Lo “strappo” della letteratura italiana attuale di FRANCESCO LONGO

Il Novecento, si sa, è il secolo delle insidie. Anche le storie letterarie faticano a tirare linee dritte e a disegnare mappe che registrino passaggi di consegne tra autori: è un’impresa tracciare genealogie e influenze tra scrittori novecenteschi. Nell’ultimo libro di Giorgio Ficara, Lettere non italiane. Considerazioni su una letteratura interrotta (Bompiani, pp. 337, euro 13) la riflessione punta a risolvere un quesito chiave: esiste una continuità o una frattura tra i più recenti scrittori italiani e la tradizione?

La domanda è interessante. Ficara riscontra una discontinuità “formale e fondamentale” tra contemporanei e moderni. Per Ficara, Manzoni e Gadda sono continui, mentre Gadda ed Eco sarebbero discontinui. Non solo, dunque, la letteratura oggi è debole e indigente, ma uno strappo l’avrebbe allontanata dalla sua stessa storia. “Perché il romanziere italiano contemporaneo, con il suo idioletto planetario, indefinitamente traducibile e deducibile dall’informazione, ha rinunciato alla continuità con se stesso, con la sua stessa letterarietà e i suoi fondamenti?”, si chiede Ficara, saggista e professore di letteratura italiana a Torino. “Perché scrive in ‘una specie’ di inglese, quello astrattamente parlato in tutti gli aeroporti del mondo?”. Arbasino sarebbe più vicino a Gadda che ai suoi colleghi contemporanei, mentre Walter Siti sarebbe un perfetto estraneo se posto accanto a Beppe Fenoglio.

Su molti autori Ficara sorvola rapidamente, (Saviano e Moccia occupano la stessa pagina) e l’unico autore che sembra aver risacralizzato il romanzo pare Alessandro Piperno. Per il resto, il romanzo darebbe il meglio di sé quando è contaminato, quando si incrocia con altri generi, visto che la narrazione ormai è ovunque. “Ci sono più narrazioni che cose” è una delle frasi illuminanti del libro. Gli autori a cui Ficara dedica delle vere e proprie analisi sono così eccentrici che non permettono però di affrontare davvero la questione sul Novecento: dedica capitoli a Francesco Biamonti, Sergio Atzeni, Giuseppe Conte, Franco Cordelli. È questo il suo canone?

Fino a circa pagina 100, Lettere non italiane sembra dunque voler indagare prestiti tra autori, individuare eventuali solchi, mettere in guardia il lettore da svolte stilistiche e lessicali, e denunciare apostati che avrebbero rinnegato la tradizione. Poi però, per oltre 200 pagine il libro affronta temi molto vari: la condizione del romanzo, la non-fiction, la condizione della critica, la differenza tra letteratura alta e letteratura bassa. Alcune domande sono acute e giuste, ma è difficile dire altrettanto delle risposte spesso indebolite da una minore messa a fuoco. È vero che la critica è anche il territorio delle domande – più che delle sentenze – ma alcune piste suggerite risultano eccessivamente vaghe. Dov’è oggi il romanzo? Ficara risponde: “Sta negli angoli di altri libri e discorsi, diventa divagazione, digressione, si nasconde nei crocicchi dei generi, all’intersezione di erti sentieri peregrini”.

Lettere non italiane è composto sostanzialmente di ritratti vividi e dotti che vanno da Alfonso Berardinelli a Gabriele D’Annunzio, da Mario Novaro a Gadda, passando per l’esplorazione della Sicilia di Tomasi di Lampedusa e finendo nell’India visitata da Pasolini. Il lettore però è spiazzato da questo percorso. L’interrogativo iniziale – l’eventuale frattura tra una tradizione e gli scrittori di oggi – è abbandonato troppo presto e alla fine sembra che quasi tutto quello che Ficara aveva da dire sulla questione sia esaurito nelle prime pagine della “Premessa”. L’idea che ha mosso questo libro è molto interessante e ambiziosa, ma forse anche Ficara non è riuscito a sfuggire dalle insidie del Novecento.

 

1 Response

  1. paolo morelli scrive:

    non ho letto Ficara, ma sono contento. sono anni che dico le stesse cose, pur senza distintivo. tutto è ben inconsapevole, eppure soggiace al desiderio di farla finita con l’arte indocile, divergente, delinquente (o semplicemente necessaria), a favore di una gioielleria da salotto. all’uopo è stato reclutato un manipolo di utili idioti in veste di funzionari, col compito di dimostrare finalmente il mondo nuovo coi loro scritti. quando saranno sicuri che il lavoro è finito inizierà il lavoro saggistico al riguardo. sempre dalla parte della morte.

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