Tutti i colpevoli di Filippo La Porta

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La lettura di Tutti i colpevoli è anzitutto emozionante, e urtante.  Lo stile, come sapeva Céline è un’emozione, è rapporto violento con il mondo.

Il romanzo uscì nel 2005 da un piccolo editore, con altro titolo (decisamente brutto: Ho ucciso un poeta), e che poi fu sottoposto a censura da parte dell’editore stesso, che ne pubblicò 2.600 copie, tutte vendute, per poi ritirarlo dal mercato. Non entro nel merito delle ragioni della censura (nel libro c’è una ipotesi sulla morte di Pasolini che coinvolge una famiglia borghese ricca e importante, con un ruolo anche editoriale, etc.). Vorrei solo dire che non credo che la nostra società letteraria possa oggi  accogliere un romanzo del genere. Perché? Se scorriamo le liste dei bestseller troviamo solo  libri di consumo (come sottolinea Arbasino in questo sito): intrattenimento senza troppe pretese (i generi della cultura di massa: noir, fantasy, rosa) e intrattenimento pseudocolto (che fa sentire i lettori del “ceto riflessivo” più intelligenti e à la page: da Eco a Baricco). Ma Tutti i colpevoli è anzitutto un testo inclassificabile, che un libraio neanche  saprebbe bene dove mettere: è un thriller spionistico che finge di essere un romanzo civile che finge di essere un reportage sull’anima nera del  nostro paese che finge di essere una “visione” apocalittica che finge di essere un thriller. Entro  un gioco Barbie-Matrioske (qui evocate) o di specchi che evoca più Borges, e forse oggi Roberto Bolano, che Le Carré.

Provo a descrivere questo inafferrabile romanzo, insieme seduttivo e disturbante, dotato di un ritmo percussivo (con inseguimenti, regolamenti di conti…) e con una incredibile (aggressiva?) proliferazione di personaggi (tipica da spy story). Direi senz’altro che è un romanzo “mimetico”. Ma mimetico di cosa?  Non è solo la descrizione precisa di ambienti sociali, ad esempio la variopinta fauna  del “Guantanamera” milanese all’happy hour: i giovani cyber, artisti, pubblicitari, giornalisti, editor, agenti, modaioli, alternativi e affini che succhiano drink e divorano tapas, o anche la pagina sul “cristianesimo vero” dei credenti… No, si tratta di una macchina narrativa che imita o riproduce il caos della realtà stessa – un caos insieme malato  e vitalissimo – nello stesso momento in cui ipotizza una spiegazione unitaria della nostra storia recente, la esistenza di un filo rosso ( o nero) che ricuce stragi di stato, assassini di poeti, morti accidentali di manager, Torri Gmelle, mafia, grandi banche, terrorismi e servizi segreti, e poi BR, Nap, Ira, Pasok, Hamas….  Il punto è che sigle e complotti interagiscono tra loro e che il risultato finale non lo voleva nessuno (eterogenesi dei fini), anche se tutti pensano di essere Gran Burattinai e di governare il pianeta sorseggiando Martini. La  teoria del caos ci dice che la realtà ha un suo ritmo imperscrutabile, effetto di innumerevoli concause e variazioni  infinitesimali e sviluppi imprevedibili. Ascoltando le intercettazioni ultime di mafia capitale colpiva il fatto che tutti millantavano un controllo sulle cose che non avevano mai per intero. Torniamo al romanzo: andando avanti nella lettura, e seguendo lo scontro tra l’agente Heidemberg e l’artista imprenditore Darchi – Artù contro Merlino (ma anche tra loro legati) – ero preso da una certa ansietà. Perché? Perché sentivo che lì dentro c’ero anch’io, in qualche modo. Certo, mica sono un imprenditore, non ho bisogno di commesse e prezzi di favore, però esiste una complicità invisibile, un mio consenso al mondo com’è, perché nonostante tutto ci ho trovato il mio piccolo spazio di privilegi, e neanche mi va tanto di indagare da dove provengono.

Ecco tutto questo poteva finire in un saggio socio-politico, in una inchiesta giornalistica ( e alcune parti del romanzo vengono da una documentazione accurata), ma qui è la scrittura stessa a mimare il caos, attingendo a gergo da hard boiled o da film americano doppiato (“c’è il fottuto bilancio da chiudere”) a un parlato vernacolare riprodotto in dialoghi palpitanti, agli elenchi barocchi di Heidemberg (“Descrivere: corridoi freddi, risonanti, omuncoli guerci e gobbi che sbidellano, portierano, spiazzano, sgorgano cessi…”). Alla fine scopriamo che il Poeta, che aveva previsto tutto in Oro nero è stato a suo modo vendicato, che i “cattivi” sono stati, in parte,  incastrati (tutti sono ricattati)…Eppure il Male continua a trionfare, e non ci salverà alcuna dialettica storica.  Resta però il romanzo, corpo estraneo incuneato nelle patrie lettere ( e da esse espulso), ma esposto ora anche qui, nello spazio sconfinato della Rete, all’attenzione di lettori che non temono un urto violento con le cose. Basterebbe che se ne accorgessero.