Su festival letterari, piccola editoria di qualità ed altro di FILIPPO LA PORTA

Qualche anno fa ho pubblicato un libro intitolato un po’ guasconamente Meno letteratura per favore. Ovviamente intendevo dire: meno letteratura cabaret, televisiva, confortevole, festivaliera, etc. e invece  più letteratura come conoscenza del mondo,  interrogazione morale anche disturbante, o come direbbe George Steiner ricerca di una “vera presenza”,  di una alterità racchiusa nelle opere.  Me la prendevo, tra l’altro, con i molti  festival letterari che caratterizzano l’Italia: sono stati quantificati in circa 30.000 eventi culturali, un pullulare di rassegne, dibattiti, iniziative varie promosse da accademie, assessorati, gallerie, fondazioni, e poi colazioni con l’autore, cene filosofiche,  etc. : ma il tutto in un paese agli ultimi posti in Europa per gli indici di lettura.  C’è qualcosa che non funziona. Non intendo negare i molti meriti di alcuni grandi festival  –  cui mi capita di partecipare –  sul piano della   divulgazione culturale e  (forse) della promozione della lettura. Ma se uno decidesse di non andarci, di rinunciare a correre affannosamente da una colazione con l’autore all’altra, e invece di leggere in tutta solitudine un bel libro a casa propria  sarebbe davvero  una grave perdita dal punto di vista culturale? Bisognerebbe domandarsi onestamente se la proliferazione di festival letterari rappresenti un sintomo di emancipazione culturale e testimoni di  un crescente amore per i libri. Ho idea  che si tratti invece di un  fenomeno che va analizzato a sé, così come  i raduni di massa di  papa Woityla non avevano nulla  a che vedere con la religiosità. Oggi, indubitabilmente, la cultura “tira” molto, e ciò sembrerebbe un buon segno. Nei week-end la gente fa spesso la fila per vedere una mostra d’arte , le citazioni colte imperversano nei talk show, nelle trasmissioni sul calcio e nelle riviste di gastronomia. Siamo in  presenza di una pervasiva culturalizzazione della vita quotidiana. I  nuovi pub  alla moda sembrano delle gallerie d’arte e fioriscono i caffè letterari!   Il  capitalismo del futuro sarà “culturale”, dato che le multinazionali hanno scoperto la cultura  come business   redditizio.  Ma quale cultura? La cultura autentica, e vieppiù  la letteratura, non ama esibirsi, non sbandiera rumorosamente se stessa, non si mette al centro della scena, non è in sé spettacolare. Chiede anzi di  sparire, di annullarsi  e trasformarsi in   altro – comportamento, gesti, sensibilità, esistenza. Nel momento in cui la cultura diventa un consumo chic e uno status symbol , allora vuol dire che il mondo   non ha più veramente bisogno della cultura, avendola ridotta a mero ornamento. La contrapposizione non è tra élite e massa, ma semplicemente tra  individuo e uomo-massa. E soltanto l’individuo può davvero “fare cultura”, trasformando incessantemente la propria esperienza personale in qualcosa di significativo e di comunicabile agli altri. Come si forma il lettore come individuo – indipendente e  anticonformista -? In molti modi, ma anche offrendogli  dei libri che non si consumino subito, che non si limitino a intrattenerlo, che possano trasmettergli  l’incanto e il turbamento della letteratura. A volte anche un grande editore può pubblicare libri del genere, ma è più facile che vengano fuori dalla piccola editoria di qualità: da Enrico Damiani come dall’Orma, da NN, da Quodlibet, da Aliberti, da Exorma, da Lindau…. Con l’auspicio che le “vere presenze” che abitano le opere sappiano infine  trovare lettori capaci di riattivarle.

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