Più realisti del re. Servilismo e rassegnazione nella narrazione italiana contemporanea di PAOLO MORELLI

Molto in generale, tutta la narrativa europea contemporanea assomiglia ad una affranta processione verso il Reale. Più realisti di qualsiasi re si sia succeduto sulla faccia del continente incedono cempennando, da ogni parte scendono in fila verso l’Idolo giù in basso, o salgono, dipende dai punti di vista, in un’atmosfera che vista da fuori ricorda più che altro Le meraviglie del Duemila di Emilio Salgari.

Forse però in nessun paese il diktat di appartenenza alla setta è così feroce come in Italia, e ci vorrebbe un’indagine molto complessa per decifrarne le ragioni. Auto-fiction, reportage, inchieste, memorie presunte basate su fatti ‘veri’, e poi tutti gli ingredienti del nuovo giornalismo, la costruzione scena per scena, il dialogo dettagliato, l’uso del narratore onnisciente. La mera possibilità che la realtà cosiddetta non esiste se non è espressa, e che sia invece la nostra espressione a dargli forma, e quindi ancora il reale non sia altro che il mondo espresso con le parole non fa più parte di quei sani dubbi o vaghezze che da sempre hanno ispirato la letteratura. Che la totale esperienza del mondo dipenda dall’orientamento della mente, quindi poi l’ovvio che il mondo stesso a sua volta dipenda da come lo si guarda cioè a dire ragionevolmente potrebbe pure non esistere, non fa parte del ‘bagaglio tecnico’. Nemmeno spesso si arriva alla constatazione che il reale è quello che avrei voluto fare e non ho fatto perché ero impegnato a scrivere. Tutti o quasi parlano di un io molto riconoscibile nel narratore stesso, molte volte infatti l’attante è uno scrittore o aspirante tale. Io, io, io, non si sente dire altro, seguito da un passato remoto a dare quel tocco d’importanza che dicono ‘letterario’. E poi soprattutto e prima di tutto fatti ‘reali’ uno dietro l’altro, vale a dire quanto di più pressante, e inconsistente, ci offre l’informazione.

Badate che non stiamo parlando di una corrente, anche principale. Meno che meno di un rigurgito del verismo o di quello che nel dopoguerra faceva da coscienza critica della nazione e si stagliava a volte come testimonianza storica, consapevolezza, autentico desiderio di verità e sincerità. Qui parliamo di un’idolatria insensata, servile, un’acritica acquiescenza a un feticcio imposto dall’industria attorno al quale tutti devono ballare, altrimenti sono eretici e vanno curati con la censura del silenzio. Qui parliamo di una narrazione fortemente centrata sull’identità, e come si sa ogni narrazione identitaria celebra la ripetizione, confermando in chi la legge l’appartenenza e la condivisione perlopiù acritica ai valori di chi l’ha scritta, gli conferma ciò che già conosce facendolo pensare guarda un po’ il caso, è così che la penso pure io! Narrazioni che solo ripetono a pappardella le parole apprese dai giornali o dalla tivù, nelle inchieste o sui social sulle quali è sottesa l’ideologia dominante, conservatrice, narcisista come un selfie e modaiola di un realismo che non è per niente osservazione del mondo come credono tali autori ma serve solo a chi osserva per vedere riflessa la propria faccia.

La pressoché totale vacanza dal pensiero che gli scrittori italiani si sono presi in questi ultimi anni li pone al di qua di ogni ragionevole dubbio: la Realtà è un fatto tangibile, incontrovertibile ed eterno, quasi. Oppure molti fatti che si susseguono su una linea retta, come nel gioco della Pista Cifrata sulla Settimana Enigmistica, e quello che appare alla fine è la storia (quasi verrebbe da scrivere con la maiuscola per quanto è diventata importante, solo che non si può). È così che si trovano a fare da scorta ai politici, grandi utilizzatori finali della parola narrazione, per i quali esiste solo l’emisfero sinistro a dare un senso al mondo che credono di dominare. Quindi: si parte da fatti veri, per giungere ad altri che, quasi per compulsione, sono ‘inventati’, sono fiction (a proposito, che bella questa parola! E come suona bene! Soprattutto perché non significa niente!), quindi un ibrido già stantio al momento di elaborazione sulla pagina. Nella vacanza non si sono nemmeno accorti di come l’informazione realizzi a pieno l’idealismo metafisico hegeliano per cui tutto il reale è razionale e tutto il razionale è reale; se la realtà esiste solo al livello della razionalità, il mondo dei fenomeni è un riflesso della mente che ha accettato passivamente la smaterializzazione delle esperienze come segno dei tempi ineludibile e accorgendosene molto poco oltretutto, non solo quindi chiamandosi fuori dalla vita ma presumendo che non vi sia più un futuro e anzi scommettendo e sopravvivendo solo grazie al senso nichilista della fine.

Non li sfiora nemmeno da lontano il dubbio che la concezione finora dominante non funziona più, quella che tende a contrapporre il tempo autentico, il tempo interiore della coscienza al tempo esteriore del mondo, quella che ha sì consentito la costituzione del concetto di coscienza individuale come luogo di emancipazione, ma bisogna ormai constatare ha pure ridotto e di parecchio la nozione di razionalità, e la riduce di giorno in giorno. E questo forse perché le condizioni percettive e cognitive sono talmente cambiate da renderla inadatta, oppure c’è un’irriducibilità del nostro tempo psichico a quello informatico che tende, anzi pretende una simultaneità tra azione e reazione… Abbiamo gettato via un universo di conoscenze per ridurci in un angoletto angusto, terrorizzati come bestie braccate. Ma questo è l’ultimo dei problemi per coloro.

Quindi ancora l’esatto contrario di quello che ha sempre fatto l’arte, o almeno la letteratura, disdegnando l’asserzione, l’asseverazione primigenia dei fatti a favore della ‘verità narrata’, ossia una franca menzogna Per millenni i sogni dell’arte avvenivano prima della supposta realtà, non dopo l’ultima inchiesta giornalistica di cui sono il sequel impotente e morboso. Sentiamo al riguardo la Ortese: “Il realismo dovrebbe essere un’arte di illuminare il reale. Purtroppo, non si tiene conto che il reale è a più strati, e l’intero creato, quando si è giunti ad analizzarne fino all’ultimo strato, non risulta affatto reale, ma pura e profonda immaginazione”. Del resto, lei ha scritto di ‘ricordi della vita irreale’…

Tutti più o meno fabbricano trame da sceneggiare, non si sono nemmeno accorti che non si può più descrivere, solo provare a mostrare (ma per quello bisogna essere capaci) e “al romanzo resta solo uno spazio: l’emotività diretta” come già avvertiva Céline. E dove si trova l’emotività se non nell’acre esperienza del pensiero? Perché per diventare realtà, natura e società le cose del mondo devono essere ripensate, altrimenti tornano irreali come sono sempre state e sempre saranno.

E non solo, ma per gli odierni scrittori dell’ex-Belpaese (quando si generalizza si è sempre scortesi con la verità, ma le eccezioni sono a tal punto emarginate da non lasciare dubbi al riguardo) le cose del mondo sono lì pronte, con la targhetta sopra che ne designa il nome, non c’è bisogno di altro che spostare l’attenzione di un grado o anche mezzo per avere la denominazione d’origine ‘creativa’, l’attributo insolito e siamo già nel regno della letteratura, perfino alta, se si appartiene a un gruppo di potere abbastanza forte da importi al mercato. Le righe scorrono una dietro l’altra. La vita non è altro che una carriera.

Hanno il senso della realtà, si potrebbe dire, quella di chi ha un solo mondo possibile, quello che gli viene imposto. È il mondo del possibile nella versione assolutistica, il cui ogni verosimiglianza converge inesorabilmente verso lo zero. Realtà uguale verità, verità vera. In questo regno la realtà è percepita come oggettiva e il pensiero, o quello che ne rimane, è utilizzato per determinare cosa sia reale. In questo mondo accade solo quello che già si sa.

“Attenti alle dimensioni del sociale!”, non si sente dire altro nelle riunioni della Controriforma editoriale. Anche il metodo industriale che sottende alla scelta ‘estetica’ è preso di peso dalla cultura dei media: “Diamo alla gente quello che vuole!”, vale a dire l’inflessibile tracciato elicoidale verso il basso che garantisce dei clienti, pazienti e silenti. Difatti il lettore non sopporta più niente ormai, non è più abituato alla ricchezza e all’ambiguità delle parole, alla malia del discorso, e la mediocrità si fida solo della forza di gravità. Diamo alla gente quello che vuole significa e vuol significare che abbiamo il senso della realtà appunto, che rincorriamo i mutamenti solo peggiorativi che ci propone l’odierno.

Nessuno scarto, niente di indocile, al massimo una ricerca di ‘originalità’, bravi bambini che stanno attenti a non rompere niente. Nessuna presa d’atto ad esempio della possibilità di un’altra forma del manifestarsi di comportamenti e modi d’essere capace di fornire strumenti che restituiscano un reale per quanto possibile sottratto ai condizionamenti percettivi prodotti dalla Storia, dalla razionalizzazione (è l’imperialismo della ragione che non si accorge di essere), dal senso comune, senza che ciò implichi che quel reale sia più reale di un altro, ma soltanto un’alternativa. Cioè la ricerca di un aspetto del reale (minuscolo) in alternativa a tanti altri pure attivi e dunque di un linguaggio (che, è meglio ripeterlo, è il solo modo di esprimersi del reale) che con le sue carenze, afasie, sbandamenti raggiunga, in discesa, i livelli e i movimenti del corpo fuggendo dai sospiri dell’anima e dall’esibizione, in bella mostra, delle certezze presunte della mente. Nessun dubbio che provi ad acclarare la connessione tra epistemologia della certezza e tendenza all’autoritarismo, meno che meno che l’assassino della vaghezza da parte della presunzione di certezza si porti dietro l’aria di caserma. Ecco come il diktat assoluto della drammatizzazione del reale diventa garante dello statu quo, la garanzia di mantenimento della macchina mitologica del vittimismo e della rassegnazione.

Niente è più reale del niente, diceva Beckett. Così sono fatte di nulla certe sensazioni, e appaiono alla fine infondate perplessità e illazioni. Magari lo scenario, invece che Salgari, ricorda una deformazione alla Bosch, quello di “Guarda, non c’è quel che c’è”.

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