Trump e gli scrittori italiani: Pascale e Vianello, a cura di Francesco Longo

Si devono leggere i giornali per capire dove va il mondo? Difficile dirlo, dopo a vittoria di Donald Trump che segna non solo la sconfitta politica di Hillary Clinton ma soprattutto quella di chi non è riuscito a prevedere questo evento. I media hanno raccontato un mondo parallelo, inesistente. Per il New York Times la vittoria di Trump “è uno smacco umiliante per i mezzi d’informazione”. Scriveva, per esempio, Gianni Riotta il 20 ottobre che il terzo dibattito televisivo tra Clinton e Trump: «ha distrutto le residue, esili, chances di vittoria repubblicana. Prima ha insultato Hillary sibilando “what a nasty woman” “che cattiva donna sei”, poi ha detto di non essere certo di volere accettare i risultati del voto presidenziale di novembre, temendo brogli».

Le previsioni sono sempre un azzardo. Ma fa impressione la difficoltà di interpretare il presente: il partito repubblicano «deve capire che senza elettrici, senza minoranze, asiatici e ispanici perderà ogni elezione presidenziale» (concludeva Riotta). Come se il tema fossero le identità dell’elettorato.

Per Beppe Grillo questa è «l’apocalisse dei grandi giornali, degli intellettuali, dei giornalisti». Non sarà che certi temi dei democratici e della sinistra, l’insistenza sui certi diritti civili che riempie il dibattito pubblico, non siano così prioritari per i cittadini? Si può liquidare la vittori di Trump solo con l’ignoranza di chi lo ha votato? Si può dire che è solo la vittoria del populismo e della retorica?

Ho sentito lo scrittore Antonio Pascale. I suoi ultimi libri sono tutti pubblicati da Einaudi, riflette spesso sul ruolo dell’intellettuale, da una posizione sempre non allineata: «Per me è solo un problema di club d’appartenenza. Siamo una specie gregaria e in genere (tranne rare occasioni) parliamo a quelli del nostro club, dunque prendiamo in giro gli altri». Ognuno parla solo alla sua platea, non riuscendo a conoscere chi sta fuori. Questo fa perdere di vista forse i reali problemi. «L’appartenenza al club – spiega Pascale – crea vincoli morali ma acceca. Ci siamo sentiti forti prendendo in giro Trump e non abbiamo capito che sono tanti quelli che non appartengono al nostro club, anzi lo disprezzano».

Disprezzare di chi non appartiene al nostro club, essere disprezzati da parte di chi non ne fa parte. Un fenomeno che si è verificato in Italia per molti anni, che è riemerso a livello europeo con la decisione della Brexit. Dice Pascale: «per un intellettuale questo è un problema serio, significa sapere cosa e come raccontare».

 

Spesso sembra che i temi chiave del dibattito politico, anche in Italia, siano legati al politicamente corretto, ai generi: si dice sindaco o sindaca? Si ha l’impressione che le urgenze riguardino i temi delle identità di genere, delle identità delle minoranze, delle identità sessuali fluttuanti.

Tra i commenti della vittoria colpisce quello di Judith Butler, filosofa. Legge così il voto: «Evidentemente non era ben chiaro quanto enorme fosse la rabbia contro le élites, quanto enorme fosse l’astio dei maschi bianchi contro il femminismo e contro i vari movimenti per i diritti civili».

Il problema sembra essere la misoginia e il merito di Trump è che «ha catalizzato la rabbia più profonda contro il femminismo».

Potrebbe essere così, o l’esatto contrario. Forse il dibattito sui generi non interessa così in profondità, vengono prima il lavoro, la crisi, la sanità. Ho chiesto a Maddalena Vianello. Ha scritto un importante libro con la madre, Fra me e te (Et Al edizioni) in cui due generazioni di donne si confrontano sul femminismo.

«Si dibatte molto anche della donna che Hillary è in politica. In molti – dice Maddalena Vianello – l’accusano di non essere stata abbastanza femmina e accogliente, di aver scimmiottato troppo gli uomini. Mi limito a registrare la potenza degli stereotipi nell’immaginario collettivo. Forse Hillary ha sbagliato – diverso tempo fa, ma in molti lo ricordano – a dire che non preparava il tè e i biscottini. Forse non è stata sufficientemente mansueta, rassicurante. E forse non ha incarnato a dovere il suo ruolo di moglie, madre, nonna. O forse le leonesse spaventano perché mandano in tilt le categorie interpretative del pensiero (maschile) millenario».

Dunque no, si sarebbe parlato ancora troppo poco dei temi legati al ruolo di uomini e donne. Per Vianello sarebbero la prova che c’è ancora molta strada da fare per lavorare culturalmente sull’immaginario dei ruoli maschili e femminili. Si chiede Vianello: «E se invece la verità fosse che le donne faticano ad affermarsi con autonomia in un mondo brutalmente maschile e maschilista?».

Si fa fatica a leggere sui giornali i commenti di chi ha sbagliato le analisi e ha sbagliato i pronostici. È più interessante in queste ore rivolgersi a chi ha riflettuto a lungo su questi temi, magari scrivendo libri. L’esperienza elettorale americana non è solo negativa. Così dice Maddalena Vianello: «La campagna elettorale di Hillary ha avuto il grande merito di farci sognare, di scuotere l’immaginario, di spingerci a fare i conti con l’ipotesi che quel tetto di cristallo potesse essere sfondato, di pregustare lo spettacolo di Bill Clinton prima first lady d’America. Di tutto questo abbiamo parlato, imparando a declinare al femminile. Ci siamo trovati costretti a immaginare, educando il pensiero. Abbiamo dovuto adoperare nuove parole per dare forma alla realtà. Almeno questo esercizio lo abbiamo fatto».

 

1 Response

  1. novembre 13, 2016

    […] * Grazie a Francesco Longo che mi ha obbligato a ragionare a freddo su questo tema per il suo articolo “Trump e gli scrittori italiani: Pascale e Vianello” pubblicato su Wikicritics (https://www.wikicritics.com/trump-e-gli-scrittori-italiani-pascale-e-vianello-a-cura-di-francesco-lon&#8230😉 […]

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