Rifiuti editoriali Francesco Longo

“L’unica conclusione a cui sono dovuto giungere è che non sono uno scrittore”, disse Italo Svevo a James Joyce. Lo stesso Joyce, anni dopo, vedendo rifiutata la pubblicazione del suo Ulysses in volume andò nella libreria parigina Shakespeare and Company, e disse a Sylvia Beach: “Ora il mio libro non uscirà più”. La storia dell’editoria è soprattutto una sterminata parabola di rifiuti e incomprensioni. È la grande narrazione di abbagli e delusioni, di aspiranti scrittori che vivono per vedere pubblicato il loro libro e di editori che intuiscono il potenziale di un’opera e di altri che resteranno nella storia per clamorose cilecche.

In questi ultimi giorni si è tornati a discutere del romanzo Dalle rovine, esordio di Luciano Funetta (ora uno dei 12 libri candidati al premio Strega) ma soprattutto della sua vicenda editoriale. “Pare che il dattiloscritto abbia impiegato quasi due anni a trovare una collocazione editoriale, subendo continui rifiuti da tutte le case editrici principali e secondarie. Il testo veniva considerato troppo anomalo, fuori dai canoni, estremo”, ha scritto Matteo B. Bianchi.

Raccontando la vicenda del suo romanzo in un’intervista, Funetta ha parlato di “invii, lettere di rifiuto che sembravano encomi ma che celavano tutto ciò che una lettera di rifiuto può portare con sé, ovvero lusinghe, critiche aspre, buone osservazioni, frustrazione (da parte mia). Ci sono state anche lettere di rifiuto che avevano l’aria di referti psichiatrici. Referti per niente rassicuranti. Le migliori”.

Come si comporta Funetta davanti a queste porte chiuse? “Ho provato ad aggrapparmi alla vecchia storiella di Faulkner (o di Sherwood Anderson, non ricordo), che teneva inchiodate ai muri della sua camera trentadue lettere di rifiuto. Sono aneddoti che aiutano ad andare avanti, soprattutto se riesci ad ammettere di non essere Faulkner e di non poter neanche sperare di essere vicino al talento ultraterreno di Anderson. Poi, quando già avevo iniziato a lavorare ad altro, alcuni editori si sono fatti vivi”.

I rifiuti letterari compongono una mitologia sempre troppo poco esplorata. I casi sono celebri e ognuno di questi racconta un’epoca e una patologia del mercato. Fu rifiutato Lolita di Nabokov, “per gran parte è nauseante”, e il suggerimento per l’autore fu: “Consiglio di seppellirlo sotto una pietra e tenerlo lì per almeno mille anni”. Ricevette obiezioni critiche Melville che cercava di dare alle stampe Moby Dick: “Primo, per sapere: deve essere proprio una balena? Capisco che sia un ottimo espediente narrativo, per certi versi addirittura esoterico, ma vorremmo che l’antagonista avesse un aspetto potenzialmente più popolare tra i giovani lettori. Per esempio, il Capitano non potrebbe essere in lotta con la propria depravazione verso giovani e magari voluttuose signorine?”. Il Telegraph ha raccolto qualche anno fa alcune di queste celebri sviste.

In settimana, Paolo Pecere ha scritto un divertente testo, una lettera di rifiuto a Proust. Nella parodia delle attuali disfunzioni editoriali, la lettera a Marcel arriva addirittura quando lo scrittore è già morto: “Caro Marcel, ho finito di leggere il tuo manoscritto Alla ricerca del tempo perduto, che mi hai sottoposto per la pubblicazione. Mi scuso vivamente per il fatto che questa risposta arrivi dopo la tua sopravvenuta morte. Sono stato incasinato, mi cospargo il capo di cenere”. Pecere fa il verso a molti vizi che orientano gli editori alla ricerca di un successo sicuro: “Da editore io vedo nel tuo libro un possibile ‘memoir’. Come tale avrebbe la sua vendibilità, lavorandoci a dovere”, dice questo grottesco editore a Proust.

La domanda che pone alla fine Matteo B. Bianchi, a proposito dei tanti rifiuti di Funetta, si moltiplica in forza e in amarezza nella lettura del testo di Pecere. Scrive Bianchi: “la ricerca è orientata verso titoli più convenzionali, in grado di dare maggiori rassicurazioni ai librai e ai lettori. Uscire dal seminato oggi appare più difficile, più rischioso, una scelta che oggi non ci si può permettere. Ma davvero è così? I momenti di incertezza non dovrebbero essere proprio quelli nei quali ha più senso azzardare per cercare nuove direzioni? Più filosoficamente, un editore che rifiuta un testo anomalo, non perché non ne riconosca il valore, ma perché non sa come collocarlo sul mercato, non sta rinunciando al senso stesso del suo lavoro, ossia la capacità di proporre cultura, di aprire dibattiti e nuove strade?”.

1 Response

  1. Armanda Capeder scrive:

    Potrei inserirmi nel novero degli autori rifiutati, non per il testo “Fascisti!” che non avevo inviato a nessuno, ma per la semplice sinossi non più lunga di una cartella, in cui avevo riferito che la mia storia era ambientata in una piccola città del Nord negli anni in cui governava il Fascismo, approvato da circa il 90% degli Italiani, fatto realmente accaduto che sarebbe stupido negare. Ero certa di avere ricostruito le atmosfere di allora, le abitudini, le ingenuità, i piccoli vizi umani e credevo di avere fatto un buon lavoro, ma come potevo trovare una conferma?
    Sapevo che non era un argomento gradito, quindi specificavo nella sinossi che non si trattava di un testo politico, e che non mi ero permessa alcun giudizio, lasciato ai lettori.
    Non ho mai ricevuto risposta, nemmeno la richiesta di leggere il testo per poterlo giudicare.
    Due soli editori mi hanno invece inviato un’ipotesi di contratto, che conservo, senza neppure averlo letto, basandosi sulla mia -nota fama di scrittore valido e colto ecc. ecc.-
    Mi si avvertiva tuttavia che mi sarei dovuta impegnare a partecipare alle spese di stampa e pubblicità, per poterne fare un best seller.-
    Ovviamente ho seguito gli esempi precedenti, e a mia volta non ho risposto.
    Ho dovuto attendere 25 anni prima di incontrare casualmente Enrico Damiani, che in poche settimane ha chiesto di leggerlo e l’ha pubblicato.
    Ha azzardato, perché stampare una vicenda di fascisti onesti, sinceri, in buona fede a 70 anni di distanza, rinunciando ai soliti personaggi ridicoli, fanatici, avidi, drogati, pazzoidi, come sono apparsi nei romanzi e nei film riguardanti il ventennio era un’azione coraggiosa, soprattutto perché coltivava idee liberali sulla stessa linea del padre, e non era certo simpatizzante del passato.
    Si è quindi rivelato un Editore autentico che ama osare e sfidare l’atmosfera stagnante quando gli piace impegnarsi in qualcosa di diverso, e si concede un velo d’ironia nel confronti dei pavidi, divertendosi a mettersi in gioco, per costringere i colleghi a sfoderare la propria pavidità, pur di compiacere il pensiero dominante.
    Sa che non avrà un’esplosione di vendite, perché i potenti eleveranno una cortina di silenzio sul nuovo libro, ma certo della propria intuizione attende, sapendo che a poco a poco il passaparola funzionerà.
    Onore quindi a Enrico Damiani, l’editore che ha conservato il coraggio della sua categoria come era accaduto nel lontano passato, perché tornare alle origini con spirito moderno è pur sempre un grande merito destinato a essere vincente.

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