Narrativa italiana in fuga dall’Italia! Considerazioni sulla cinquina del Campiello di Francesco Longo

Per il premio Campiello 2016, la letteratura italiana propone un Grand Tour rovesciato: ci si lascia alle spalle il racconto della penisola e si sbarca in Europa (con un occhio anche altrove). La cinquina del Campiello, presentata il 27 maggio, ha messo insieme un imprevedibile mosaico della narrativa italiana in cui gli scrittori candidati al premio sembrano interessati soprattutto cosa avviene fuori dal loro paese.

Simona Vinci, con La prima verità (Einaudi), ambienta la storia sull’isola greca di Leros. L’isola è raggiunta dalla protagonista, Angela, nel 1992. Lei fa parte di un gruppo di ricercatori in arrivo da diversi paesi europei che vanno a prendersi cura di persone con problemi psichici rinchiuse in una sorta di manicomio.  A proposito della vicenda narrata, al “Corriere della Sera”, Simona Vinci ha spiegato: “Tutto questo si lega anche a quello che è successo in questi anni in Europa, con i migranti. E non è un caso che l’isola dei matti sia diventata l’isola dei profughi”.

Il romanzo Gli ultimi ragazzi del secolo, di Alessandro Bertante, è il racconto di un viaggio estivo nei Balcani fino a Sarajevo, nel 1996. Si tratta di un viaggio realmente compiuto dall’autore. Bertante ha detto al blog letterario “Sul romanzo”: “io credo che gli anni Ottanta durino di più del loro naturale decorso e si concludano con la fine della guerra civile in Bosnia”, e poi ha aggiunto: “Perché la guerra dei Balcani? Perché era a poche centinaia di chilometri da casa mia, era in Europa e ne ha sancito la fine politica, la fine di ogni possibilità di una strategia comune che nascesse da un’identità culturale condivisa”.

Il giardino delle mosche, di Andrea Tarabbia (Ponte alle Grazie), è a metà tra romanzo e biografia e narra la storia di Andrej Čikatilo, uno dei più feroci serial killer della storia, che uccise 56 persone tra il 1978 e il 1990 in Unione Sovietica. Il romanzo è scritto in prima persona, con il punto di vista del “mostro”. In un’intervista al blog Nazione Indiana, Tarabbia ha detto che lo stesso Čikatilo sosteneva che la sua vita fosse collegata alla vita del Paese e che lui da autore si è accorto che “attraverso la sua biografia potevo raccontare un’epoca, mettere in scena un’idea del potere, raccontare il fallimento del progetto sovietico”.

Luca Doninelli ed Elisabetta Rasy hanno scritto due romanzi più vicini all’Italia. Doninelli ha pubblicato un “romanzo mondo”, lungo 838 pagine, dal titolo Le cose semplici. Il centro del romanzo è una Milano apocalittica, del futuro, ma la trama racconta di una coppia che si conosce a Parigi e resterà divisa per gran parte della vita. Lei infatti passerà molti anni in America, a New York, lui resterà a Milano, anche se un filo continuerà a tenere unite le vite dei due protagonisti a continenti di distanza. Una buona parte del libro orbita quindi intorno agli Stati Uniti.

Dei cinque libri, quello in cui si respira di più l’Italia è Le regole del fuoco di Elisabetta Rasy (Rizzoli). Eppure anche questa è una storia che si svolge proprio al limite della penisola, in trincea: una ragazza lascia Napoli per lavorare in un ospedale sul Carso, nel fatidico 1917, l’anno di Caporetto. Il racconto della guerra, vista dalla protagonista, avviene proprio nel punto di contatto tra l’Italia e gli altri stati europei nemici durante la prima guerra mondiale.

Dunque: la Grecia di Simona Vinci (e i migranti di oggi), i Balcani di Alessandro Bertante (come guerra europea e guerra vicina a casa), il racconto di Tarabbia sull’Urss (perché la vita di un killer segue quella del fallimento sovietico), gli Stati Uniti di Doninelli e la guerra contro altri europei di Elisabetta Rasy. La cinquina del premio Campiello restituisce un’immagine della narrativa italiana decisamente insolita se si considerano, per esempio, gli ultimi vincitori del premio Strega (Pennacchi, Nesi, Piperno, Siti, Piccolo, Lagioia) e le loro vicende tutte italiane (che si tratti della bonifica della palude pontina da parte dei veneti, dell’industria di Prato, delle periferie o delle zone borghesi di Roma, o della Puglia). Difficile, ovviamente, interpretare questa strana casualità che si è verificata al Campiello. Il desiderio di osservare altri luoghi può rappresentare tanto una volontà di cimentarsi in narrazioni ambiziose, quanto una incapacità degli scrittori di restituire un presente italiano troppo sfuggente, impossibile da assimilare e mettere in scena. Di certo, si tratta di tentativi che abbandonano una certa moda di romanzi degli ultimi decenni. In cui le trame troppo spesso sono state legata alle cronache politiche e avevo finito per far soffrire i lettori di una noiosa claustrofobia.

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