Intellettuali e impegno. Davvero vogliamo i tuttologi? di FILIPPO LA PORTA

Si torna (ancora!) a parlare di intellettuali e impegno in un dibattito che l’ “Espresso” ha lanciato nelle ultime settimane. Vorrei partire da  una affermazione di Hans Magnus Enzensberger, condivisibile nella sua ovvietà: “Gli intellettuali non sono più intelligenti delle altre persone”. E aggiunge: “spesso  non hanno idee ma dispensano  la loro opinione su tutto”.  Davvero, vorrei chiedere a quanti hanno partecipato alla discussione, a Paolo Di Paolo, Sandro Veronesi, Michela Murgia, Valeria Parrella, etc.: avete la nostalgia del famigerato engagement, che serviva perlopiù agli intellettuali di sinistra per avere visibilità, incarichi pubblici  e sentirsi vicini al popolo senza troppa fatica? Siete sicuri che il nostro problema sia il fatto che “agli intellettuali italiani non interessa più quello che succede nel mondo”(Di Paolo)? Nemmeno al  mondo interessa granché ciò che gli intellettuali pensano  di lui. Nella stessa intervista Enzensberger  dice che proprio in Italia hanno inventato un termine per questa figura di accademico-umanista che sproloquia su ogni cosa e si sente responsabile per tutto: “tuttologo”!  Cosa gli diciamo, a Enzensberger, che vogliamo i tuttologi?  E proprio di questo scrive Camilla Baresani : “Spesso mi prende  una vertigine di inadeguatezza per la grande quantità di questioni su cui sono chiamata a esprimere un’opinione scritta, e vorrei sempre dire ‘ma che ne so, la mia visione è parziale, non conosco tutti i dati e non ho tempo di studiarli’”(intervento nel volume collettivo 12 apostati, Damiani editore). E disegna poi un decalogo dello scrittore contemporaneo impegnato: “devi saper parlare in pubblico, devi adottare un tono oratorio, devi trasformare le tue osservazioni in predicozzi, devi infarcirli di citazioni di autori celebri perlopiù morti, per aumentare il consenso del pubblico aspirazionalmente colto e col ghiribizzo intellettuale, non devi creare dubbi ma distribuire certezze, devi avercela con qualche potere forte…” ( e devi parlare di problemi alla moda, aggiungerebbe Michela Murgia).  Insomma che i nostri intellettuali  generalmente invadenti, ingombranti, vaniloquenti, abbiano scelto il    silenzio    sui temi pubblici  a me sembra, benché motivato da deplorevole  menefreghismo,  un dono del cielo. Ricordate  nel marzo del 2013  l’appello  degli intellettuali su “Repubblica” (Bodei, De Monticelli, Settis, Spinelli, ecc.) rivolto al M5Stelle  affinché partecipasse a un programma di governo? Venne sbeffeggiato da Grillo, citando Gaber.  E a tratti mi sembrò perfino sfiorare un  Kitsch dell’impegno. La lettera era  infatti  intitolata “Se non ora quando?”,  citando il titolo del   romanzo di Primo Levi che parla di partigiani ebrei nel 1943 ( po’ come Santoro che canta in diretta  “Bella ciao”) Ma soprattutto  mi chiedo: perché Grillo avrebbe dovuto  starli a sentire?  Si sentono i legittimi portavoce del ceto riflessivo,   le icone eterne della sinistra perbene? Non  hanno capito che, quasi mezzo secolo dopo Sartre,  non è più il tempo degli intellettuali   come  coscienza critica del paese?  In  uno   blog  leggo questo pungente commento (di Claudio Messora): “Che significa ‘intellettuale’? Dov’è che ci si laurea in ‘intellettualità’? La categoria degli intellettuali è tutta italiana. E’ un’altra casta, con le sue baronie, i suoi intoccabili, quasi sempre schierati, che mangiano alla tavola dei privilegiati, che vanno alle prime, che scrivono prefazioni, che si invitano reciprocamente ai convegni, che hanno un’interpretazione per ogni cosa, quasi sempre consona al mantenimento del loro status…”Va bene, sarà  pure esagerato ma coglie una verità. Chiediamoci allora, di nuovo, “che significa  intellettuale”? Ci sono due aspetti della questione. Anzitutto l’intellettuale come figura pubblica, come opinionista, come voce critica più o meno autorevole  nel dibattito pubblico. Generalmente si tratta di un umanista che interviene su questioni  relative al costume, all’etica, alle trasformazioni della società. Forse le ultime grandi  incarnazioni di questa figura, nel nostro paese, sono stati Pasolini e Calvino. L’intellettuale profetico, apocalittico e l’intellettuale scettico, problematico. Dopo di loro è venuto meno qualsiasi status privilegiato dell’intellettuale stesso. A nessuno viene – giustamente –  riconosciuta una autorità  aprioristica. Non ci sono più modelli né caste. E in  Rete viene sancito il principio democratico che uno vale uno, l’opinione di Magris vale quanto quella di un blogger quindicenne.  Per Edward Said l’intellettuale deve essere un outsider, un amateur o dilettante,  senza alcuna aspettativa di potere: un emarginato e in quanto tale capace di rappresentare tutte le marginalità sociali. In  ciò   non fa che riprendere una antica, nobile tradizione, che in Occidente associa l’intellettuale al dissidente, a chi è inorganico, non appartenente, eretico: da Montaigne  fino a Marcuse. Su questo mi limito a suggerire ai nostri maitre-à-penser non una conversione al pauperismo ma un elementare dovere di trasparenza: ci mostrino più spesso la relazione tra ciò che dicono e ciò che fanno, tra privilegi materiali e scelte etico-politiche. Poi c’è l’intellettualità diffusa, il cosiddetto “cognitariato”. Se le forze produttive oggi sono soprattutto l’intelligenza, la cultura, etc. (come previsto da Marx)   tutti, o quasi, siamo intellettuali, nel senso che in ciascuno di noi si dispiega  una funzione critica, riflessiva che perfino il capitalismo intende valorizzare. Proprio perciò non viene più accettata   la posizione dell’intellettuale come guida morale, dotata di un sapere superiore. Alla fine però nel  relativismo attuale  delle opinioni  torna il bisogno di discernimento critico, di una autorità fondata sull’argomentazione. La figura storica  dell’intellettuale è tramontata (il “ruolo”, con i suoi privilegi e la sua posizione di rendita), non la “funzione”, legata socraticamente al pensiero critico,  e a una attitudine interrogante, dialettica che appartiene sempre più a ciascuno. Potrebbe essere che la figura prossima sarà quella dell’intellettuale-massa dilettante e a suo modo  legislatore:  restio  a firmare appelli  e a  partecipare a un talk show, disperso nella folla solitaria  del Web, ma capace di una visione complessiva e portavoce di qualche marginalità. Così  Raffaele La Capria descrive il proprio patriottismo : “Ogni volta che riesco a comporre una frase ben concepita, ben calibrata e precisa in ogni sua parte, una frase salda e tranquilla nella bella lingua che abito, e che è la mia patria, mi sembra di rifare l’Unità d’Italia”. Ecco, ogni volta che scrivo una frase ben concepita, calibrata, etc, non tanto mi sento un patriota quanto mi sento “impegnato”, almeno  come scrittore. Poi, come cittadino, posso  meritoriamente   attivarmi su temi che riguardano l’ambiente, la salute, la politica internazionale, i diritti umani, la tutela delle minoranze, i diritti degli animali, etc. Ma questa è un’altra storia.

[una versione lievemente diversa dell’articolo è apparsa sull'”Espresso”]

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