Sunniti contro sciiti, la guerra tra i due Islam

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I tumulti che scuotono il Medio Oriente non possono essere facilmente compresi se non si tiene conto del fatto che affondano le loro radici nell’antagonismo di antichissima memoria fra sunniti e sciiti, nella guerra che contrappone i due rami principali dell’Islam, in nome di divergenze e differenze dogmatiche. Le analizza puntualmente Antoine Sfeir nel suo L’Islam contro l’Islam, in cui ricostruisce le origini storiche e teologiche di una guerra di religione ancora oggi operante con effetti devastanti.

Pubblichiamo di seguito un estratto del libro.

 

Divergenze dottrinali e particolarità dello sciismo

 Sciismo contro sunnismo

Nella tradizione sunnita l’imam è un personaggio che, durante la preghiera comune del venerdì, viene invitato a leggere passi del Corano e a commentarli. È in qualche modo il sacerdote o, piuttosto, il pastore protestante, posto che nell’islam non esiste una gerarchia ecclesiastica e che ognuno è abilitato a esercitare questa funzione come nella religione evangelica. È l’equivalente della lettura del Vangelo e del commento che segue.

Al contrario, nello sciismo l’imam è una vera guida della comunità. È su questo punto che fra i due rami principali dell’islam si produce la grande rottura teologica: la questione del ruolo dell’imam. L’imam sciita è il capo temporale e spirituale designato da Dio stesso. L’istituto degli imam è difficilmente paragonabile al califfato sunnita, perché non si tratta solo della successione a Muhammad, ma piuttosto di un fondamento sostanziale della religione. Hadith specifici degli sciiti sostengono che dalla propria luce Dio fece zampillare da una parte Muhammad e la sua profezia e dall’altra Ali e gli imam. La sequela degli imam viene, quindi, a completare la profezia e prende una dimensione divina. Del resto gli imam, proprio come Muhammad, sono considerati assolutamente infallibili, mentre i sunniti non ammettono l’infallibilità del Profeta se non quando era ispirato dalla profezia e non riconoscono alcuno statuto divino agli imam.

Inoltre, gli sciiti considerano gli imam depositari della scienza divina e guardiani della shari’a. Gli imam hanno un vero e proprio ruolo di guida per i fedeli, che devono loro amore e obbedienza. I loro teologi fondano tale dogma sul Corano, che proclama chiaramente Ali imam1, e dodici hadith che concorrono a provare la sua designazione come tale. Insieme capo politico e guida spirituale, l’imam cumula l’insieme dei poteri. È il solo abilitato a giudicare sul lecito e l’illecito, a guidare la preghiera del venerdì, a dichiarare il jihad, a emettere sentenze, ecc.

L’impossibilità per gli imam dopo Ali di accedere al potere politico li costringe a sviluppare una giustificazione teologica della loro emarginazione: il loro potere è ormai “occultato”. Avviene così che il dodicesimo imam sparisce dalla vista dei credenti verso l’anno 874, all’età di cinque anni. È lui che possiede la legittimità, ogni altro potere terrestre è solo un’usurpazione, più o meno tollerabile, in attesa del ritorno dell’imam. Dopo l’occultamento dell’ultimo imam gli sciiti si trovano dunque privi della loro guida. Gli ulema2 tentano, da quel momento, di uscire dall’impasse rielaborando la dottrina. Si arrogano così, a poco a poco, una parte dei poteri degli imam. Elaborano così soluzioni che legittimano l’obbedienza dei credenti al mujtahid, un sapiente ampiamente riconosciuto. Quest’ultimo è da allora eletto rappresentante dell’imam nascosto, il che gli dà il diritto di esigere le imposte e di decidere controversie, poteri originariamente riservati agli imam. Una tendenza che rinforza il potere degli ulema sciiti che, a partire dal IX secolo, assumono una importanza crescente in ambito politico.

Il dibattito sulla direzione spirituale sciita si intensifica nella prima parte del XX secolo, con la rivoluzione costituzionalista in Iraq e la creazione dello stato iracheno moderno. In seguito l’ayatollah Khomeyini porta avanti queste tesi dottrinali con uno scopo ancora più politico e riprende il concetto di velayat-e faqih3 (la guida del giurista), coniugandolo con quello di hukuma al-islamiyya (governo islamico), secondo cui solo Dio detiene la sovranità. La missione del giurista è ormai quella di guidare la comunità e di condurre una politica in accordo con i principi dell’islam.

Nel sunnismo non c’è intermediario fra il credente e Dio. Per cui non esiste un clero. Il mufti (interprete religioso della legge islamica) è nominato dal potere politico, perché fondamentalmente il potere politico, ovvero il califfo, è il capo dei credenti. Lo stesso accade per il giudice (cadi). In altre parole, queste funzioni possono cambiare per volontà del potere politico. Nello sciismo c’è un clero gerarchizzato come quello cattolico, ma nominato in modo democratico. Fuori dal mondo persiano chi decide di studiare la religione diventa sceicco e mantiene tale titolo fino alla morte.

Nello sciismo persiano, in particolare, colui che consacra la vita allo studio della religione entra in una scuola teologica che gli permette, alla fine di sei anni di studio, di praticare lo sforzo dell’interpretazione (il ijtihad): per questo studia giurisprudenza, diritto musulmano, teologia e può quindi divenire mullah ovvero membro del clero sciita iraniano. Poiché l’islam è concezione globale sacra e laica insieme, il mullah può trovare in ogni settore, religioso, amministrativo, giudiziario, politico, economico e altro una nuova interpretazione nella quale coinvolgerà altri mullah. Diventa allora hodjatoleslam, letteralmente “la prova prodotta dall’islam”. Questo titolo, concesso a un mullah di livello intermedio, certifica che costui è già riconosciuto per la sua esegesi dei testi sacri. Dieci o quindici anni più tardi, uno dei discepoli che l’hanno seguito in questo lavoro di interpretazione diviene a sua volta hodjatoleslam. In quel momento diviene ayatollah automaticamente, ovvero “segno di Dio”. Fino a quel punto i mullah sono solo dei chierici.

Là dove il popolo entra in scena è nel momento in cui elegge l’ayatollah che nelle sue prediche del venerdì propone una visione globale della famiglia, della società, dell’etica e del mondo. Il popolo sceglie colui che propone l’interpretazione globale che più lo convince. A quel punto l’ayatollah diventa un marja’ e rappresenta la marja’iyya, ovvero un punto di riferimento.

(continua)

 

Note

 

1. Uno di questi hadith, raccontato da Al-Tabarani (873-970), afferma che una delle ultime frasi del Profeta sarebbe stata: «Trovate, fra le persone della mia casa (Ahl al-Bait), la mia successione». Un altro hadith, in forma più allegorica, fa dire a Muhammad: «Le persone della mia casa vi sono vicine come l’arca di Noè: chi vi è entrato si è salvato, chi l’ha perduta è annegato».

2. Plurale di ‘alim che significa erudito. Il termine indica in particolarei sapienti religiosi.

3. È la chiave di volta del sistema politico della Repubblica islamica dell’Iran. In effetti il sistema di governo teocratico riposa sull’idea che il potere, considerato come emanazione diretta da Dio, è esercitato da coloro che sono investiti dell’autorità religiosa, ovvero dal clero. Il diritto teologico (faqih) è a capo di tale istituzione.