterario: “il bacino di pesca lo formano le riviste, la scrematura la fanno gli agenti”, scrive D’Antona. “Negli Stati Uniti è praticamente impossibile pubblicare alcunché senza passare da un agente letterario”, in Italia è diverso. Gli agenti raccontati qui sono squali o sciacalli, sono quelli che fanno correre il mercato, e che a volte lo gonfiano riuscendo a strappare contratti milionari che poi saranno bagni di sangue per gli editori.

Dopo la pubblicazione che succede? La grande difficoltà è azzeccare il secondo libro, alcuni autori “spendono il resto della vita a sostenere di essere impegnati nella stesura del loro secondo romanzo”. Chi riesce a scrivere più di un libro di cosa vivrà? Tutti devono trovarsi qualche attività. Chi è andato ad abitare a New York se ne va perché è troppo costosa; spesso si ricevono soldi dalle riviste, “la maggior parte degli scrittori americani trovano il loro primo sbocco creativo – e, non meno importante, i primi riconoscimenti monetari – nelle riviste” (questo avviene in America, non in Italia). Le riviste utili restano ancora quelle di carta, “la stragrande maggioranza delle realtà del web non svolge le due funzioni fondamentali alla gerarchia delle pubblicazioni: quella di scouting e quella di sostentamento degli scrittori esordienti”. Queste riviste vivono a loro volta di finanziamenti privati, spesso aiutati da serate organizzate per raccogliere fondi.

Il libro di Giulio D’Antona procede con ironia in un labirinto di desideri fitto di trappole e riesce a tenere insieme la complessità del mondo culturale senza mai davvero smarrirsi. Non trascura di soffermarsi su alcuni vizi editoriali contemporanei. “Gli scrittori fanno quello che gli viene detto di fare per la loro parte, che non è più limitata allo scrivere libri, ma si sposta sempre più prepotentemente nella direzione della promozione”. Più le certezze si sgretolano, infatti, più ci si aggrappa a qualcosa di impalpabile: i giudizi dei lettori contano più di quelli dei critici, le facce degli scrittori e la bellezza delle copertine sembrano valere più dello stile e del contenuto. L’attuale importanza dei numeri rispetto alla qualità – la cosiddetta “counter culture” – comporta che “la fama degli scrittori è confusa con la loro bravura e misurata in tweet, like e suggerimenti di lettura”.

Non è un mestiere per scrittori è un viaggio stralunato tra presentazioni, autopromozione, fallimenti clamorosi, librerie indipendenti strozzate dagli affitti, catene di librerie strozzate dal calo dei lettori, librerie online che sono più distributori che librerie, scrittori che vivono nell’incubo e nella speranza che il loro romanzo venga deturpato per trasformarsi in una serie tv. Nel libro si capisce che l’editoria è un deserto pieno di miraggi e cattedrali, un deserto abitato da aspiranti scrittori preda di slanci romantici, in cui l’azzardo seduce tutti e la prudenza è virtù solo di certi editori. È geniale che il libro termini con Giulio D’Antona che cuce a mano dei libri di poesia di un editore di nicchia.

L’editoria è il luogo più simile che esiste a un centro scommesse, ha l’indole del giovane innamorato, più che dai soldi è alimentata dalle illusioni. “Chi lavora in una casa editrice o in un’agenzia può aspirare alle vette dell’editoria correggendo bozze in uno scantinato e sognando un giorno di diventare un grande editor, uno scopritore di talenti o un agente temuto e rispettato”.

I vostri commenti possono essere siglati da uno pseudonimo, garantiamo l’anonimato a chi ce lo richiede.


Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *