Sangue dalle rape di PAOLO MORELLI

 

C’è stato un signore corpulento, durante lo scambio di opinioni dopo una lettura in Abruzzo, che alle mie doglianze sullo stato delle cose nella narrativa italiana attuale obiettava che non può che essere lo specchio dei tempi, come tutto il resto. A tempi meschini libri meschini, era più o meno la sua tesi, ma bisognava essere ottimisti, concludeva, altrimenti non si va da nessuna parte.

È un’obiezione meno peregrina di quello che parrebbe al primo ascolto. A mezzo però tra i due momenti della proposizione, un puntiglioso pessimista ce ne dovrebbe mettere anche un altro: in tempi meschini uomini meschini scrivono libri meschini…

Io da bimbo credevo che per fare lo scrittore bisognasse essere una gran persona, dal punto di vista morale perfino. Del resto credevo pure all’Italia come paese del sole e dei mandolini. È vero che non ci ho messo molto a ricredermi: per scrivere dei libri, belli e buoni, si può anche essere dei criminali incalliti. Questo rimane assodato. Nonostante ciò una domanda affiora perversa: se per scrivere dei libri ci vogliono perlomeno degli uomini, libri di qualche valore possono essere scritti da parte di persone di nessun valore?

Ma già, qui il terreno si fa paludoso: chi può giudicare chi? Al massimo potremmo valutare inadeguate alcune persone nell’aspetto tecnico, diciamo così, ma per quanto riguarda il valore esistenziale di una persona nessuno certo può ergersi talmente senza centrare il ridicolo. Ho un amico orologiaio che invidio fino alle bile quando lo vedo intervenire su vitine di mezzo millimetro. Certo non sarebbe così stupido da affidarmi la riparazione di un orologio, eppure credo mi consideri una persona di qualche valore, almeno bastante ad essergli amico.

Comunque sia proviamo a tornare all’obiezione originaria. A questo punto vi sono due scuole di pensiero, diciamo così. Secondo la prima per rispecchiare i tempi che viviamo la letteratura dev’essere necessariamente di scarse vedute, pensare solo all’immediatezza di chi vuole sopravvivere in vita e in gloria (sic!), facendo finta di non sapere che a far così non c’è futuro, né morale né mentale. La seconda scuola praticamente non esiste, se esistesse sosterrebbe che mimesis non può significare ripetere a pappardella quello che propongono i media, con l’aggiunta di qualche aggettivo di dubbio conio. Sosterrebbe pure che da quando esiste la narrazione, vale a dire da quando un Dio s’inventò la storiella della mela, essa non si è mai appiattita sui presunti dati di fatto e con definizioni fisse, non ha mai pensato che il mondo fosse lì fermo, pronto in attesa dell’aulico arrivo del demiurgo con la penna, un giardino botanico con tante belle targhette su ogni cosa che basta mettere una dietro l’altra sulla riga e il gioco è fatto. Questo sosterrebbe, ma non esiste quasi, o se lo fa è nascosto negli anfratti. I primi invece, in bella mostra e con convinzione continuano a sostenere sui giornali e in tv non che va tutto bene, questo no, ma benino almeno, sono pronti a sostenere ogni brivido di positività che percorra il paese, alla schiena si potrebbe dire: è la voglia di ottimismo.

Oltre a quello del facile consenso politico l’ottimismo sembra avere una necessità pratica, di mera sopravvivenza. Per esempio uno non si alzerebbe la mattina se dovesse pensare al risveglio che quasi tutto quello che mangerà gli causerà malattie (dato di fatto, tanto più se il ‘quasi’ è in fin di vita e tra poco utilizzeremo gli standard letali americani grazie al Ttip); o se quello che respira lo fa già ammalare (dato di fatto; e di più, è già forzato costui all’illusione, all’apparenza, al miraggio, come quello di avere un’aria vuota attorno a sé, quando invece dopo che per millenni lo spettro delle onde radio di frequenze superiori a 30 mhz era vuoto, da qualche anno invece milioni di telefoni cellulari operano in una frequenza che varia da 800 a 2400 mhz e in quella gamma le radiazioni prodotte sono ionizzanti o radiofrequenze, roba che sconvolge qualsiasi metabolismo gli capiti a tiro. Alcuni ricercatori hanno illuminato con un sistema a led un corridoio qualsiasi e ne risultava un fumo denso e molto compatto di color giallo…)

Per alzarci la mattina abbiamo bisogno di non sapere, e la rimozione del dato di fatto deve essere continua, visto che siamo persuasi e pervasi a tal punto dall’estasi mistica della modernità che accettiamo e accetteremo perfino la malattia e la morte. La modernità ha l’indulto preventivo, e se qualcuno dice il contrario ecco il pessimista. Potrebbe venire in mente come l’ottimismo sia, di fatto, complice dell’istinto di morte che alcuni sembrano odorare ad ogni pie’ sospinto. E chi sarebbero costoro che si arrogano il diritto di ‘fiutare’ attorno a noi il presunto cupio dissolvi? Ma i pessimisti, non si sono dubbi, come la mosca cocchiera sul carro nella favola di Fedro credono di poterci portare verso il dato di fatto, la responsabilizzazione, in definitiva verso il male…

Non ci si fa, semplicemente non è sopportabile, meglio non sapere, anzi non vivere, ed ecco che scatta l’operazione ottimismo. È sufficiente disconnettere un meccanismo noto come Vita, la cui unica legge forse è quella della causalità, e ci si dovrebbe ritrovare freschi come un neonato, pronti a far fronte alle normali paure che ci offre la giornata. Se l’ottimismo bruto diciamo così sembra significare appartenenza, protezione, desiderio di tranquillità, di pace, di deresponsabilizzazione, altrettanto però appare avere il fiato corto.

Siccome per postulato filosofico sia ottimismo che pessimismo abbisognano di un finalismo, e quanto più universale è meglio è (per il primo miglioriamo indefettibilmente, per il secondo in fondo in fondo non miglioriamo mai), noi allora atteniamoci all’accezione fàtica secondo la quale il primo vede le cose dal loro lato migliore, il secondo dal peggiore. È il famoso bicchiere che il primo vedrebbe mezzo pieno anche se c’è rimasta la feccia, il secondo mezzo vuoto ormai pure se ci manca solo un sorso. Eppure a guardar bene, anche se ci mettiamo di buzzo buono a fare esercizi di ottimismo, è proprio questo che ci manca, il finalismo.

In attesa che le due fazioni s’attestino a partiti politici, ambedue come abbiamo visto con le loro buone ragioni, se restringiamo l’indagine alla letteratura italiana del periodo troviamo una scelta di campo chiara. Qui sono tutti ottimisti, sfornano i loro libri abbastanza convinti di interpretare il loro tempo, fanno affarucci i teneri furbetti del libricino, ci campano bene o male e utilizzano il silenzio come mezzo migliore di esclusione per i pochi pessimisti, i quali sosterrebbero nel caso che la fine è già avvenuta e resta solo la fatica di non accorgersene. Se non sopportiamo più niente, dicono costoro fra le righe dei loro libri, caldo, freddo, pioggia, amori, fedeltà, amicizie, se tutto è diventato ambiguo e pericoloso, perché dovremmo sopportare l’ambiguità e la ricchezza delle parole, la malia del discorso? E allora vai con le frasi brevi, balbettate, parole estratte dall’informazione con quel tanto di tocchetto magico (oggi dicono creativo) che ci ricorda che siamo al cospetto di un autore, di un eletto, di un prestidigitatore, anche se poi in bocca rimane un sapore un po’ patacca.

Se ci atteniamo ai dati di fatto dobbiamo riconoscere come la letteratura italiana odierna, in solidarietà organica assoluta con il proprio tempo scada in società d’affari tra il mondo e lo spirito, disconosca l’ambizione dello stile in cui senso ed espressione cercano un loro proprio folle appuntamento. Al massimo, ma qui già siamo ottimisti, celebra la bravura di una forma come elaborato progetto tecnico, meccanismo compositivo solo illuminato dalla perfezione del proprio funzionamento e non già da un significato, perché quello già lo fornisce l’informazione. Diventa quindi, nel migliore dei casi, l’ultimo tentacolo mediale di persuasione e rassegnazione, arriva dove il video non riesce ad arrivare.

E allora c’è poco fa fare. Di cosa abbisogna l’ottimismo nella letteratura italiana odierna? Ma di esseri umani di stampo mediocre, di scarsa fattura direbbe subito il pessimista, e avvalorerebbe la sua tesi con la radiazione feroce di ogni qualsivoglia forma di pensiero divergente, indocile, che definiva una volta la letteratura tout court.

(Ma il nostro nodo gordiano potrebbe averlo già spezzato qualche anno fa il Dio nella trasmissione di Corrado Guzzanti: se sei indeciso tra il bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto concentrati sulle posate, infatti tuonava. Vale a dire che, alla fin fine, cercare di vivere in maniera degna resta comunque di gran lunga più importante di scrivere dei libri, buoni o cattivi che siano).

1 Response

  1. Armanda Capeder scrive:

    Paolo Morelli ha scritto un testo amaro, terribile per chi già a 10 anni era stato introdotto alla lettura di Fogazzaro, Tombari, e poi Verga, Pirandello e a poco a poco tutti i più noti autori del tempo, e leggeva leggeva, con partecipazione, immaginando perfino che la vicinanza -fisica- lasciasse sulla pelle tracce, come quando sfiori un’ala di farfalla, e ti resta sulla pelle un pulviscolo che ti pare magico. Allora eri convinta di apprendere per infusione diretta, e hai continuato a leggere, certa di essere uno scrittore, perché le idee uscivano da sole quasi sempre già pronte, e ti sentivi felice, non stupidamente e inconsciamente felice, ma perché avevi studiato e credevi di avere capito e di saper giudicare. Ma se le cose stanno come scrive parlo Morelli, se nessuno ti ha mai detto che le tue storie sono niente, che non sono in grado di coinvolgere e suggerire pensieri e riflessioni sui fatti della vita e sulle persone e sui sentimenti, se nessuno sccetta di discutere con te e di segnalarti dove sbagli, allora non ti resta che chiudere il sogno che un giorno qualcuno leggerà i tuoi scritti e li amerà come si ama un confidente in cui riponi fiducia.

    ìè

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