Volere l’impossibile. Paolo Morelli su Stig Dagerman

 

Stig Dagerman, scrittore svedese, anarchico morto suicida a 31 anni nel 1954, ci ha lasciato una serie di riflessioni sulla politica e la letteratura che non hanno nulla di profetico, eppure a mio parere risultano di grande attualità. Di fatto dimostrano prima di tutto che già al momento in cui le scriveva, l’immediato dopoguerra svedese, la strada per il nostro ordinamento politico era segnata, e che lo sforzo cominciava già allora ad essere quello di far finta di niente. Non stupisce nemmeno tanto che siano passati sessant’anni senza voler prendere atto del fallimento incipiente, allarma un po’ di più che oggi, quando i segnali della fine sono ben disseminati sulla via che percorriamo ogni giorno si preferisca continuare ad abbassare lo sguardo.

Cominciamo dalla dichiarazione più importante.

“La politica è stata definita l’arte del possibile. Mi sembra una definizione inadeguata. Il possibile è in effetti in minimo pensabile. Credere nel possibile significa avere operato una censura preventiva delle possibilità del rischio, della speranza e del sogno. Nel mondo del possibile l’essere umano non è che un prigioniero, incatenato alla galera della paura e dell’indifferenza. Di fronte al possibile l’essere umano è impotente come di fronte alla morte (…) C’è anche un’arte dell’impossibile, un’arte che proprio in questo momento è più importante di qualsiasi altra. Importante, soprattutto, come medicina contro la paura e la passività che sono l’effetto di una permanenza troppo prolungata nel mondo del possibile”.

Non sarà peregrino ricordare che Dagerman scrive queste frasi nel 1949, svedese oltretutto, quasi settant’anni fa. In mezzo c’è un luna-park grande e tragico, le allucinazioni del benessere, le speranze smisurate, le adesioni più o meno in buona fede all’arte dell’impossibile (nell’esercizio della quale però nessuno nel frattempo si rendeva degno della rivoluzione che avrebbe comportato, come già notava il filosofo G. Friedmann nel 1970, visto che nella maggioranza dei casi si trattava di un impossibile preventivamente incastrato nella griglia prototipica di una ideologia), il crollo dei totalitarismi vecchio stampo fino all’onnipervasività oligarchica della Rete, che il nome è già nel programma. I buontemponi dicono che comunque non ci sono state guerre, in realtà ce ne sono state centinaia ovunque ce ne fosse bisogno per finanziare le democrazie occidentali, anche vicine e crudeli ma certo non qui, nella patria del sempre-meno-possibile. Ce ne sono state ovunque ci fosse bisogno di democrazie da asporto, e varrebbe la pena ricordare che oltre che un controsenso è sempre un segno di debolezza imporre ad altri la propria idea di libertà, vera o presunta. Con ogni evidenza la prolungata permanenza nel mondo esclusivo del possibile hanno prodotto una paralisi logica fatta di disaffezione, soggezione e paura. La democrazia è diventato il mondo del possibile esclusivo, imposto, terrorizzante; la ripetizione ossessiva delle formule fondanti può avere effetti psicagogici ma che non durano all’infinito e certo non può evitarne la perdita di senso: di fronte alla becera brutalità ad esempio si può continuare a reclamare la libertà di espressione, a patto di non accorgersi come nel frattempo si sia trasformata in ostinazione stolta contro il buon senso, perché se l’espressione non è a sua volta fondata su una libertà effettiva del pensiero diventa arbitrio e basta (Charlie-Hebdo purtroppo ce lo insegna).

Si è sempre sostenuto, con una certa ragione, che la democrazia resta comunque il male minore, e rimane indubbio che una volta (scrive Dagerman)“la democrazia aveva un contenuto spirituale. Significava un sentimento e un modo di vivere, uno stile e una dignità. Era l’espressione dell’inviolabilità dell’individuo”. Quello che nessuno forse aveva calcolato è la naturale corruzione delle cose, con la sua trasformazione in un’esclusiva “tecnica di esercizio del potere o una macchina di governo”. Quando si smette di crescere si comincia a decrescere, negli intenti e nella volontà, e forse nessuno poteva calcolare il fatto che se devo continuamente far riferimento a tutta la popolazione diventa inevitabile che si innesti la parabola elicoidale verso il basso, o che proprio una macchina di governo quale che sia, e la democrazia evidentemente non fa eccezione, suggerisce nella semplificazione coatta di abbassare il livello proprio per ciò che riguarda le qualità umane dei cittadini, quali il comprendonio, il coraggio e la dignità. Nessuno poteva pensare che si trasformi anch’essa in una trappola, in una cachistocrazia invece, governo dei mediocri, degli incapaci e degli imbelli o addirittura nel terreno di cultura ideale per l’istinto di morte.

Di fronte al terrore indiscriminato e alla pazzia che si diffonde tra noi in questi giorni con minuziosa ‘riproducibilità tecnica’, in un crescendo che parrebbe senza limite, una democrazia giovane e forte saprebbe come rispondere. Ma avete voi sentito qualche politico o opinionista, anche oppositore o marginale, solo ventilare la possibilità di una incriminazione per crimini di guerra dei due maggiori responsabili della radicalizzazione della guerra mondiale, dopo che i fatti sono stati accertati come nel caso dell’Iraq? Eppure in quel modo cambierebbe il vento senza dubbio e irreversibilmente, si disinnescherebbe una delle radici accertate della follia (lo staff militare Isis è tutto quello dell’esercito di Saddam), si cambierebbe il corso della Storia, invece vediamo G.W. Bush cantare canzoni patriottiche mano nella mano di Obama. Oppure, per restare negli Stati Uniti faro delle democrazie, avete sentito qualcuno avvertire di quello che si sa riguardo la mattanza di neri da parte dei poliziotti, vale a dire che il KKK ha trovato un modo assai comodo e legale di perseguire la sua politica affiliando agenti a migliaia? Questo saprebbe fare una democrazia dei forti. Invece si fa finta di niente nella maniera più banale, contrapponendo bene e male come in un esausto gioco di società, evitando di innestare i collegamenti. Più che debolezza di fronte allo slacciarsi dei peggiori istinti sembra un’implosione della forza, troppo a lungo esercitata senza ritegno e, non dimentichiamo anche questo, con Dio sempre dalla nostra parte.

Secondo Dagerman il passo evolutivo mancato è l’accento vero sulla responsabilità personale per cui, aggiungo io, siamo arrivati al punto in cui chi si prende le proprie responsabilità fino in fondo può anche non andare votare, e spesso si vota solo per non prendersele, le responsabilità, per non andare a fondo. Ed è a questo punto che diventa essenziale il ruolo che ha avuto la cultura nel mondo occidentale, dal dopoguerra in poi. Nell’applicazione ossessiva delle formule che si svuotano, nel progressivo restringimento delle prospettive come causa ed effetto della presentificazione si inserisce il discorso di Dagerman sull’arte e il ruolo della cultura. Come scrive Goffredo Fofi nella postfazione, il “modo in cui la cultura si è imposta – è stata imposta – come strumento di addormentamento e non di risveglio delle coscienze, come alibi per non pensare con la propria testa e a partire da esperienze dirette, tirandone le giuste conclusioni”. C’è poco da nascondersi nella sabbia fino al collo, la cultura da faro trainante è diventata una delle branche, una delle specializzazioni dell’ignoranza.

Per quanto riguarda la letteratura le sue responsabilità sono quelle di limitarsi al possibile, a constatare i fatti vale a dire la deriva quasi nutrendosene, quasi con fierezza per la propria insensibilità. Dagerman mette in bocca le direttive per lo sfascio a un addetto ai lavori che così gli si rivolge: “Come può ben comprendere da tutti i segni da cui siamo circondati, viviamo nel mondo della ragione, del cervello e della navigazione di superficie (…) In quanto abitante, contribuente e assistito di questo mondo, lei è tenuto a soddisfare le tre richieste che esso pone alla letteratura: la richiesta di comprensibilità, di sottomissione attiva e di armonia. La prima, naturalmente, è la più importante. Lei non si mette davanti a un cannone dicendogli ‘non mi puoi distruggere’, e dunque non sfidi nemmeno la ragione. La richiesta numero due significa che lei non può sabotare. Dovrà invece venire incontro alla ragione facendo uso di un’esemplare chiarezza. Lo scrittore non è lì allo scopo di accumulare difficoltà sulla strada della ragione, deve piuttosto aiutarla a fare esperienza della propria superiorità. La richiesta di armonia, infine, significa che lo scrittore non ha il diritto di introdurre il lettore in mondi malati, dove la ragione non è più sovrana e che dunque le fanno guerra. Il suo compito è piuttosto disporre i tasselli del mondo della ragione (…) e comporre un allegro puzzle che sia allo stesso tempo sublime ed edificante, e che proietti il lettore in una condizione di armonia, gioia e serenità. Si guardi bene, invece, dal farci paura! Di quella deteniamo noi il monopolio!”

Qualche anno fa il subcomandante Marcos regalò a un nostro politico in visita in Chiapas una copia del Don Chisciotte con una dedica: “Manuale di scienza e politica moderna”. Bisogna volere l’impossibile perché l’impossibile accada, lo diceva Eraclito invece, all’epoca dell’invenzione della democrazia.

 

 

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