Trump e gli scrittori italiani 3: Vito Teti, a cura di FILIPPO LA PORTA

Trump è impresentabile – con le sue battute triviali sulle donne, la sua derisione di giornalisti disabili, il suo disprezzo per ogni minoranza etnica –  ma davvero come per la Brexit vincono i bifolchi, i ritardati, i provinciali contro gli istruiti, gli evoluti, gli illuminati (Severgnini dixit)? Forse questa “narrazione”, per dirla alla Vendola,  va rivista. 
Penso che siamo in una fase del tutto nuova della storia del mondo e dell’umanità. Bisogna cambiare sguardo, “narrazione”, categorie interpretative. Se ad “interpreti” drammatici e sofferti del tempo presente come Francesco e Obama tanta gente preferisce maschere comiche, grottesche, inquietanti, qualcosa no va nelle nostre analisi e nelle nostre distinzioni. Non dovremmo chiederci – come studiosi, intellettuali, illuminati ecc. – perché profeti come De Niro  Springsteen non hanno ascolto e non fanno opinione e invece “trionfano” cialtroni e bifolchi? Non è che i “profeti presentabili” alla fine “rovinano” perché sono “disarmati” e avrebbero bisogno di un nuovo armamentario e di un nuovo vocabolario di quello “illuminato” che, però, appaiono talora boriosi e desueti e vanno rivisti (non certo buttati)? Vorrei anche ragionare sul fatto che, forse, “moralità”, “volgarità” ecc. sono termini storici che vanno ripensati…Naturalmente, mi sento profondamente e irrimediabilmente lontano dai Trump (che però sono stati preparati dal nostro Occidente nell’ultimo trentennio e non sono sbucati come funghi).
Consumi culturali e scelte politiche non coincidono.Si  può anche non essere vegani, ignorare cosa sia il transgender e il pilates, non conoscere  il  significato di termini come “destrutturazione” e “biopolitica”, non disporre di identità nomadi e illimitatamente fluide, non ridere alle battute di Woody Allen, non sapere le lingue, viaggiare pochissimo, diffidare delle retoriche dell’apertura all’Altro, etc. senza perciò dover essere ritenuti trogloditi e nemici della civiltà umana. 
Si può. Bisogna andare nel mondo e tra la gente. Ascoltare persone comuni, semplici, che faticano a vivere quotidianamente. Il mio amico meccanico ignora tutto quello,  termini, concetti, ideologie di cui sopra eppure conosce motori e macchine, va a funghi e a legna, gioca a carte ed è onestissimo…Non è “colto”. Ma perché sarebbe “troglodita” se gli piace di più Trump della Clinton? Non ci vorrebbe un bagno di umiltà e uscire dall’idea che le nostre concezioni del mondo valgano per tutti e per tutti siano buoni? Todorov ci ha mostrato, se ce ne fosse bisogno, che “civiltà” e “barbarie” è una distinzione che riguarda tutti i gruppi, i popoli e noi stessi. I “cretini” e gli “stupidi” per dirla con Cipolla sono bene rappresentati anche tra noi intellettuali, studiosi, giornalisti ecc.
I peggiori nemici della “civiltà umana” spesso sono quelli che fanno arbitrarie distinzioni tra “civili” (noi) e “trogloditi” (gli altri che non la pensano come noi). .
Già negli anni ’70 Christopher Lasch, che pure proveniva dalla New Left, provò a  descrivere il conflitto tra ceto intellettuale (da noi si direbbe “riflessivo”), che occupa giornali e case editrici, che gestisce la comunicazione e l’informazione, con la sua disposizione all’ironia, la sua vocazione cosmopolita, la sua supponenza, etc. e la informe classe media, patriottica, antiabortista. Non sarà che il bisogno di identità, sicurezza e radicamento di questa classe è più reale del multiculturalismo chic?
Avere confuso cosmopolitismo con mondialismo è un gravissimo errore. Avere scritto libri e analisi “contro l’identità” è stato forse necessario in un certo periodo della nostra storia culturale, ma col tempo abbiamo buttato il bambino con l’acqua sporca. Per “decostruire”, non senza ragione, l’idea monocromatica e angusta dell’identità, abbiamo finito col pensare che le persone possano vivere senza punti di riferimento, senso di appartenenza, certezze e orientamento… E così abbiamo alimentato, da un lato, integralismo (di ogni genere) e, dall’altro, locassimo angusto. Io penso che soltanto se abbiamo una storia, un’identità, un universo di riferimento potremo capire e accogliere gli altri. L’uomo che si illude di poter fare a meno di identità e di radicamento poi finisce con il subire le identità anguste degli altri. Non si può essere, davvero, cosmopoliti, diceva De Martino, senza un “villaggio” nella memoria. Non si può essere “multiculturalisti” se non si ha una cultura di appartenenza e di riferimento da mettere in dialogo con quella degli altri.
In un mondo fragile e insicuro come il nostro, bisognoso di tenerezza e di sentimenti veri e non virtuali, non sarà che i politici cialtroni e caldi vengano preferiti a politici “illuminati” e aridi, insensibili, incapaci di sorridere e di fare una carezza?
(Vito Teti è professore di antropologia all’Università della Calabria, ha scritto innumerevoli libri, tra cui l’ultimo è Maledetto Sud)

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