Libri sotto l’ombrellone di Filippo La Porta

Su Kierkegaard, Zemmour, Morelli, Ellroy

Contro la leggerezza

Siete innamorati della “leggerezza”, parola-culto del nostro tempo, ultimo idolo della società celebrato anche da Calvino?  Un’esistenza extralight, soffice, volubile… Beh, allora leggetevi questo passo, violentemente satirico,  di Kierkegaard: “Sii sciocco, coltiva oggi un’opinione, domani un’altra e, vedrai, tutte le difficoltà spariranno”, e ancora: “coltiva un’opinione anonimamente , un’altra col tuo nome, una a voce, un’altra per iscritto,  una come funzionario, un’altra come privato cittadino, una in qualità di marito, un’altra nel club…”. Sembra la descrizione dell’uomo-massa attuale, la cui personalità si frammenta in un kit di identità interscambiabili. Nessuna opinione ha conseguenze. Trascorriamo da una identità all’altra con leggerezza. Questo passo l’ho tratto da un libro  che consiste in una serie di articoli   di Soren Kierkegaard: Io voglio onestà (Castelvecchi, con introduzione di Alberto Siclari),

Il ‘68 causa di tutto il male e (forse) di tutto il bene

Per Eric Zemmour e per il suo potente,  imperdonabile, appassionato Il suicidio francese (Enrico Damiani Editore)  i mali del nostro tempo, almeno in Occidente,  vengono dalla generazione del ’68 , cosmopolita,   trasgressiva,  libertaria, edonista, che gestisce  i  media e che decide cosa è “cool” e moderno (anche nel recente dibattito sulla Brexit è affiorato un tema del genere, con la contrapposizione tra presunte èlite illuminate e popolo arretrato). Zemmour ignora  l’anima   umanistica  e antiburocratica  del ‘68 – io me la ricordo, avevo 15 anni, e per  momento sembravano sparite le distinzioni di ceto e le gerarchie di potere –  , quella di cui parlò Elsa Morante in un libro che uscì l’anno prima, Il mondo salvato dai ragazzini.   Ma dargli torto quando sottolinea la deriva consumistica dei famosi slogan «è proibito proibire» e «godete senza ostacoli”? Per lui i veri eroi sessantotteschi  sono Steve Jobs e  Bill Gates, la   figura   del (falso) simpatico che si trova ad essere un vero tiranno. Da lì si origina anche l’attitudine a dissacrare tutto, che si ritrova nella pubbliità,  di cui parlò anche Pasolini.  Solo che per me la risposta deve partire dal ’68 stesso, da quella tensione utopica che attraversò l’intero pianeta. Recentemente ho letto che in Italia quell’anno ci furono pochissimi delitti di mafia: non si trovava più qualcuno disposto ad ammazzare per un pugno di lenticchie!

I veri romani

Né in cielo né in terra (Exorma) di Paolo Morelli, in parte ispirato al film “Fantasmi a Roma” di Pietrangeli, ritrae  la microepica di una comunità – un palazzo fatiscente a Trastevere –  . I modelli letterari potrebbero essere Celati e Calvino: lo sguardo svagato  di un flaneur e la trasformazione di ogni esperienza in gag stralunata. Lo stile, giocoso e aforistico, fa pensare poi alle Operette morali riviste da un Buster Keaton taoista! La frase ritmica di Morelli cerca una riproduzione del parlato. La filosofia è un “materialismo” insolito. L’ esterno influisce sull’interno, la “postura” sulle idee che si hanno: infatti con un buon orecchio si possono percepire le  telefonate “orizzontali”, fatte da chi è disteso su un divano. Il libro è anche  meditazione sullo stoicismo universale da sempre professato nella città eterna. Perché “l’uomo romanesco sopravvive, come residuo, forse indistruttibile, dell’anima  di Roma”, e anzi gli attuali romaneschi non sono altro che gli eredi di una fazione perdente dell’antica Roma: si tirano in disparte, “per scelta o fallimento o persecuzione”.

Ellroy-Califano

Per mettere a fuoco  la personalità di James Ellroy, autore di alcuni romanzi memorabili (da L.A.Confidential a Tabloid americano) occorre pensare a un singolare mix di  Dashell Hammett, maestro dell’ hard-boiled, e di Franco Califano. In  questo vivacissimo libro di interviste  – Ellroy confidential. Scrivere e vivere a Los Angeles, Minimum Fax,), lo scrittore, definito il “cane diabolico” del noir, ci  mostra infatti la sua tenera spavalderia, la sua innocente volgarità (turpiloquio esibito), i suoi modi  brutali da ex “coatto”.  Dice preferibilmente  “negro”, non “nero”, si autodefinisce bianco, eterosessuale,  anglosassone (“wasp”) e   di destra, adora  il presidente Reagan, non sopporta i radical chic e  tutti quelli che “vogliono fare gli artisti e non hanno nemmeno deciso se essere gay”…Ed è capace di enunciare frasi insopportabili come questa: “Amo la vita. Me lo fa venire duro, la vita” (quasi il peggior Califano!). Ma non lasciatevi ingannare:  razzisti e omofobi sono i suoi personaggi, mica lui, che odia nichilismo e cinismo.  Tanto che a un certo punto dirà: “Robert Kennedy aveva degli ideali, ed è una cosa che gli uomini corrotti non possono sopportare”. E anche: “l’intolleranza si sbriciola quando incontri il singolo individuo… magari ti stanno antipatici in gruppo, ma poi  li incontri individualmente e  ti rendi conto che sono persone splendide”. Inoltre  disdegna l’ “alta società”  perché  “non fanno entrare ebrei e neri, e non è una bella cosa”.

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