Scrive Morelli (a proposito del nostro “sfogo ragionato”, come lo definisce La Porta, sull’editoria)

caro Damiani,
provo a rispondere.

non è certo semplice continuare un discorso già fatto milioni di volte (senza il benché minimo risultato), neppure per chi riesce ancora a fare delle proporzioni con il passato e nello stesso tempo vive sulla propria pelle l’imbarbarimento.
per prima cosa, l’imbarbarimento non è solo italiano, diciamo che, come per tutto il resto, qui siamo più avanti come stadio della malattia. una mia amica, tedesca e grande traduttrice di libri italiani in tale lingua, poco tempo fa ha chiesto a Klaus Wagembach (editore che un tempo pubblicava molte cose italiane interessanti e ora no) se, oggi, avrebbe pubblicato un nuovo Manganelli, ad esempio. la mia amica si è stupita soprattutto dell’immediatezza della risposta: “No, ma che stiamo scherzando?”. Alberto Manguel, colui che leggeva al Borges quasi cieco, va dichiarando che oggi Borges avrebbe molte difficoltà a pubblicare.
poi, il secondo punto è che si fa fatica a considerare l’industria editoriale italiana come un’industria vera e propria. i bilanci sono gonfiati, le vendite sono gonfiate (è buon uso togliere sempre lo zero finale), le bolle finanziarie si allargano, si sopravvive con mezzi legali (sovvenzioni e facilitazioni statali) e illegali (conosco ben due case editrici ‘medie’ ma ben note e ‘nobili’ che riciclano soldi sporchi; una novità di cui sono da poco a conoscenza è l’uso di comprare libri per nascondere il passaggio di mazzette, è una delle ragioni per cui i politici scrivono romanzi…).
e allora, se non di una vera e propria industria si tratta, che cos’è? quello che appare fuor di dubbio è che di attenta politica culturale si tratta: a riprova, l’attuale concentrazione su tutte le azioni possibili al fine di perdere i lettori forti, come dimostrano le statistiche: sono quelli che vanno fiaccati rendendo la vita insulsa e anzi impossibile al quel milioncino di persone che sanno, anche vagamente, quanto può essere potente un libro.
e allora la domanda ulteriore è: chi è e dov’è il responsabile, il cattivo, il tiranno? ma è una domanda patetica, com’era patetica la gioia con cui le opposizioni in questo paese hanno supportato l’epoca berlusconiana, proprio perché ci forniva l’immagine di quel tiranno.
non c’è più il tiranno, almeno così la vedo io, nessuno orchestra la capillare scelta dei mediocri che s’avvita sempre di più fino ad arrivare al nulla (avviene nella vasta società, ma avviene pure nelle altre arti: si sceglie un Allevi, un Cammariere, un Muccino etc. per avere garanzia di un metro sempre più basso; nel frattempo si eliminano nel silenzio tutti i tipi di vitalità). o meglio, sempre per come la vedo io, è l’istinto di morte che s’è slacciato, il cupio dissolvi, e su questo c’è poco da metterci mano.
ma per concludere quello che sta assumendo i caratteri dello sproloquio: cosa si può fare, ancora, dopo aver tentato di tutto? andare in giro col cucchiaino a raccogliere il vivo, coltivare le amicizie, fare quello che si può, ma soprattutto aver ben chiaro che chi agisce così sta bene al centro se c’è un futuro, e tutto questo merdame invece è in quel caso ai margini. se invece non c’è futuro allora ciccia…
ma bisogna avere la tempra del guerriero…

saluti
P.

1 Response

  1. Luciana Darti scrive:

    Lucidissimo Morelli.
    In questo Paese basta a volte aver fatto la diagnosi ed è finita. Ma è proprio allora che bisogna trarre le conclusioni e cominciare a lavorare. Gli altri, quelli che fanno i loro begli interessi, non fanno diagnosi ma proiezioni di guadagno e utile. E hanno sempre il sopravvento con le vie più facili.