Intervista a Mario Andrea Rigoni

FILIPPO LA PORTA: Sei un maestro dell’arte del racconto  – ricordo l’ultima bella raccolta, Estraneità (Scuola di Pitagora), e poi quella precedente Dall’altra parte (Aragno 2009) – , accanto a pochi altri autori contemporanei (Piersanti, Carraro, Debenedetti). Come mai questo genere italianissimo, almeno a partire dal Novellino (per Calvino si tratta  della “vera vocazione della letteratura italiana”) è così negletto dalla nostra editoria? Eppure in un’ epoca come la nostra caratterizzata dalla “velocità” e dalla “leggerezza” (due delle lezioni americane di Calvino), segnata dal dominio del video – da  videoclip, spot commerciali, serial televisivi – proprio la narrazione breve sembra essere quella più congeniale all’esperienza frammentaria (Edgar Allan Poe codificò il racconto moderno sottolineandone i due elementi costitutivi: “brevità e intensità).

MARIO ANDREA RIGONI: In realtà non mi so spiegare questa contraddizione.  Si può solo osservare che in America i racconti vengono pubblicati abitualmente sia in rivista sia in volume, come anche che i migliori vengono raccolti in antologie, mentre da noi il genere, pure essendo quello nel quale la narrativa italiana nel corso dei secoli ha dato forse il meglio di sé, è ancora disdegnato: nel migliore dei casi è relegato al ruolo di riempitivo o di intrattenimento. L’editoria non ne vuole sapere. Sembra in effetti che in Italia il lettore comune, compreso quello che magari compra soltanto uno o due libri all’anno, preferisca sempre un  romanzo, anche lungo, a una raccolta di racconti.  Non ama che il filo si rompa continuamente, che la vicenda o la scena muti di frequente… Sarà per un certo bisogno di continuità, proprio in contrasto con la frammentarietà dell’esperienza quotidiana? Forse il romanzo rassicura di più…

Non so se si possa prevedere una ripresa del racconto presso il grande pubblico, ma si può notare che un altro genere “breve”, del tutto dimenticato in Italia fino a pochi decenni fa, che tu non ami molto, credo, ma che gode di una tradizione universale e gloriosa, voglio dire l’aforisma, è poi venuto di moda, perfino troppo! Potrebbe andare così anche per il racconto…

 

FILIPPO LA PORTA: Qual è secondo te la vera differenza con il romanzo? E’ una differenza non solo, evidentemente, di lunghezza, ma di ritmo, di logica narrativa? Davvero in un racconto sono particolarmente importanti l’inizio (che introduce  subito nel nucleo tematico) e la fine (che consiste generalmente in un colpo di scena, in una rivelazione)? Babel associava il racconto all’arte figurativa, Cortazar diceva che un racconto è una fotografia e un romanzo un film…

MARIO ANDREA RIGONI: Si tratta evidentemente di due diversi tipi di economia della rappresentazione. Le metafore del rapporto fra l’uno e l’altro si potrebbero moltiplicare: il racconto assomiglia a un’avventura e si apparenta alla lirica, caratterizzata dalla brevità e dall’intensità; il secondo a un matrimonio e si apparenta all’epica (della quale in effetti prende il posto), caratterizzata dalla diffusione e dalla regolarità. E come l’epica si può considerare una lirica lunga così il romanzo si può considerare un racconto lungo, ma il racconto precede idealmente e cronologicamente il romanzo, che è una costruzione complessa e richiede un piano molto articolato. Un grande romanziere come Faulkner stabiliva una gerarchia letteraria che aveva al culmine la poesia: subito sotto veniva il racconto breve e solo da ultimo il romanzo. Infine occorre dire che vi sono casi di confluenza dei due generi: Tonio Kröger di Mann, che amo molto per la ricchezza, la modernità e l’esemplarità dei suoi temi, è un racconto o un romanzo? Un racconto lungo o un romanzo breve?

 

FILIPPO LA PORTA: Amo il racconto, i migliori in assoluto di tutti i tempi sono per me “La tigre nella giungla” (H.James, racconto lungo) e “Primo dolore” (Kafka, racconto breve), seguiti dal “Cenno” (Maupassant) e “Era lei!” (Cechov), recentemente adoro John Cheever.  Mi piacerebbe sapere  la tua top five…Eppure ciò  che nel  racconto  non troverà mai posto  è  quella parte di opacità, di zavorra, di non-senso, perfino di noia, che fa parte della totalità dell’esistenza. E infatti Moravia , che ha “frequentato” entrambi i generi, ha scritto che il racconto proviene da un’arte “più pura, più essenziale, più lirica, più concentrata e più assoluta di quella del romanzo”. Ecco, forse in questa sua  maggiore “purezza”, in questa programmatica eliminazione  di ciò che è inessenziale, potrebbe risiedere un suo limite.

MARIO ANDREA RIGONI: Non saprei farti una classifica… Posso dirti certe mie preferenze, a titolo indicativo. Alcune novelle del Boccaccio, come quella di Lisabetta da Messina o di Griselda; La morte di Ivan Il’ič di Tolstoj; Il messaggio dell’imperatore di Kafka, la Storia immortale della Blixen… Non direi però che il racconto non possa rappresentare ciò che rappresenta il romanzo: solo l’articolazione è diversa.

 

FILIPPO LA PORTA: Ti espongo la mia teoria portatile del racconto. Se la letteratura è ritorno del rimosso (Orlando), mi sembra che nel caso del romanzo il rimosso ha poi tutto il tempo (e il modo) di essere quasi riassorbito, neutralizzato nei tempi lunghi della trama, di essere imbrigliato di nuovo dalla scrittura. Mentre nel caso del racconto breve non c’è il tempo per farlo! Dunque il rimosso vi torna e si manifesta in modo così fulmineo che non può essere addomesticato in alcun modo. Resta come dissonanza e trauma.. Per questa ragione il racconto, anteriore alla nascita della borghesia e al romanzo (genere del compromesso), è invece il genere della trasgressione e della perversione. Concordi?

MARIO RIGONI: È un’interpretazione interessante… ma credo che niente si possa stabilire a priori. Dissonanza e trauma possono essere potentemente rappresentati anche nel romanzo, come avviene in Faulkner o Céline, non ti sembra?

 

FILIPPO LA PORTA: Sei tra l’altro uno dei maggiori studiosi di Leopardi, dunque ti chiedo un parere sul film di Mario Martone, che ha peraltro un bellissimo titolo (è una definizione di Anna Maria Ortese). Secondo me Il giovane favoloso è per due terzi piatto, didascalico, recitato degnamente, come un vecchio sceneggiato televisivo, poi a Napoli diventa più intensamente poetico, forse è perché lì affiora la verità di Leopardi, il conflitto irrisolvibile – sul piano del pensiero come su quello dell’esistenza – tra l’arido vero e le illusioni che intensificano la vita, tra natura benigna e natura matrigna (non è vero che alla fine diventò solo nichilista: le due anime sempre coesistono). E appunto ci voleva Napoli, perché solo in quel reame della “marioleria universale”, al di là di cliché e rappresentazioni “coloniali” della città, Leopardi esce allo scoperto: i lazzi e le buffonerie dei mariuoli diventano una immagine, benché degradata e contigua all’orrore, della sospirata vitalità (non diversamente pensava Nietzsche a Napoli).  Ti ricordo che, anticipando Baudelaire per Leopardi l’abbrezza da vino prefigurava, sia pure rozzamente, il mondo degli “errori” che intensificano il sentimento vitale. Che ne pensi?

MARIO ANDREA RIGONI: Sì, il titolo del film è felice, anche se molto letterario. Bella la fotografia. Ma il personaggio di Leopardi ha il limite di essere rappresentato solo dall’esterno, talvolta – soprattutto all’inizio – con effetti quasi caricaturali. Non si intravede in nessun modo quella personalità geniale, quella vita interiore e quella luce poetica che sicuramente si riversava anche sull’aspetto fisico, per quanto sgraziato fosse, di Leopardi. Inoltre non gli avrei messo in bocca le sue stesse poesie. Molto meglio – è forse il momento migliore del film – la voce fuori campo che recita alcuni versi della Ginestra durante l’eruzione del Vesuvio (che è un innesto immaginario, ma plausibile). Sono d’accordo che Napoli corrispondesse più di altri luoghi alla curiosità e alla sete di vita di Leopardi.

1 Response

  1. Emanuela Breda scrive:

    Buongiorno, sono una semplice lettrice sia di romanzi che di racconti e vorrei esprimere un parere relativamente alla vostra interessante intervista.
    Credo sia veramente difficile poter fare una classifica di gradimento tra questi due generi letterari: che sia corta quattro pagine o lunga cinquecento, una storia, oltre che a essere ben scritta e strutturata, deve essere avvincente, svilupparsi in profondità e trasmettere una pienezza di significato per poter conquistare un lettore.
    Per una questione puramente caratteriale, posso dire di prediligere le raccolte di racconti ai romanzi. La lettura dei racconti è più veloce e il rischio di annoiarsi si riduce al minimo. La raccolta o antologia di racconti inoltre ha il privilegio di far calare il lettore in storie diverse, permettendo di esplorare nuove ambientazioni, svariate tematiche, differenti personaggi e offre la possibilità di saltare da un racconto all’altro, a seconda del titolo che più incuriosisce, senza pericolo di perdere un qualche filo logico.
    A questo proposito, tra le varie raccolte di racconti che ho letto ultimamente, c’è anche “Estraneità” di Mario Andrea Rigoni, che ho apprezzato moltissimo.
    La raccolta è composta di dodici racconti accomunati dal sentimento del disincanto e della disillusione nei confronti della realtà, espressi in una prosa lineare, molto elegante, perfettamente in sintonia con le storie narrate. Mi è talmente piaciuta che, nel giro di poco tempo, ho cercato di reperire tutto quello che ha scritto Rigoni, tra cui anche i suoi libri di aforismi…altro genere letterario ancora; questo per dire che è la sostanza di ciò che viene scritto che conquista un lettore, più che il genere di appartenenza.

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